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La consultazione referendaria di domenica apre nuovi scenari e mentre la Lombardia guarda al mondo il Veneto pensa di vincere la crisi chiudendosi dentro i suoi confini, con i suoi soldi e le sue tradizioni.

Nel mondo, in Europa, ovunque si voti, sta soffiando un vento “nazionalista”  alimentato dai populismi che cavalcano l’insoddisfazione di una parte popolazione. Non può essere solo una questione di “uomini”, troppo generalizzata questa crisi di identità , di valori che valica tutti i confini provocando  voglia di separazioni, secessioni, autonomie. Sono passati solo pochi anni da quando l’Unione Europea ha iniziato a diventare un’entità politica, ma sembrano un’eternità; tutto è cominciato  con la voglia di stare insieme, di unione  e oggi siamo pervasi  dalla voglia di isolarci prima come nazioni, poi come regioni e ben presto come città e poi come quartieri. Parole come solidarietà sembrano sempre più vuote; la responsabilità viene spesso menzionata, ma la si invoca dagli altri. Le parole perdono di valore  così come la dignità, il dialogo viene sostituito dall’insulto, la realtà trasformata in “realtà virtuale”, così  la nostra vita si sta trasformando in una app, facile da scaricare  alla portata di tutti, una app che permette di non pensare, facile da utilizzare: la nuova “democrazia” diretta.

Tutto questo ha pesanti ripercussioni anche a casa nostra, dove Zaia ha vinto, non ha stravinto, ma ha portato a buon fine la manovra più azzeccata, che è stata quella di costringere anche i partiti che a lui si oppongono, un po’ per paura (il PD), un po’ per calcolo (il M5S), a fargli da portatori d’acqua. In Lombardia, invece, tra inefficienze varie, il tentativo di Maroni volto a dimostrare che la Lombardia è “avanti” anche nell’epoca digitale, è naufragato, visto che il dato dell’affluenza si aggira attorno al 40%.
Perciò Zaia vince il derby 4-0, e segna anche un definitivo passaggio generazionale dalla Lega delle origini a quella, meno folkloristica e più cinica, di oggi. Ma significa anche che il progetto della Padania è al capolinea: Lombardia e Veneto hanno idee molto diverse del loro futuro. La Lombardia guarda al mondo. Il Veneto pensa di vincere la crisi chiudendosi dentro i suoi confini, con i suoi soldi e le sue tradizioni.

Non c’erano partiti per il NO e per l’astensione. Con questa situazione, il 57,2% dei votanti (2.317.923 su 4.068.560) è molto, ma non tantissimo.
Questo perché nelle principali città (Verona, Padova, Venezia) non si è raggiunto, anche significativamente, il quorum (la media di affluenza è stata del 45-46%). In provincia invece è Bulgaria. Se si somma tutto questo al dato lombardo, soprattutto a quello di Milano, emerge che le realtà più dinamiche sono refrattarie all’indipendentismo, la provincia più tradizionalista ne è fortemente attratta. Il 4 dicembre 2016 avevano votato circa 500.000 persone in più. I Sì erano stati circa 1.000.000, quasi tutti nell’area del centrosinistra. Quindi, metà elettorato del centrosinistra è stato a casa, mentre l’altra metà ha votato Sì secondo le indicazioni di Partito. Poiché il quorum è stato raggiunto per circa 290.000 voti, l’appoggio del PD è stato determinante, per raggiungere il quorum e per superarlo nettamente. Comunque non è un caso che nel solo Veneto abbiano detto Sì 900.000 persone in più di quelle che hanno votato Lega Nord e partiti autonomisti alle regionali del 2015.
Il modo corretto per affrontare il futuro, non è solo la procedura ex art.116 della Costituzione, come già chiesto dall’Emilia Romagna, ma prendere atto che in Italia esiste una gigantesca questione fiscale. Questo è il vero punto di svolta, ridurre la pressione fiscale, perché questa è la vera priorità e sarà l’unico argine possibile alle rivendicazioni regionali, più o meno legittime, per non trovarci in un proliferare incontrollabile di piccole patrie. Infatti, come era prevedibile, ora Zaia sta usando l’esito referendario come una clava contro il governo, presentando richieste assolutamente non contemplate nel quesito sottoposto al voto popolare e che non possono essere soddisfatte, se non cambiando la Costituzione, come quella dell’Autonomia speciale con conseguente trattenuta dei nove decimi del gettito fiscale. La parola “indipendenza” intanto è ormai uscita allo scoperto…

Lorenzo Dalai

Lorenzo Dalai

L'autore: Lorenzo Dalai

Lorenzo Dalai è nato a Verona il 14 ottobre del 1952. Si è laureato in filosofia nel 1976, è sposato con Marilisa e ha tre figli. E’ stato responsabile dell’organizzazione aziendale di una catena di supermercati. Consigliere provinciale dal 2009 al 2014. Dal 1980 al 1988 Consigliere nazionale della Federazione Italiana Canoa Kayak, dal 2006 al 2007 Consigliere d’amministrazione di AMIA Verona Spa, dal 2008 al 2011 Consigliere d’amministrazione di AMT Verona Spa. Attualmente Consigliere comunale ad Erbezzo. mailto:lorenzo.dalai@gmail.com

Commenti (4)

  • Marcello

    Buone osservazioni, con due considerazioni aggiuntive: 1) le difficoltà della Crisi economica non sono state affrontate adeguatamente dall’Italia (Monti e governi Pd compresi), sia in sede UE che BCE, ma lasciate scaricare dalla Germania sui Paesi più poveri (Grecia, Portogallo) o in grave difetto di debito pubblico (Italia) e e sulla stabilità dei contratti dei lavoratori, 2) contro le piccole patrie non basterà una politica fiscale di riduzione delle tasse ma ci vorrà una consistente riduzione socialmente differenziata di tasse e “ticket” vari, a vantaggio delle classi popolari e lavoratrici, anche sul terreno di un rilancio dell’occupazione stabile nei vari settori, di una Sanità (più pubblica e meno privata), di recupero culturale degli abbandonati dalla Scuola, etc. Non è facile, ora, ma si deve provare a ritornare in un’ottica di vero centrosinistra.

  • Nel suo “Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”, Friedrich Engels descrive la fase terminale dell’ impero romano: Una macchina autoreferente che rappresentava solo un peso per i suoi sudditi:

    “Lo Stato romano era divenuto una macchina gigantesca e complicata, esclusivamente per lo sfruttamento dei sudditi. Imposte, tributi di Stato, prestazioni di ogni genere spingevano la massa della popolazione in una povertà sempre maggiore. Al di là dei limiti della sopportazione fu spinta l ‘oppressione con le estorsioni dei governatori, degli esattori d’ imposte, dei soldati. A questo aveva portato il dominio dello Stato romano esteso su tutto il mondo: esso fondava il suo diritto all’ esistenza sulla conservazione dell’ordine all’interno, sulla difesa contro i barbari all’ esterno. Ma il suo ordine era peggiore del peggiore disordine e i barbari, da cui lo Stato romano pretendeva di proteggere i cittadini, erano considerati da costoro come salvatori”.

    Mi chiedo quante analogie vi siano con il momento attuale. Lo Stato è indubbiamente ingordo e non intende ragioni perché deve sostenersi anche a costo di immiserire i cittadini; i quali non tollerano più.
    Non tollerano più che il loro denaro venga sperperato; non tollerano che il Presidente della Repubblica viva in una specie di castello; non tollerano i privilegi riservati ad una classe politica squalificata, composta a maggioranza da professionisti falliti o da soggetti che non hanno lavorato un giorno in vita loro.

    Il voto del Veneto è l’ espressione di questo malessere e non credo che mercanteggiando e limando qualche mezzo punto percentuale di Irpef o qualche detrazione il problemi si sposti di un millimetro. E’ il lavoro contro un sistema parassitario. E’ il Terzo Stato che urla e Maria Antonietta che vive in un mondo a testa in giù fino a perderla, la testa…

  • Giorgio Massignan

    Condivido totalmente l’analisi engheliana ed anche l’analogia con il momento attuale; ma ritengo che il voto referendario, se inteso come afferma Paolo Querini, sia stato un’enorme illusione. Se coloro che hanno votato pensavano di trasformare lo Stato, si sono iluusi e sbagliati; in realtà, a mio modesto parere, si rischia di crearne tanti quante sono le Regioni. Gli scandali degli ultimi anni lo dimostrano.

    • Marcello

      Non un’illusione, Giorgio, a dispetto di quanti puntavano ad un voto sotto il quorum. Ho desiderato parteciparvi e solo per motivi di salute non vi ho partecipato. Forse lasciavo in bianco, ma non ho mai perso una consultazione democratica.
      Il discorso dell’Autonomia dovrà riprendere, comunque, ma non per riesumare piccole patrie o provincialismi d’accatto, e senza alcuna pretesa di voler dare “lezioni” a Roma o a Bolzano, a Venezia o a Palermo. Ma dopo 70 anni possiamo riprendere in mano quel discorso? Del resto in termini di “democrazia” quanto ci siamo lasciati irregimentare da Bruxelles e da Dublino? Come sta oggi la “rappresentanza” democratica?

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