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Gli intrecci tra politica e malaffare, Tangentopoli e la lotta alla mafia, quella «visibilmente occulta al Sud» e quella «invisibilmente presente al Nord». Il Veneto e l’Osservatorio Regionale Antimafia per contrastare la catena che sostiene gli interessi dei gruppi mafiosi. Le Brigate Rosse e il sequestro Dozier, l’estrema destra, l’intimidazione nei confronti del diverso e il “controllo del territorio”. La condanna dell’ex sindaco Tosi per propaganda razzista.

Guido Papalia nasce a Catania nel 1938. Dopo un periodo alla Pretura di Riesi, nel 1972 continua il lavoro in Magistratura a Reggio Calabria, dove si occupa di ‘ndrangheta. Nel 1980 arriva a Verona, nel 1993 diventa Procuratore capo, dal 2008 al 2013 è Procuratore generale a Brescia. A Verona segue il rapimento Dozier, il processo contro la colonna veneta delle Brigate Rosse, il traffico internazionale di droga. Altre sue inchieste riguardano Tangentopoli,  gli appalti truccati dell’autostrada Serenissima, l’estremismo di destra, il Fronte Nazionale del neofascista Franco Freda, le camicie verdi della Lega, accusate di aver costituito un’associazione paramilitare.

Iniziamo dagli intrecci tra politica e corruzione o, in generale, tra politica e delitti contro la pubblica amministrazione, chiarendo preliminarmente che cosa s’intenda “fare politica” a livello nazionale, regionale e cittadino.

Preliminarmente occorre precisare bene che per avere una società veramente democratica e libera è assolutamente necessaria un’alta politica che tenda al bene comune. È questa la politica buona che, come ha detto di recente papa Francesco, deve far prevalere “il bene del tutto su quello di una parte” e non piegarsi a interessi di parte e ad accordi non limpidi.
Per fare buona politica occorrono buoni politici. Ce ne sono. E anche tanti. Ma non sempre, purtroppo, sono quelli che fanno “carriera”. All’interno dei grandi partiti e dei movimenti politici molto spesso riesce a prevalere chi si crea grandi clientele facendo veicolare interessi particolari e, qualche volta, richiedendo e ottenendo anche appoggi dai cosiddetti poteri occulti (associazioni segrete tipo P1, P2, ecc.) e dalla criminalità organizzata. Per corrispondere alle richieste di “favori”di questi “compagni di viaggio” scomodi è necessario “occupare” le istituzioni. Ecco perché è sempre attuale l’allarme lanciato da Berlinguer in un’intervista rilasciata a Eugenio Scalfari nel luglio 1981, quando affermava che “la questione morale è il centro del problema italiano” aggiungendo che “la questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti…”.

C’è una qualche forma di prevenzione che può essere messa in atto?

La buona politica non solo deve fornire, con apposite leggi, strumenti adeguati ed efficaci a chi deve reprimere i fenomeni criminali più pericolosi, ma deve anche, e in via prioritaria, fare in modo che non si creino quelle condizioni che ne consentono la nascita e l’espansione. La magistratura interviene quando il reato è già stato commesso o è in preparazione, la politica si deve muovere prima facendo in modo che non si crei quel terreno fertile nel quale i criminali si possono agevolmente muovere e facilmente raggiungere le finalità illecite da loro perseguite.
Fondamentale a questo proposito è la trasparenza massima dell’attività amministrativa locale e nazionale e una sempre maggiore partecipazione dei cittadini a tale attività.
Ritengo, perciò, che sia da diffondere e praticare più frequentemente l’istituto del dibattito pubblico prima della realizzazione di una grande opera dal forte impatto ambientale e sociale e l’istituto del bilancio partecipativo che comporta il coinvolgimento diretto dei cittadini in un percorso di discussione e decisione condivisa sulle priorità d’investimento all’interno di un bilancio pubblico.

Dott. Papalia in che modo pensa che si allaccino la cattiva politica e la criminalità organizzata?

Come ho già detto mafia e cattiva politica sono strettamente collegate perché l’una ha bisogno dell’altra per raggiungere i propri scopi. Entrambe concepiscono la democrazia come un mercato. I cattivi politici comprano il consenso in voti elettorali che la mafia è in grado di vendere pretendendo come compenso favori illeciti che il cattivo politico deve assicurare. Questo avveniva regolarmente nelle elezioni, sia politiche sia amministrative, in Sicilia, in Calabria e in Campania e in più occasioni è stato facilmente accertato. Oggi pare che questo fenomeno si stia propagando anche al Nord, com’è emerso in recenti processi svoltisi in Lombardia, Piemonte e Liguria. Un chiaro segnale di radicamento territoriale e non solo d’infiltrazione in quelle regioni.

Se dovesse indicare un carattere tipico della mafia quale sceglierebbe?

La mafia tende certamente e in primo luogo all’arricchimento e, per raggiungere questo scopo e riuscire a monetizzare e prolungare gli effetti di tutti i profitti illeciti provenienti dalle varie attività delittuose commesse, cerca il potere che riesce ad ottenere principalmente grazie allo stabile radicamento al Sud che le consente di collegarsi con la cattiva politica per ottenere quei “favori” di cui ho detto prima diventando cosi quasi “un pezzo di Stato”.
Il potere consente alla mafia di muoversi tranquillamente a livello globale, di globalizzare i mercati illegali e occupare, almeno in parte, il mercato legale creando o utilizzando a proprio vantaggio i “bisogni di illegalità” che sono presenti in tali luoghi dove non mancano gli speculatori. Così facendo la mafia diventa una grande impresa con il fatturato e il conseguente profitto più alti in Italia, come ha di recente affermato il Governatore della Banca d’Italia Visco.

Dov’è la mafia oggi?

Come ho detto più volte la mafia è “visibilmente occulta “ al Sud nel senso che tutti sanno chi è e dove abita il boss della zona e i vari affiliati e picciotti a lui collegati, ma nessuno indica pubblicamente come mafiosi tali persone che, anzi, spesso sono rispettate e onorate, tanto che anche la Madonna s’inchina quando passa davanti le loro case nelle processioni religiose. Al Nord la mafia è, invece, ”invisibilmente presente” perché nessuno conosce il mafioso che spesso circola, anche attraverso prestanomi, nei corridoi delle grandi società, negli studi di grandi commercialisti e s’introduce negli affari altrui con lusinghe prospettando vantaggi economici e offrendo liquidità a chi ne ha bisogno che non capisce che, cosi facendo, verrà fagocitato dalla mafia che alla fine s’impadronirà di quell’impresa che si cercava di salvare.

E allora, ritornando alle persone che vorrebbero dedicarsi alla politica, secondo la sua opinione perché proprio i peggiori, paradossalmente, riescono ad avere più potere all’interno delle comunità politiche alle quali appartengono?

La cattiva politica, per soddisfare gli interessi particolari del gruppo a lei collegato, fa in modo che le decisioni più importanti della istituzione “occupata”, come si è detto prima, vengano prese non all’interno delle istituzioni a ciò deputate ma in luoghi diversi dove vengono valutati e soddisfatti non gli interessi della collettività, ma quelli di quello specifico gruppo. È chiaro che poi quel gruppo ricompenserà ampiamente di questi grandi “favori” ricevuti il politico coinvolto che se ne avvantaggerà nella sua “carriera” politica. Un esempio tipico è quello della loggia P2.
Ogni volta che ciò avviene il sistema accetta i poteri occulti e, di conseguenza, agevola l’infiltrazione della mafia nella pubblica amministrazione perché questi poteri occulti costituiscono un canale privilegiato a tal fine, come le recenti indagini della procura di Reggio Calabria sulla cosiddetto “massomafia” stanno ampiamente dimostrando.

Dott. Papalia questa domanda, forse, toccherà in lei corde più personali ed intime. Cosa ha pensato circa la sua esclusione dall’Osservatorio Regionale Antimafia istituito, con legge, dalla Regione Veneto nel 2014?

Non si preoccupi. Non tocca alcuna personale corda. La questione è semplice: servivano cinque persone esperte per costituire l’Osservatorio e Roberto Fasoli, mi pare il primo firmatario della legge regionale istitutiva di tale organismo, mi propose di farne parte. Mi sembrò doveroso dare la mia disponibilità e accettai. Poi la votazione è andata come è andata ed io ho preso atto del risultato in piena tranquillità e senza recriminazioni. Non mi permetto di contestare il metodo seguito per le votazioni, però devo dire che mi è sembrato poco opportuno distinguere candidati di maggioranza e candidati di minoranza. Credo che l’unico criterio da seguire avrebbe dovuto essere quello della competenza e dell’esperienza.

Scendendo, nel dettaglio, qual è, per quanto è a sua conoscenza, la funzione che tale Osservatorio dovrebbe avere?

L’Osservatorio dovrebbe prestare attenzione ai gruppi di potere, cioè alle lobby che in Regione intendono rappresentare gruppi di interesse particolari al fine di individuare chi s’insinua in tali gruppi per portare avanti interessi di gruppi mafiosi. Il pericolo, e lo sostengo da molto tempo, che tali infiltrazioni vi siano è concreto. E quando parlo di presenza mafiosa intendo fare riferimento alla ‘ndrangheta, a cosa nostra e alla camorra. Bisognerebbe poi contattare gli ordini professionali, le varie associazioni di categoria, le camere di commercio, ecc. per verificare quali sono e se ci sono situazioni anomale, in particolare nell’attività economica con movimenti di capitali non chiaramente giustificabili ed eventuali sospetti di cosiddette ”cartiere” per la fatturazione di operazioni inesistenti. Come si risolvono tutte le situazioni prefallimentari? E cosi via.

In base alla Sua esperienza quali sono gli esempi di infiltrazioni recenti che lei reputa più eclatanti?

Gli esempi più eclatanti sono quelli venuti alla luce dopo le recenti operazioni di polizia giudiziaria in Emilia e Lombardia e, ancora prima in Piemonte e Liguria. Ritengo che quanto emerso nei relativi processi confermi un’infiltrazione molto diffusa e anche un grosso rischio di un vero e proprio radicamento in alcune zone di quelle regioni con un controllo del territorio analogo a quello già operante da tempo in molte zone della Sicilia, Calabria, Campania e Puglia.
Ci sono poi dei casi di associazioni criminali di stampo mafioso di origine locale in località diverse da quelle tradizionali (Sicilia, Calabria, Campania e Puglia) come la cosiddetta “mafia del Brenta” nel Veneto orientale e “mafia capitale” a Roma. A me rispetto a “mafia capitale” sembra più preoccupante la vicenda di Scaiola, accusato di avere aiutato Matacena, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa (‘ndrangheta), a sfuggire all’arresto e a rifugiarsi a Dubay e, ancora, il sequestro di immobili di grande valore a Roma risultati di proprietà di grossi esponenti della ‘ndrangheta. Ciò dimostra, ancora una volta, non solo l’attualità dei collegamenti ‘ndrangheta-cattiva politica con coinvolgimento delle istituzioni ai più alti livelli, ma anche il grado di espansione nel mercato immobiliare romano della ‘ndrangheta che, evidentemente, in questi anni ha potuto riciclare in quella città tranquillamente i suoi enormi profitti illeciti.

Quanto, a suo modo di vedere, ha inciso il fenomeno del pentitismo sul tentativo di fronteggiare il fenomeno mafioso?

Il “pentitismo” è uno strumento utile e, in molti casi, unico per sapere dall’interno quali sono le vere modalità di operare delle varie associazioni a delinquere e i nomi e i ruoli dei singoli componenti. Va da se che il pentitismo è stato utilissimo nella lotta alla mafia. Basti ricordare le dichiarazioni di Buscetta che hanno consentito di iniziare il maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino. Ricordo, poi, che il “pentitismo” e la relativa legislazione premiale hanno costituito l’arma vincente per sconfiggere definitivamente il terrorismo delle brigate rosse e, quindi, anche in questo caso si è dimostrato decisivo per difendere i principi fondamentali del nostro Stato.

Dovesse individuare una figura criminosa che più si attaglia all’intreccio politica e delitti contro il buon andamento e l’imparzialità della Pubblica Amministrazione quale indicherebbe?

Il riciclaggio, oltre, naturalmente, alla corruzione che, come ho già detto, è un vero e proprio terreno di coltura per la penetrazione e l’espansione della mafia nella pubblica amministrazione.

Dott. Papalia pensa sia utile a fronteggiare i pericoli che ci ha innanzi illustrati l’istituzione della Autorità Anti Corruzione affidata dal governo al Dott. Cantone?

Ritengo che l’istituzione dell’ANAC sia stato un fatto positivo per prevenire a livello amministrativo i reati contro la pubblica amministrazione. Certo occorre anche intervenire sulla eccessiva burocratizzazione ed evitare che i necessari controlli si risolvano in un danno per la celerità e tempestività degli interventi della pubblica amministrazione. Però bisogna stare molto attenti. Abbiamo visto come lo snellimento delle procedure per intervenire con urgenza in casi di calamità naturali (terremoti, alluvioni, ecc.) o di eventi eccezionali (Olimpiadi, campionati del mondo, ecc.) abbia di fatto favorito la corruzione dei pubblici funzionari ed agevolato, di conseguenza, l’espansione della mafia. Occorre, quindi, come si diceva prima, agire consapevolmente ed efficacemente in maniera decisa per eliminare tutte le condizioni che consentono di trasformare l’attività pubblica in un vero e proprio mercato rivolto al privato interesse di chi ha compiti istituzionali precisi che, a norma dell’art. 54 della Costituzione, devono essere adempiute” con disciplina ed onore”.

Siamo tornati alla questione morale…

E’ un percorso obbligato se vogliamo parlare di buona politica. Bisogna fare ricorso all’etica pubblica che molto spesso non è conosciuta o viene dimenticata. Eppure esempi positivi ne abbiamo tanti. Ricordo Giorgio La Pira che è morto in povertà. Io adesso la mia speranza l’ho riposta sui giovani che vedo molto impegnati con una gran voglia di rinnovamento e che mi pare intendano il bene collettivo come un valore molto positivo che non può mai essere confuso con il profitto proprio. Anche tra i magistrati giovani vedo una gran voglia di cambiamento e di rinnovamento.

E a questi giovani cosa direbbe?

Direi che i consigli vanno sempre chiesti a chi ha più esperienza, ma poi bisogna prendere decisioni coerenti con le proprie convinzioni che bisogna avere molto precise e ben consolidate. In altre parole: i consigli vanno sempre chiesti e quasi mai seguiti.

Nel passato recente qual è stato il momento in cui il fenomeno dell’intreccio tra politica e corruzione è stato più palese, secondo la sua opinione?

Senza dubbio il periodo della cosiddetta tangentopoli è stato quello che ha reso ampiamente visibile e confermato quanto fosse esteso, ramificato e generalmente accettato il sistema della corruzione della cattiva politica e come fosse necessario adeguarsi ad esso per fare politica attiva. I buoni politici venivano considerati un intralcio. Le tangenti venivano riscosse direttamente dai segretari amministrativi dei partiti che, poi, provvedevano a suddividerle tra le varie correnti secondo percentuali prestabilite. C’era una sorta di “legalizzazione dell’illegalità”. Ricordo che durante un’indagine a Verona abbiamo accertato che un esponente di un partito politico di governo non era stato candidato alle elezioni per la segreteria di una sezione del partito in provincia di Cremona perché non accettava le tangenti. Naturalmente in quel periodo la mafia ha trovato terreno fertile per la sua espansione anche al Nord.

Allontanandoci dagli intrecci tra Pubblica Amministrazione e politica, lei rammenta altri pericoli che il territorio, anche quello Veronese, ha vissuto in ragione dell’operare di associazioni a delinquere?

Ricordo i processi contro le camicie verdi della Lega Nord e contro i cosiddetti Serenissimi, quelli contro la criminalità nazifascista e, in particolare, il processo contro il Fronte Nazionale di Franco Freda ed altri dove il pericolo era individuato nella intimidazione che veniva perpetrata nei confronti del diverso in quanto tale, magari solo perché abbigliato diversamente e si riteneva che quell’abbigliamento fosse significativo di un’ideologia antirazzista. Ad esempio ricordo un processo contro degli appartenenti al gruppo skin che avevano aggredito uno sharp, e cioè un appartenente allo stesso movimento skin che, però, non era razzista e ripudiava l’avversione al multiculturalismo. Per questo motivo quel ragazzo, secondo gli skin razzisti non poteva stare a Verona.

E rammenta anche legami tra la delinquenza comune nella sua accezione mafiosa e la criminalità politica durante gli “anni di piombo”?

Sicuramente delle analogie nel modo di operare le ho riscontrate con riferimento all’eversione nera. In particolare durante i cosiddetti moti dei “boia chi molla “a Reggio Calabria nei primi anni ’70 con riferimento alla strage ferroviaria d Gioia Tauro e poi in occasione della fuga di Franco Freda da Catanzaro nel 1978, resa possibile dall’intervento della ‘ndrangheta reggina che lo aiutò a raggiungere la Costarica. Per quanto riguarda le brigate rosse ricordo, invece, che la componente militarista di Savasta era decisamente ostile alla mafia e sosteneva la necessità di difendere il proletariato metropolitano dalla mafia. Per questo motivo c’era stata la scissione dalla componente movimentista che aveva, invece, accettato l’intervento della camorra per la liberazione dell’assessore regionale campano Ciro Cirillo.

Ha menzionato i processi contro la Lega Nord. Oramai siamo immersi in una diversa o nuova amministrazioni ci paiono lontani i tempi della lapide a lei dedicata apposta in Piazza Bra, la maglietta di Tosi con la Sua effige e la falce ed il martello. Ebbene cosa pensa dell’ex sindaco Tosi?

Penso sia stato un politico abile e, con riferimento alla sua condanna per propaganda razzista, ritengo che la pena abbia, nel suo caso, effettivamente svolto la sua funzione rieducativa. Questo almeno lo spero per lui.

Si è mai pentito o ha avuto timori per l’esposizione che ha avuto in conseguenza delle scelte processuali compiute?

Mai. Ho sempre sostenuto in aula principi giuridici nei quali credevo e mai mi sono contrapposto ad alcuno degli imputati perché antagonista. Ne è conseguita una tranquillità di coscienza. Vede per me l’aula è e deve restare diritto in movimento, senza rancori personali.

Cosa pensa dott. Papalia della recente emanazione del decreto anti-corruzione?

Il nuovo codice antimafia rappresenta sicuramente un passo in avanti per combattere efficacemente la mafia e la corruzione che sono due fenomeni criminali, come dicevo prima, strettamente collegati. Le critiche che sono state da più parti mosse, in particolare alla norma che consente di sequestrare e poi confiscare i beni ai corrotti come misura di prevenzione, anche al di fuori del processo penale, sono del tutto ingiustificate se si considera, fra l’altro, che tale possibilità è già consentita, oltre che per i mafiosi, anche per i contrabbandieri, gli spacciatori e i falsari. Certo nessuna legge è perfetta e la giurisprudenza provvederà ad applicare anche questa nel modo migliore e più coerente con i principi costituzionali.

E’ stata sollevata la critica che basti un semplice sospetto per procedere, con un effetto sproporzionato rispetto alle prove raccolte.

Non è vero che non ci sono sufficienti garanzie. Per poter sequestrare occorrono gli stessi gravi indizi di colpevolezza necessari per le misure cautelari personali nel processo ordinario ed è necessario dimostrare la pericolosità di chi subisce il sequestro perché potrebbe commettere altri reati. Va poi sottolineato ancora che per sequestrare è necessario dimostrare che esiste una sproporzione tra i redditi dichiarati e il bene posseduto. Non è sequestrabile ciò che è compatibile con il reddito.
Le garanzie ci sono. È necessario, come dicevo prima, che la politica fornisca strumenti idonei ed adeguati per la repressione dei fenomeni criminali più pericolosi e sicuramente il nuovo codice antimafia è uno strumento più efficace rispetto a quelli fino ad oggi disponibili. È finalmente la presa d’atto che la corruzione è strettamente legata alla diffusione della mafia e contribuisce alla sua espansione e al suo rafforzamento.
Una legislazione speciale è necessaria, quindi, anche per combattere la corruzione.

Federica Panizzo

Federica Panizzo

L'autore: Federica Panizzo

Federica Panizzo, nata a Caprino Veronese, è avvocata penalista del Foro di Verona, Tutor della Scuola di specializzazione per le Professioni legali – area Diritto penale – al Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Verona e Cultrice in campo autobiografico, titolo conseguito alla Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (Università Milano-Bicocca). Federica è anche autrice di pubblicazioni scientifiche su razzismo, violenza di genere e tutela dell’ambiente. federica.panizzo@tiscali.it

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