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All’umanità serve audacia per la realizzazione di un  nuovo patto sociale fondato sulla fine della globalizzazione guerriera, sulla cessazione di una economia predatrice, sullo sradicamento delle cause strutturali dell’ineguaglianza. Petrella non è solamente un lanciatore di allerte, è anche un lanciatore d’idee che potrebbero cambiare il mondo (Bernard Cassen).

Riccardo Petrella, professore universitario ed esperto di politiche economiche e mondialismo dell’economia, fondatore e presidente dell’Università del Bene Comune è fra i promotori dell’iniziativa internazionale “Dichiariamo illegale la povertà”. Con lui abbiamo parlato di  economia ed Europa in occasione della presentazione a Sezano del suo ultimo libro.

– Il suo ultimo libro Nel nome dell’umanità sta uscendo in questi giorni, ci può anticipare il messaggio di fondo?

«Se le nostre società vogliono essere capaci di risolvere i problemi mondiali da esse stesse creati, come un’economia predatrice, le ineguaglianze crescenti, le privatizzazioni, la perdita di senso della vita, ebbene, queste società devono essere audaci. Audacia vuole dire saper adottare soluzioni radicali, per attaccare le cause strutturali dei problemi ed agendo a livello mondiale su basi comuni. Occorre affidare la responsabilità del futuro della vita ad una architettura mondiale centrata sul ruolo della umanità in quanto soggetto regolatore del vivere insieme nella casa comune».

– Consumo esasperato delle risorse, riscaldamento globale, inquinamento della terra e dei mari continuano ad aumentare, il governo del mondo è in mano a dei folli?

«Il governo del mondo non è in mano a dei folli, ma a delle classi dirigenti che ormai da decenni non credono più ai diritti umani e sociali, ma al merito ed alla efficienza; non credono più al potere del popolo e dei popoli, ma solo a quello delle oligarchie; non più alla giustizia ma alla competitività ed alla selezione, dove l’obiettivo è solo produrre ricchezza per il capitale investito».

– Appare evidente che non è più la politica a guidare l’economia, ma la finanza internazionale a sovrastare la politica. Allora a cosa serve la politica?

«La politica non è stata eliminata, esiste, ma non è più in mano ai poteri pubblici rappresentativi eletti. C’è stato un trasferimento del potere dalle istituzioni pubbliche degli Stati verso istituzioni private e di questo proprio gli Stati sono responsabili. Ma sono gli stessi Stati che hanno  provveduto alla privatizzazione del potere politico attraverso la liberalizzazione degli scambi, la mercificazione del lavoro, lo smantellamento dello stato di diritto e del welfare. Il famoso PPP (Partenariato Pubblico Privato) significa privatizzazione del potere politico. Ed oggi la parola che spiega meglio è “governanza”  che ha preso il posto di “governo”, perché il potere politico è esercitato non dai cittadini elettori, ma da tutti i portatori di interessi che operano nel libero mercato della politica, dell’economia e della finanza, in un sistema di concorrenza e competizione sfrenata. La governanza è il potere politico privato».

– In Europa gli Stati nazionali stanno cedendo sovranità alla Unione Europea, ma la commissione europea fa gli interessi di chi? C’è un problema di democrazia in Europa?

«È da tempo che si parla di deficit democratico nell’Unione Europea. Tutta l’architettura istituzionale della UE è ispirata da molti anni da un non rispetto del principio democratico che il potere appartiene al popolo esercitato nell’interesse comune. Da Maastricht, anno 1992, l’architettura politica prevede il potere economico e finanziario in un organo unico e al di sopra degli Stati, la BCE (Banca Centrale Europea), che è addirittura al di fuori dalla UE, con poteri sovrani sovranazionali. Il potere nella UE non appartiene ai 751 deputati del Parlamento europeo eletto dai 500 milioni di cittadini. Il Parlamento europeo non ha poteri di iniziativa, deve aspettare che la Commissione proponga, commissione che detiene anche il potere esecutivo.  Da Maastricht 1992 il mercato unico ha significato che gli interventi degli Stati nell’economia sono illegittimi: un mercato unico senza Stati, ed una moneta unica senza Stato. La BCE è di fatto l’organo tecnocratico sovranazionale che detiene il vero potere nella UE».

– L’Europa da tempo non è più faro nel mondo per crescita economica e welfare, e nel frattempo anche le disuguaglianze aumentano …

«In effetti, contrariamente alle idee fondatrici secondo cui la Unione Europea avrebbe permesso un miglioramento considerevole della vita di tutti i cittadini europei, specialmente dal 1992 si sono sviluppati processi densi e forti di creazione di ineguaglianze socio economiche. In Europa circa 120 milioni di persone su 500 sono eufemisticamente definite a rischio di povertà, sono tante, e l’impoverimento è figlio di una società ingiusta. Oggi si constata che il numero di arricchiti aumenta a scapito però degli impoveriti, e c’è un indicatore che rende bene l’idea: il tasso di crescita del reddito prodotto dai detentori di capitali (rendite) aumenta mentre diminuisce il reddito che dipende dal lavoro (stipendi e salari). All’interno della UE è di fatto favorito il reddito di chi vive di capitali piuttosto che delle persone che vivono di lavoro».

– Crescono ovunque i movimenti che parlano di identità nazionale, regionalismo ed autonomia. È la risposta alla globalizzazione?

«La crescita dei movimenti che parlano di identità nazionale ed autonomia è la risposta, da parte delle vittime dei processi della globalizzazione, alla stessa globalizzazione. La globalizzazione ha detto a tutti che per avere un futuro si deve far parte del sistema mercato globale e che tutto deve essere in feroce competizione: risorse umane, merci, sistema scolastico, sanità, città. Da qui il ripiego verso il territorio e la valorizzazione delle realtà locali e delle proprie identità, ed è una buona reazione. Tuttavia ciò ha permesso anche altre forme, non di apertura ma di chiusura verso esperienze non similari. Così certe forme di regionalismo si sono tradotte in forme di opposizione verso il diverso che è diventato il nemico. Ma il nemico lo ha creato la globalizzazione stessa esasperando la competizione. Non è una reazione stupida della gente. I mercati globali sono terreni di guerra, guerra per la conquista delle sementi, dell’acqua, del denaro.  La risposta alla globalizzazione in termini di chiusura è intrinseca alla forma di globalizzazione imposta, che non apre, ma chiude tutto sotto il controllo dei più potenti».

– Rendere questo nostro mondo più umano, creare una economia di sviluppo, solidarietà ed uguaglianza, sembra una battaglia impari. C’è ancora qualche speranza per l’umanità?

«Certamente che c’è speranza per l’umanità. Sarebbe impensabile credere che il futuro sia già finito, ma serve audacia, ed uscire dalle logiche violente della tecnologizzazione di ogni forma di vita e della guerra, che sono le logiche tipiche di ogni sistema dominante. Tre sono le audacie che servono all’umanità: prima di tutto cambiare l’attuale sistema finanziario che è inefficiente, speculatore, predatorio ed aleatorio, funzionale solo ai pochi che si arricchiscono. E cambiare questo sistema si deve e si può. La seconda è disarmare la guerra. Le guerre solo tali che grazie alla tecnologia si può distruggere la vita sul pianeta e l’umanità è la solo specie vivente in grado di farlo. Se non saremo capaci di mettere fine alla guerra, sarà la guerra a mettere fine alla esistenza della vita sulla Terra. La terza audacia è mettere fuori legge i fattori strutturali che provocano le ineguaglianze, perché più ineguaglianza vuol dire più guerra e più guerra vuole dire impoverimento, in un circolo vizioso dove vincono i poteri dominanti che vogliono mantenere l’attuale sistema economico-finanziario. E queste cose: bandire la guerra, dichiarare illegale la povertà, cambiare il sistema finanziario, non solo sono auspicabili, ma sono possibili. Gli unici che negano questa possibilità sono i potentati attuali che sono ladri della vita e ladri del futuro del mondo».

Claudio Toffalini 

Claudio Toffalini

L'autore: Claudio Toffalini

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

Commenti (3)

  • Questo Petrella è il re indiscusso dei tromboni da salotto e delle università della terza età, il mago dei proclami universali, uno che ha campato alla grande suggestionando il popolo credulone di sinistra affamato dell’idea di giustizia globale. Dopo l’acqua bene comune e la povertà illegale che altro slogan s’inventerà questo qui, proibiamo le malattie?

  • Marcello

    Mi piacerebbe sapere su quali basi caro Sator dà del trombone ad un professore universitario che presenta e motiva le sue dichiarazioni e non spiega perché non le condivide. Offendere l’intervistato non solo non serve ma rappresenta un’indebita e indiretta critica all’intervistatore, che non mi sembra un incompetente. A mio parere chi desidera commentare dovrebbe comunque firmarsi con nome e cognome e non con un nomignolo, così come fanno gli autori degli articoli. Un saluto da Marcello Toffalini.

  • Giorgio Massignan

    Invito la redazione a non pubblicare i commenti di coloro che non hanno il coraggio di firmare con il loro vero nome. Ognuno deve assumersi la responsabilità di quello che afferma e metterci la ‘faccia’.

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