BannerAmazonVeronain615x60
Giulia Roberts
Giulia Roberts

La contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) che interessa il Veneto, coinvolgendo fiumi, territori e popolazioni nelle provincie di Verona, Vicenza e Padova è estremamente grave, sia per  la vastità dei territori interessati, che per il numero delle persone coinvolte.

Erin Brockovich (Forte come la Verità il titolo italiano) porta sul grande schermo la vicenda di una battagliera attivista ambientale (Erin Brockovich interpretata da Julia Roberts) che con costanza e determinazione  riesce a dimostrare la colpa di una grande multinazionale per l’inquinamento della falda acquifera di un vasto territorio con il cromo esavalente, causando gravi problemi alla salute dei residenti. Tutto si concluse con un cospicuo risarcimento alle persone danneggiate e la sentenza fece scuola nella  giurisprudenza di  tutto il  mondo.

Si potrebbe partire da questo film di qualche anno fa per raccontare l’inquinamento da PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) che sta interessando una notevole area  del Nord-Est coinvolgendo fiumi, territori e popolazioni  poste a cavallo delle provincie di Verona, Vicenza e Padova. «Il più grande disastro ambientale che ha colpito il Veneto», secondo quanto dichiarato da Luca Cecchi (Coordinamento Acqua Libera dai PFAS) in un’intervista dello scorso anno.

PFAS: con cosa  abbiamo a che fare?

Da un punto di vista chimico le sostanze descritte dall’acronimo PFAS (PerFluoroAlchilichSubstances, sostanze perfluoroalchiliche in italiano) comprendono diversi composti organici  contenenti catene carboniose alchiliche fluorurate  di lunghezza variabile più un gruppo idrofilico normalmente costituito da  un acido carbossilico o solfonico.(*) Al di là della definizione  chimica è importante sapere che tali sostanze sono tutte di origine artificiale, quindi  create dall’uomo e che venivano e vengono attivamente prodotte e impiegate in svariati settori della produzione  industriale.

L’Unione Europea a proposito di queste sostanze in una Raccomandazione del 17/03/2010 relativa al controllo della presenza di sostanze perfluoroalchiliche negli alimenti, scriveva :«[…]Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) sono ampiamente utilizzate in campo industriale e in applicazioni di consumo, ad esempio in rivestimenti antimacchia in tessuti e tappeti, rivestimenti resistenti all’olio per prodotti di carta approvati per il contatto con alimenti, schiume antincendio,tensioattivi per l’industria estrattiva dei minerali e del petrolio, lucidanti per pavimenti e formulazioni di insetticidi. Importante è il sottoinsieme dei tensioattivi organici perfluorinati (PER) a cui appartengono l’acido perfluoroottansulfonico (PFOS) e l’acido perfluoroottanoico(PFOA) […]A causa del loro ampio uso, è stata rilevata la presenza di PFOS, PFOA, dei loro sali e precursori nell’ambiente, nei pesci, negli uccelli e nei mammiferi[…]».

Quindi già nel 2010 la Commissione Europea si preoccupava  di queste molecole nell’ambiente e negli organismi e  raccomandava ai Paesi Membri di  monitorarne la presenza negli alimenti. In pratica si ripeteva un copione già visto con altri contaminanti ambientali come PCBs e Diossine per i quali  la Commissione ha raccomandato il monitoraggio  e poi, nel tempo, ha ampliato il controllo a più categorie di composti fissandone i limiti e vietandone la produzione  e l’utilizzo (soprattutto per i PCB perché le Diossine sono di origine naturale).

Dopo la pubblicazione della Raccomandazione del  17/03/2010 gli Stati Membri dell’UE si sono attivati nella ricerca del contaminante negli alimenti, negli organismi vegetali e animali e nell’acqua ed ecco che nel 2013 uno studio condotto dall’Istituto di Ricerca sulle Acque del CNR per conto dei Ministeri dell’Ambiente e della Salute evidenzia la presenza anomala di sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) in diversi corpi idrici superficiali ed in alcuni punti di erogazione pubblici delle acque potabili nella provincia di Vicenza e comuni limitrofi facendo scattare l’allarme e informando dei risultati la Regione del Veneto.

Viene così emanata la Deliberazione della Giunta Regionale n. 1490 del 12 agosto 2013. Istituzione della Commissione tecnica per la valutazione della problematica della presenza di sostanze perfluoro – alchiliche (PFAS) nelle acque potabili e nelle acque superficiali della provincia di Vicenza e comuni limitrofi, e per la formulazione di proposte in ordine alla tutela della salute pubblica che contiene  le prime misure di contenimento e di salvaguardia come l’adozione di filtri a carbone attivo su alcuni pozzi e acquedotti, l’aumento e la diffusione di controlli di laboratorio sull’acqua potabile e sugli scarichi ecc. ecc.

In ogni caso l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), che in questa vicenda ha giocato il ruolo di soggetto deputato ad esprimere la “valutazione del rischio”  così si esprimeva in un parere del 07/06/2013: «Pur non configurandosi, allo stato, un rischio immediato per la popolazione esposta, si ravvisa l’opportunità ed urgenza di adottare adeguate misure di mitigazione dei rischi, prevenzione e controllo estese alla filiera idrica sulla contaminazione delle acque da destinare e destinate al consumo umano nei territori interessati”. In particolare l’Istituto ha raccomandato agli organi preposti alla garanzia dell’idoneità al consumo delle acque, e agli altri soggetti coinvolti, le seguenti azioni:

– nel breve periodo l’adozione di approvvigionamenti alternativi, o, laddove tale misura non risulti praticabile, l’adozione di adeguati sistemi di trattamento delle acque per l’abbattimento sostanziale delle concentrazioni degli analiti presenti, con la strutturazione di adeguati controlli e monitoraggi sulla base dei principi di Water Safety Plans;

– nel medio-lungo periodo si ravvisa la necessità di identificazione e rimozione delle fonti di pressione e dell’origine della contaminazione anche attraverso una intensificazione dei controlli lungo la filiera e monitoraggi dei siti più inquinati, con estensione del campo di ricerca ad altre sostanze potenzialmente contaminanti e, parallelamente, la ricerca di approvvigionamenti alternativi per acque da destinare al consumo umano. Può essere altresì ravvisabile l’opportunità di estendere le ricerche all’identificazione di eventuali altre fonti di potenziale esposizione all’interno della filiera alimentare».

Anione PFOS in 3 D

Ora, se è pur vero che in quel momento, come riporta la Delibera della Giunta Regionale del Veneto 1490 del 12 agosto 2013 “La normativa italiana, non prevedeva  limiti specifici per i composti PFAS, mentre alcune valutazioni o raccomandazioni sono riportate in disposizioni normative di Stati esteri, tuttavia il D.Lgs n. 31/2001, e il Sindacato Medici Italiani, che stabilisce i parametri di qualità per le acque destinate al consumo umano in riferimento alla Direttiva comunitaria 93/83/CE, indica all’art.4, comma 2, lett. a) che «[…] le acque non devono comunque contenere sostanze “in quantità o concentrazioni tali da rappresentare un potenziale pericolo per la salute umana”. Questo deriva da un elementare e sacrosanto principio di precauzione che deve improntare la generale valutazione di conformità di qualsiasi alimento esaminato (acqua, vegetale o  animale).

In ogni caso il 29/01/2014 l’Istituto Superiore della Sanità  indicava in un parere trasmesso alla Regione Veneto i seguenti limiti di concentrazione per i principali PFAS nelle acque:
– PFOA ≤ 500 ng/l
– PFOS ≤ 30 ng/l
– Altri PFAS (somma delle rimanenti 10 sostanze PFAS) ≤ 500 ng/l.
Molto recentemente su questi limiti è intervenuta in modo autonomo la Regione Veneto che ha deciso di ridurre ancora i valori ammessi nelle acque potabili, portando a 90 nanogrammi per litro la somma di “PFOA + PFOS”,  dove il PFOS non deve essere superiore a 30 nanogrammi per litro ed i valori della somma degli “altri PFAS” deve essere uguale o inferiore a 300 nanogrammi per litro.
Per chi vuole approfondire si  rimanda al sito Ulss 20 SIAN (*) dove si trovano anche tutte le analisi dell’acqua potabile nei vari comuni della provincia di Verona e moltissime altre notizie su questo tipo di sostanze.
In ogni caso basta un’occhiata ai valori riscontrati nelle acque di alcuni Comuni della zona contaminata (Veronella, Zimella, Albaredo, Cologna ecc.) confrontandoli con quelli di Verona per rendersi conto che la situazione è tutt’altro che risolta con presenza di PFAS ancora molto elevata.
Ma da dove arrivano queste sostanze? Perché le ritroviamo soprattutto  nell’acqua di un determinato territorio? Qual è la fonte della contaminazione?

Il Caso Miteni

Nel territorio del Comune di Trissino (VI) è situato l’impianto produttivo della ditta Miteni che da diversi decenni produce sostanze perfluoroalchiliche. Al momento attuale non è  ancora sufficientemente  chiaro qual è e quale sia stato l’effettivo ruolo di questa ditta nella contaminazione delle acque e del territorio interessato dal fenomeno PFAS. Anche se  molti indizi puntano il dito su di essa bisogna considerare che c’è un’inchiesta giudiziaria in corso ed è stata nominata una commissione d’inchiesta regionale che ha iniziato da pochissimo i suoi lavori a porte chiuse, pertanto occorre lasciare lavorare gli esperti e attendere le conclusioni. Non è opportuno esprimere giudizi affrettati ma certo che l’ampiezza del territorio contaminato lascia più di  qualche dubbio sul fatto che un singolo impianto possa aver creato un tale disastro.

La situazione sanitaria delle aree contaminate

Per descrivere lo situazione sanitaria e valutare l’impatto dei contaminanti sulle popolazioni, sugli organismi vegetali e animali delle zone colpite sono state intraprese negli ultimi due anni delle attività  di campionamento e analisi che hanno visto come protagoniste le Aziende sanitarie locali con la raccolta di  campioni di alimenti animali e vegetali e, soprattutto, hanno cominciato a sottoporre a screening la popolazione coinvolta per verificare il livello di PFAS nel sangue dei residenti nelle aree contaminate. Il risultato del primo biomonitoraggio effettuato da ISS ha mostrato valori  di PFAS nel sangue di persone residenti nelle aree più contaminate decisamente elevati e simili, se non superiori, ai valori rilevati in altri episodi di inquinamento analoghi, come quello avvenuto negli USA (West Virginia e Ohio). A seguito di ciò la Regione Veneto ha deciso di ampliare il numero dei soggetti coinvolti nello screening e sottoporrà ad esame 85.000 persone. Di queste, oltre 47.000 sono residenti in provincia di Verona. Lasciando anche in questo caso agli esperti le conclusioni sugli aspetti medico-epidemiologici  occorre però trarre alcune indicazioni dalla vicenda ed è impossibile  non pensare  agli abitanti delle zone contaminate che, in pratica si ritrovano in un territorio che sembra un “deserto” pieno d’acqua inutilizzabile! Chi ha un’elevata concentrazione di PFAS nel sangue, al netto dell’utilizzo di protocolli terapeutici adeguati ai quali verrà sicuramente sottoposto, non dovrà utilizzare  acqua con la concentrazione di sostanze  perfluoroalchiliche attualmente presenti. Dobbiamo fornire loro acqua potabile per uso alimentare pura e in quantità adeguata.

Conclusioni

L’episodio di contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche occorso nella Regione del Veneto è estremamente grave sia per  la vastità dei territori che per il numero delle persone coinvolte. Esso ha, ed avrà, notevoli implicazioni di tipo sanitario (secondo lo IARC International Agency for Research on Cancer il PFOA o acido perfluoroottanoico è un possibile agente cancerogeno per l’uomo – gruppo 2B mentre il PFOS o acido perfluoroottansulfonico ha capacità di alterare il metabolismo del colesterolo), ambientale (i PFAS a lunga catena carboniosa come PFOA e PFOS sono classificati come “inquinanti organici persistenti”. POP = Persistent Organic Polluttants) ed economico, visti i costi diretti e indiretti  della bonifica  territoriale. Rappresenta, purtroppo,  uno dei tanti casi dove ci si accorge del problema sanitario solo dopo che lo sviluppo economico ha imposto determinate scelte e le misure di salvaguardia arrivano quando il danno è già avvenuto.

Nonostante la presenza di un impianto normativo valido come li Regolamento CE 178/2002, che prevede per gli alimenti (acqua compresa) ottimi strumenti per affrontare le situazioni di crisi  come “analisi del rischio”, “valutazione del rischio” e “gestione del rischio” e l’applicazione del fondamentale “principio di precauzione”, le istituzioni e gli operatori del settore produttivo arrivano con troppo ritardo a gestire gli episodi di crisi. Va migliorato il collegamento tra i vari Enti controllori e deve essere dato maggior peso alla prevenzione, limitando o impedendo la produzione e l’utilizzo delle sostanze pericolose tramite opportuni controlli e verifiche.

Marco Rasetti

(*) Per approfondire: ULSS 9 Scaligera Dipartimento di Prevenzione SIAN.

commenti (0)

Il tuo indirizzo mail non verrà pubblicato

Puoi usare questi tag HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>