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Vorrei ma non posso. Una questione di barriere ambientali o di pensiero architettonico?

“Vorrei ma non posso: quando le barriere architettoniche limitano i sogni” è il documentario di esordio della giornalista Alessia Bottone presentato il 27 settembre in Gran Guardia a Verona. Un progetto patrocinato dal Comune di Verona e dall’Ordine dei giornalisti del Veneto finanziato grazie al Premio giornalistico Goattin che ha coinvolto, oltre agli esperti del settore, anche Valentina Bazzani, giornalista con disabilità ed Elettra Bertucco, videomaker.

Era l’Agosto del 1805 quando le truppe di occupazione napoleonica smontarono l’Arco dei Gavi, ritenendo che potesse ostacolare il transito dei carri militari nel loro ingresso in città. Un monumento, un arco celebrativo costruito a Verona dai Romani agli inizi del I secolo a.C. per celebrare ed onorare alcuni componenti della Famiglia Gavia che, in virtù di particolari meriti, ottenne dalla municipalità il permesso di farlo edificare a proprie spese su suolo pubblico. Per la sua ubicazione fu scelta una posizione molto prestigiosa, l’ingresso in città là dove si concludeva la via Postumia; in epoca medievale l’Arco dei Gavi divenne poi una delle principali porte di accesso a Verona, lungo l’asse ideale delle mura comunali, con il nome di Porta Nuova di San Zeno. Poi arrivò Napoleone, le singole pietre smontate vennero amorevolmente custodite dai veronesi per oltre un secolo e la “Porta” fu ricomposta nel 1932 nell’attuale ubicazione, la piazzetta attigua a Castelvecchio lungo l’asse stradale. Nel luogo originario restano sul selciato i segni delle quattro pietre angolari su cui poggiava l’Arco a cavallo della strada.

Ecco, per le truppe napoleoniche è valsa la regola del “voglio, dunque posso”, ma è l’eccezione; non possiamo pensare che gli edifici vengano tolti, spostati, per accedere agli spazi in maniera diversa, soprattutto vista la conformazione dei nostri centri storici, ma possiamo andare oltre, all’origine: possiamo pensare in maniera diversa!

E questo pensiero può riflettersi nel mio reale, in una città come Verona, segnata da Porte, da Accessi, posso ridisegnare “l’accoglienza”, gli spazi, per migliorare la qualità della vita, di tutti, perché siano luoghi con relazioni che tendono al Bene Comune, ricordando che ormai il valore di una città e dei suoi abitanti, come della sua governance, non si misura più solo in PIL (Prodotto Interno Lordo) ma anche in BES (Benessere Equo Sostenibile), non solo ricchezza, ma anche Bellezza.

E quando penso e unisco Bellezza ad Architettura mi viene in mente quella corrispondenza silenziosa degli ordini antichi, tra cosa e significato, mi verrebbe da dire tra Cosa(p) – Tassa di occupazione del suolo pubblico – e accessibilità dei luoghi! Così è lì che voglio andare, recuperare un modo di pensare che abbia come obbiettivo realizzare cose utili e belle.

Ogni volta che, da Architetto, non riesco ad essere utile, a soddisfare il benessere, lo stare bene dell’uomo, ho fallito, mi sento handicappato, manco di qualcosa. Ho coscienza che non posso abbattere tutte le barriere architettoniche, ma ho altrettanto coscienza del potere del Pensiero, fiducia nelle Persone: la mia generazione non potrà, e non deve, spostare Archi dei Gavi, ma educare il pensiero all’abbattimento di ostacoli superflui quello si. Ed ho fiducia negli assessori Segala e Briani che, in quanto “quote rosa”, non per il colore, ma per il fiore bellissimo, sanno quante spine e variabili ci sono in un quotidiano vivere.

Tre parole, che corrispondono ad azioni e pensieri, potranno essere nuovi ordini architettonici: Accessibilità, Visibilità e Adattabilità.
La prima, rappresenta il grado più alto di utilizzo dello spazio costruito, s’intende la possibilità, anche per persone con ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale, di raggiungere l’edificio e le sue singole unità immobiliari, di entrarvi agevolmente e di fruirne spazi e attrezzature in condizioni di adeguata sicurezza e autonomia. La visibilità è invece un più ridotto grado di fruibilità dello spazio, limitando l’accessibilità ad alcune parti dell’edificio, mentre per adattabilità si intende la possibilità di modificare nel tempo lo spazio costruito a costi limitati allo scopo di renderlo completamente ed agevolmente fruibile anche da parte di persone con ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale. Si può fare!

Così, l’anno scorso con i miei studenti, futuri architetti, o no, siamo andati a trovare Nicoletta Ferrari ideatrice di Dis-mappa che da anni sta mappando la città per identificare barriere architettoniche e luoghi accessibili, il suo motto “Accessibile è meglio”. Nicoletta, fornita di “potenti ruote d’acciaio” forti e tenaci come spesso si forgia il carattere di chi è obbligato a “meccanizzare” il proprio corpo, ha fatto vedere ai ragazzi, ammutoliti, come lo spazio dell’abitare potesse essere modificato per una migliore fruibilità. Così la città, là dove è possibile.

Come con il video/racconto di Alessia e Valentina, che hanno intervistato anche Nicoletta, ci ha portato a visitare i luoghi del nostro quotidiano, vivendo in transfert il senso di disagio, di sconforto, di frustrazione di chi si muove con una carrozzina. La mia frustrazione è doppia.

Stesse sensazioni che nel video manifestavano commesse di negozi, la gente comune, in questo senso di colpa collettivo che ogni tanto ci coglie, tutti volevano dare una mano. Mi rendo conto che se non ho una mano, tutti mi guardano la mano che manca e mi ricordano che non ce l’ho. Senza cattiveria, ma è così. Allora, forse è proprio lì, sul senso comune, sulla presa di coscienza comune di un territorio, sulla cultura delle persone che quel territorio abitano, il luogo dove agire per migliorare, per eliminare limiti e barriere, trovando nuove misure, nuovi standard, nuove idee, nuove corrispondenze.

Così sarà necessario imparare a pensare che se parliamo di barriere non ci sono solo per chi è su una carrozzina, ma anche per chi non ha la vista, o l’udito, perché di fondo ci dimentichiamo che lo spazio lo viviamo attraverso la sua percezione e se manca uno solo degli strumenti che ci permettono l’equilibrio, gli altri sensi si devono adattare a questa mancanza e riformulare un percorso, un futuro accessibile. Non riusciremo noi a risolvere e sollevare barriere architettoniche, ma a far si che chi dopo di noi possa farlo, si. Questo possiamo volerlo!

E guardando il video di Alessia e Valentina, ieri sera mi è tornata in mente una mattinata di shopping con mia nipote Vicky, otto anni, e la sua percezione di spazio – «Amore, ma sapresti arrivare fino a casa?! Mi porti tu?!»… «Mmmhh, si, però se sbaglio mi dici “ricalcola!” E io capisco…». «Ah…ok!?!». Ad ogni svolta o ostacolo mi guardava: «Ricalcolo?!!», «No amore vai!!!». Come i miei studenti, dopo l’incontro con Nicoletta, ogni rivedersi non era «Buongiorno!», ma «Dis-mappa Prof!», e non c’è più stato progetto o disegno dove non calcolassero accessi con nuove misure, a volte esagerando, e la risposta era sempre: «Prof!!!!!.. Accessibile è meglio!».

Ce la possiamo fare.

Daniela Cavallo

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