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Complessivamente e considerata la brutta avventura subita, possiamo tirare un respiro di sollievo

Tra i presenti all’inaugurazione ufficiale del 22 settembre, per il rientro post restauro dei dipinti trafugati a Castelvecchio, anche famiglie e bambini, un po’ sorpresi, quest’ultimi, dal fiorire di divise militari e dalla folla intervenuta.

Incrociamo inoltre i sorrisi e le strette di mano tra i diversi restauratori che sono stati coinvolti nella vicenda. E quindi, ora, come stanno i quadri? Ne abbiamo parlato con Isabella Bellinazzo e Alessandra Zambaldo le quali, assieme al laboratorio della Soprintendenza, li hanno accolti fin dal giorno del loro arrivo.

Le opere sono tornate con il noto volo di Stato organizzato dall’Italia, all’interno degli imballi preparati dal Museo di Castelvecchio, pertanto seguendo rigidamente i nostri protocolli di conservazione e spostamento delle opere d’arte. Inizialmente sono stati solamente aperti gli imballi e le opere momentaneamente montate su pannelli per essere visibili durante la prima conferenza stampa.

Subito dopo, ai fini dell’esposizione che le ha viste protagoniste, sono state analizzate e letteralmente curate dei danni più gravi subiti.

Fa piacere ricordare che i conservatori del museo Khanenko di Kiev si erano premurati di preparare la precedente mostra presso la struttura in modo non solo che il loro intervento risultasse tecnicamente il meno invasivo possibile, ma anche provvedendo a rifare provvisoriamente i telai che erano andati perduti, in quanto eliminati dai trafugatori, e a dotare sia le tele che le tavole di cornici, peraltro molto simili alle cassette progettate da Carlo Scarpa a Verona. Corredate delle loro schede tecniche relative a questo primo intervento di supporto, le opere sono quindi arrivate accompagnate anche dal materiale citato, donato dal museo ucraino a Castelvecchio, a dimostrazione di un alto livello di professionalità e di atteggiamento collaborativo.

Dopo il periodo espositivo in Italia, si è intervenuto in modo totale e completo su ciascuna di esse, facendo pertanto anche dei passi ulteriori rispetto ai precedenti restauri.

Le tavole hanno evidenziato dei graffi, dovuti naturalmente a trasporti effettuati senza tutele di sorta, e alcuni sollevamenti della pellicola pittorica, conseguenti all’averle tolte dai loro climabox (i “contenitori” che garantiscono all’opera di essere conservata in condizioni di temperatura e umidità il più possibile ideali ndr) e poste in luoghi differenti e dalle condizioni climatiche molto diverse tra loro. Le tele erano state tutte tagliate lungo i margini delle cornici ai fini del furto e avevano subìto così delle perdite di colore, oltre ad alcuni graffi e locali piegature, costringendo a completarle con i cosiddetti “falsi margini”, ai fini delle nuove intelaiature.
Fortunatamente, e contrariamente ad alcune voci espressesi nel periodo caldo, non sono state evidentemente arrotolate, cosa che avrebbe creato dei danni enormi e che è stata certamente non favorita sia dalle dimensioni dei dipinti, che dai precedenti lavori di restauro e consolidamento, i quali ne avevano garantito una certa stabilità.

Complessivamente e considerata la brutta avventura subita, possiamo tirare un respiro di sollievo.

Il metodo d’intervento utilizzato è stato diretto dal laboratorio di restauro della Sovrintendenza, a cui va il merito di aver coordinato i lavori interni ed esterni con un alto livello di consapevolezza.

Ai numerosi laboratori di restauro privati, esperti e accreditati, che hanno accettato di collaborare nel prendersi cura di questo patrimonio prezioso (Egidio Arlango, Pierpaolo Cristani s.n.c., Francesca Mariotto, Stefania Stevanato, Attilia Todeschini, Alessandra Zambaldo e Isabella Bellinazzo; Giuseppe Perotti per il materiale specialistico), va il grosso merito di aver donato al Museo di Castelvecchio e alla comunità tutta: competenze, tempo, materiale e lavoro in modo completamente gratuito, a sostegno del nostra arte e della nostra cultura.

Lorena Zanusso

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