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Il 22 ottobre al referendum sulla autonomia della Regione Veneto ci verrà chiesto: “Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?”.  Davvero un quesito di una genericità disarmante, e chi non gradisce maggiore autonomia? Ma autonomia su cosa?

Per fortuna la Costituzione, la più bella del mondo (definizione di Benigni),  aveva già previsto tutto agli articoli 116 e 117. La maggiore autonomia potrà vertere sulle materie concorrenti fra Stato e Regione nonché su giustizia di pace, istruzione, ambiente, ecosistema e beni culturali.  La maggiore autonomia concordata dovrà essere approvata a maggioranza assoluta dal Parlamento, ma per avviare le trattative non era necessario alcun referendum.

Il referendum servirà ovviamente a dare sostegno alle future trattative Stato-Regione, tanto più se si trasformerà in un plebiscito, ma è evidente la volontà dei promotori di ottenere visibilità in vista delle elezioni politiche che ormai non sono troppo distanti. Il tutto al costo, per la Regione Veneto, di almeno 14 milioni di euro.

Per quanto riguarda le indicazioni di voto, quasi tutti i partiti si sono espressi per il “Si”, anche il Partito Democratico forse in modo sofferto, mentre per l’astensione sembra schierarsi l’area della sinistra.

Ma il referendum potrebbe trasformarsi anche in un boomerang:  dato per scontato che i “Si” saranno in grande maggioranza, il successo dipenderà dalla affluenza che in Veneto era stata, alle politiche del 2013 del 81,6%, alle europee 2014 del 63,9%, alle Regionali 2015 del 57,2% ed al referendum del 4 dicembre scorso del 76,7%.   Ciò premesso, il 22 ottobre una affluenza inferiore al 65% non sarebbe da ritenersi un successo.

I manifesti della Lega titolano “Referendum sull’autonomia del Veneto”, ma quand’anche questo lungo processo andasse in porto si tratterà di ben poca cosa, perché il Veneto non potrà certo diventare una Regione a statuto speciale e nemmeno trattenere maggiore fiscalità, anche se ambiguamente si cerca di farlo credere.

Veneto e Lombardia sembrano aver fatto scuola perché proprio in questi giorni il Movimento 5 stelle ha depositato richiesta di consultazione referendaria sulla autonomia in Emilia Romagna e Liguria.

Ragionando su un orizzonte politico più ampio, è evidente la contraddizione fra una lenta ma continua cessione di sovranità dell’Italia verso l’Unione Europea e la richiesta di maggiore autonomia di alcune aree del Paese. Da una parte si vuole costruire gli Stati Uniti d’Europa mentre dall’altra rischiano di disgregarsi gli stati nazionali, e non solo in Italia, visto che la Catalogna in Spagna sta tentando di perseguire l’indipendenza.

Se guardiamo da un punto di vista economico in Italia sono le Regioni più ricche quelle che spingono per l’autonomia il cui fine, non nascondiamolo, è di trattenere più ricchezza da non condividere in modo solidale con le aree più povere del Paese.  Non molto diversa è la situazione in Europa dove la florida economia tedesca gode i vantaggi della moneta unica ma rifiuta compensazioni verso le aree meno ricche, ed anche solo di condividere gli Eurobond.

C’è un evidente parallelismo tra gli atteggiamenti politici, economici e culturali della ricca Germania nei rapporti con le altre nazioni europee specie del sud, e delle regioni più ricche del nord Italia rispetto a quelle del sud.

Se è difficile, anzi impossibile, costruire una vera Unione Europea in un contesto di scarsa fiducia e solidarietà, così anche l’Italia si ritrova fragile e disunita finché persistono spinte autonomiste che nascondono in realtà voglia di federalismo e forse di secessione.

Ma allora il 22 ottobre davanti alla scheda, prima di barrare il Si o il No, dovremmo chiederci: ci sentiamo più veneti o più italiani?

Claudio Toffalini

Claudio Toffalini

L'autore: Claudio Toffalini

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

Commenti (3)

  • Nelle intenzione dei proponenti, il referendum serve proprio a dare forza agli articoli della Costituzione, che diventerà veramente la più bella del mondo quando sarà applicata! Chi paventa altri fumosi propositi come la secessione o addittura l’insurrezione armata (sic), è solo in mala fede. Sono personalmente arcifavorevole al referendum ma non per questo mi sento meno italiano di quanto io sia veneto e veronese.
    Se poi, cari intellettuali di sinistra, per voi solidarietà significa perpetuare le inefficenze, gli sprechi e il malaffare ancora diffusamente radicati al sud, preferisco di gran lunga votare a destra.

  • Marcello

    Non sono d’accordo con chi anche a sinistra propugna l’astensione dal voto. A maggior ragione perché c’è il quorum. Sono dell’opinione che la partecipazione al voto, anche se soltanto consultivo, sia una prerogativa del cittadino democratico che ama partecipare alla tenzone esprimendosi per il Sì, per il No o con scheda bianca o nulla. Indipendentemente da chi abbia promosso il Referendum.

  • Giorgio Massignan

    Il mito che l’autonomia regionale possa bloccare gli sprechi, la corruzione ed il malaffare è falso. Voglio ricordare il recente scandalo del MOSE, o i bilanci in rosso, o le spese inutili, o i tanti casi di corruzione che hanno ridotto le Regioni a tante piccole ma voraci Roma. Ma il mio timore più grande è che la gestione dei beni culturali, storici, architettonici e archeologici possano passare dal controllo statale a quello regionale. Nel Veneto abbiamo chiari esempi di come funziona male la gestione del territorio affidata alla Regione. Il quasi disastro del passaggio alle competenze della Regione dei parchi naturali ne è un chiaro esempio. Tutto questo non perché i veneti siano meno ‘bravi’ dei romani, ma per il semplice motivo che quanto più i controllori sono vicini ai controllati, tanto più, il controllo risulta deficitario e i casi di corruzione e di malaffare aumentano. Motivi elettorali, clientelari, se non peggio, spesso favoriscono una conduzione amministrativa non obiettiva e giusta. Fosse per me, determinati settori come quelli relativi alla gestione del territorio, alla tutela dell’acqua, dell’aria e del nostro patrimonio naturale, storico e culturale, li affiderei a dei commissari che non abbiano l’esigenza e possibilità di essere rieletti. Forse sarà un caso, ma Roma ha vissuto i suoi momenti migliori, o meno peggio, quando ad amministrarla era arrivato un commissario.

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