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Venerdì 22 settembre, è stato salutato ufficialmente il ritorno al Museo di Castelvecchio delle opere trafugate il 19 novembre 2015 e recuperate il 21 dicembre 2016, dopo un intenso sforzo investigativo e diplomatico. Sabato e domenica, al prezzo simbolico di un euro, si potranno tornare ad ammirare al museo dopo l’intervento di restauro curato dalla Soprintendenza.

Ieri presso il Museo di Castelvecchio, una sala Boggian gremitissima per l’incontro che ha presentato e raccontato la vicenda del doloroso furto che aveva sottratto a Verona e all’Italia intera 17 opere d’arte di valore inestimabile.
La prima comunicazione fatta relativa ad un’aggressione era risultata poco dopo molto più grave e inizialmente poco comprensibile, essendo le opere selezionate praticamente invendibili.
Ricordiamo che anche tra i colleghi si erano valutate molte ipotesi, tra cui la pista del terrorismo internazionale, poi assolutamente tralasciata, in quanto non pertinente. Assieme ad esse, molte spinte, richieste più o meno pubbliche, compresa la stampa, per sapere, per capire.

In particolare il Sostituto Procuratore Ottaviano, che ha coordinato le operazioni, ha sottolineato come tutta l’indagine sia stata giustamente tenuta riservata e come ciò abbia contribuito a portare a risultati veloci, faticosi, ma veloci e precisi per una vicenda di questo tipo. Come hanno sottolineato anche gli altri relatori, fondamentale è stato l’atteggiamento di collaborazione evidenziato da parte di tutte le diverse forze di polizia, dalla municipale, all’arma dei carabinieri – soprattutto la sezione per la tutela del patrimonio artistico – alla polizia e alla polizia giudiziaria. Il lavoro è stato intenso, quotidiano, fatto di un numero altissimo di ore dedicate all’analisi di materiale documentario, audio e video, soprattutto per i primi 40, 50 giorni, durante i quali vi sono stati per i collaboratori coinvolti ritmi di attività fino a 15 ore quotidiane, spesso senza pause.

Il Sostituto Procuratore ha sottolineato come lo stesso lavoro riguardante le ben tre rogatorie internazionali non sia stato semplice, sia per la situazione complessa che per la differenza di ordinamento giuridico e di lingue locali fra i Paesi coinvolti. Fortunatamente le forze di polizia della Moldavia sono state collaborative – tanto che i cittadini locali sono stati ad un certo punto addirittura increduli rispetto ai risultati ottenuti -, tranne in un momento, quando i nostri investigatori si sono trovati, a marzo del 2016, il mese degli arresti, a pochi passi dai quadri. Per motivi a tutt’oggi non chiari nemmeno alla Procura, la polizia giudiziaria moldava aveva infatti negato il permesso alla perquisizione di un edificio, poi risultato custodire in quel momento le opere.

Si era capito che gli organizzatori del furto non erano specialisti d’arte, ma già esperti di questo tipo di azioni, anche relativamente al trasporto internazionale, che alcuni di essi erano stati segnalati in precedenza e che, infine, una strada per la vendita delle opere era stata prevista. Da lì in poi il balzo verso le note difficoltà con il governo ucraino, con cui gli sviluppi sono stati diversi rispetto alla prima fase, tanto da dover richiedere l’intervento di Eurojust a supporto dell’impresa.

Una nota particolare di merito è stata riconosciuta a quei rappresentati delle nostre forze dell’ordine, che hanno letteralmente presidiato i luoghi extranazionali coinvolti nella vicenda non fino al ritrovamento, ma fino al rientro delle opere, in qualche caso proponendosi addirittura di pagare il proseguimento della missione dopo il ritrovamento di tasca propria, convinti che, in caso di mancata presenza, forse lo stesso non sarebbe stato così certo.

Una vicenda che, come ricorda il Sindaco, non deve ripetersi (e speriamo che le evidenti mancanze riguardo la sicurezza di quel momento siano state corrette ndr) ma che è stata un esempio positivo di lavoro comune verso una grossa ferita locale e nazionale.

Ricorda il Vice Questore Di Benedetto un giovane collaboratore, in quei giorni caldissimi e densi, ancora seduto allo schermo alle 23, in piena chiusura degli uffici, e cui non spettava il ruolo di sostenere lo spirito di squadra, con gli occhi arrossati e stanchi lo aveva guardato dicendogli: «Dottore, riporteremo i quadri casa».

Lorena Zanusso

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