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Sì o no ai social? Qual è l’utilità delle community? Cellulari, tablet, sono diventti estensioni corporeee, è vitale essere sempre connessi, avere un account di Facebook, WhatsApp,Twitter o Instagram. Ma questo è positivo?Antonio Mazzei sembra non avere dubbi a riguardo.

Premessa necessaria: tifo Roma dal 31 ottobre 1971, quando mio padre mi portò all’Olimpico a vedere la Magica di Franzot e Zigoni sconfiggere per 3 a 1 l’Inter campione d’Italia. Ecco perché domenica mattina, mentre aiutavo mia moglie nelle faccende domestiche, ascoltavo in streaming l’unica delle emittenti capitoline che, a mio parere, affronta con una certa pacatezza le vicende della squadra giallorossa. Nella diretta telefonica, un ascoltatore, dopo aver affermato che il 3 a 0 della Roma sulla formazione allenata da Fabio Pecchia era stata ottenuto contro una squadra modesta, diceva polemicamente che su Wikipedia, sotto la voce “gioco di Di Francesco” (che è l’allenatore dei giallorossi) non si trova  nulla. Pronta la replica del conduttore, il quale ribatteva che il non essere citati sulla rete non è indice di scarsa professionalità.

Questa risposta mi ha fatto tornare in mente quanto avvenuto il giorno prima, durante l’incontro organizzato per conoscere la nuova direttrice di questa testata. Nell’occasione, ho ricordato che a giugno, durante uno dei corsi formativi che gli iscritti all’Ordine dei giornalisti devono obbligatoriamente seguire, al relatore che aveva rilevato come tutti gli operatori dell’informazione fossero ormai su Facebook, avevo risposto che io non c’ero, così come non ero su Twitter, Instagram, WhatsApp e, mostrando il mio cellulare da 19,90 euro, avevo proclamato enfaticamente: «Social non mi avrete!».

Ora, avendo fatto mio la posizione di Benedetto Croce “Nostro compito non è giudicare, ma capire”, evito qualsiasi giudizio di valore su chi usa i social, anche perché io comunque uso Internet; faccio però fatica a comprendere come sia accettabile un aumento, nei primi sei mesi di questo 2017, delle vittime di incidenti stradali grazie anche alla distrazione causata dagli smartphone, definiti non più tardi di due mesi or sono dal Capo della Polizia “una iattura”.
È chiaro che sulle strade la distrazione non è causata solo dagli smartphone, ma il punto non è questo. L’abuso dei social impone di considerare problemi ormai storici: il perduto primato della lettura e della parola scritta, il perduto fascino delle pagine dei libri e dei giornali, il perduto prestigio di strutture disciplinari come la scuola.

Oggi che nuovi sono i mezzi di comunicazione, nuova la fretta, nuovo è il palcoscenico dove si svolge la vita umana, la notorietà si misura in minuti: è sufficiente una sgraziata presenza di un quarto d’ora su qualche social forum. Nei suoi Sermones scritti tra il 1227 ed il 1231, sant’Antonio di Padova affermava che discutere significa esaminare attentamente i diversi ragionamenti. Nel nostro tempo si discute sempre meno nei bar, nelle piazze, nei luoghi di lavoro, e sempre più sui social giacché “siamo quello che postiamo”, come dice lo slogan scelto il 15 giugno scorso dai vertici delle Forze armate e di polizia che si sono ritrovati a Roma per sensibilizzare le donne e gli uomini in divisa sull’abuso di Facebook, Instagram e Twitter.

Concludo da dove avevo iniziato. Quel 31 ottobre avevo dieci anni, era domenica, il giorno dopo saremmo rimasti a casa da scuola sino al 4 novembre, le partite iniziavano alle 14:30, non c’erano i lumi a petrolio perché c’era la luce elettrica. Non c’erano i social, ma c’era più società e più socialità.

Antonio Mazzei

Antonio Mazzei

L'autore: Antonio Mazzei

Antonio Mazzei è nato a Taranto il 27 marzo 1961. Laureato in Storia e in Scienze Politiche, giornalista pubblicista è autore di numerose pubblicazioni sul tema della sicurezza. antonio.mazzei@interno.it

Commenti (1)

  • Alberto Ballestriero
    Alberto Ballestriero Rispondi

    George Orwell in “1984” aveva previsto che lo Stato avrebbe usato la tecnologia come mezzo di controllo sociale. In realtà oggi sta avvenendo qualcosa di più inquietante: siamo noi stessi cittadini, utenti, consumatori che stiamo comunicando i nostri dati a soggetti privati. Ci stiamo consegnando allegramente a poteri opachi che possono controllarci.

commenti (1)

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