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Marco Baliani, fondatore del teatro di narrazione, presenta a Tocatì, accompagnato dal Prof. Pasqualicchio, il suo ultimo libro Ogni volta che si racconta una storia, edito da Laterza.

Il chiostro del conservatorio è gremito, dalle persone ma anche dal canto e dal suono degli alunni, nonché dalle campane, che Marco porta dentro il discorso, come un’ulteriore narrazione. Le campane, gli ha spiegato un monaco, rintoccano non per segnare il tempo, ma indicare l’eternità. Ed è proprio il tempo, la pausa, il concederli a noi stessi, uno dei temi che muovono il suo testo. Lo chiama “una raccolta di pensieri narrati”, nati da un’esplorazione, che gli è propria, di tutti i momenti in cui gli esseri umani si raccontano storie, ovvero quelle situazioni in cui qualcuno lo fa e gli altri stanno ad ascoltare. Pasqualicchio ricorda che Baliani ne ha fatto una vera téchne, agendola e insegnandola, ma che concretamente ognuno di noi è un narratore. È un’azione che facciamo sempre, seppure in modi qualitativamente diversi. Si tratta di una necessità, non diversa da quella di cibarsi, per quanto la nostra civiltà sia focalizzata sulla priorità della parola scritta. Ma pensando solo a due contesti tra loro estremi, il bisogno dei bambini di raccontare e ascoltare narrazioni, soprattutto per ‘ereditare la vita’ dai grandi, e la potenza dimostrata nella storia da alcune voci nel virare testi religiosi sacri provocando come effetto delle catastrofi, possiamo renderci conto di quanto lo scritto, l’ordinato, possano non rispondere veramente alla gerarchia linguistica che pensiamo di vivere. L’oralità ha il corpo, che fa tutto, ha l’errore, che può darle forza, ha il dialetto, che possiede accenti che una lingua codificata non ha.

Si dice che gli indiani d’America chiedano ogni giorno ai bambini i sogni fatti. Noi, dice, dobbiamo diventare adulti e andare da uno specialista per sentircelo chiedere. E proprio perché qualcuno si occupa di noi e ce lo chiede, siamo in grado di ricordarli e raccontarli.

Lorena Zanusso

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