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Parlare di Scuola o della sua riforma in Italia non è facile per nessuno, e pure per me, appassionato insegnante (ora in pensione), senza tener conto dei condizionamenti di due fattori: la fragilità economico-finanziaria del Paese (che ha sempre frenato in campo scolastico i grandi investimenti economici che sarebbero  invece necessari nel settore edilizio e nella preparazione e valorizzazione dei docenti), e la particolare tendenza umanistica dei suoi primi artefici (Casati, Croce e Gentile) e dei successivi interpreti, che ha sempre (o quasi) considerato la cultura matematica e le materie scientifiche come espressioni di una sotto-cultura, ma che ha avuto il merito, lo riconosco, di aver promosso e diffuso in tempi difficili e in quasi tutto il Paese l’istruzione elementare.

Ci provo lo stesso, per sommi capi, parlando però di media e superiore. Dopo la scuola autoritaria e classista di Gentile (1923) il primo serio tentativo di riforma, sulla base dei nuovi diritti costituzionali (art.34), si è avuto nel ’63 con la riforma della scuola media e l’abolizione delle scuole d’avviamento professionale, scuole che non permettevano il proseguimento degli studi (nemmeno negli Istituti tecnici, per cui serviva un esame d’ammissione!). Al contrario la nuova scuola unica consentiva di passare direttamente a tutte le scuole superiori (compresi i Licei), rendendo così fruibile a tutti il diritto all’istruzione.

Quanto alle Superiori non fecero in tempo ad essere riorganizzate seriamente nel secolo scorso, nemmeno dalla legge 30/2000 di Luigi Berlinguer sui cicli scolastici, a causa del repentino cambiamento di maggioranza politica. Così fu la legge delega 53/2003 del ministro Letizia Moratti a fissare i tempi dei cicli e gli indirizzi della secondaria. Inoltre, in alcune classi (seconda e quinta primaria, terza media e seconda superiore) furono introdotte delle verifiche sistematiche sulle conoscenze degli studenti e sulla qualità dell’offerta delle varie Scuole, attraverso le prove INVALSI (Istituto nazionale per la valutazione).

Nel 2015, finalmente, la legge 107 del governo Renzi si è occupata d’innovare, tra luci ed ombre, la Scuola italiana, aumentando i poteri del dirigente scolastico, introducendo un sistema di valutazione del personale docente e la possibilità per gli studenti di personalizzare parzialmente il piano di studi (se previsto dal piano dell’Offerta formativa) ma anche l’obbligo dell’alternanza di ore di scuola a ore di “lavoro”, anche nei Licei. Oggi, infatti, gli studenti dai 15 ai 18 anni si preparano all’esame di Stato mostrando di aver svolto attività esterne, discutibili sul piano formativo ma riconosciute dall’Istituzione scolastica, che ha ricevuto per legge la possibilità di stabilire dirette convenzioni con le imprese, o con enti pubblici e privati.

Intanto gli stipendi degli insegnanti, bloccati da almeno un decennio, svalorizzati dalla crisi immanente e agli ultimi posti nelle classifiche europee, saranno forse in futuro leggermente aumentati, soprattutto se dovesse riprendere un dialogo costruttivo con i sindacati, uno dei quali ha ricostruito, come in tabella, l’entità dello “scippo” complessivamente subito negli ultimi anni. È questa una delle ragioni del malcontento diffuso tra gli operatori e che non favorisce affatto la “buona scuola”.

Valori medi per qualifica

Fonte: Elaborazione dati Rubino (CGIL)

La fine del precariato docente, da tutti invocata, non passa certamente negando il valore abilitante dei corsi già avviati svolti con successo e riconosciuti o suscitati in funzione dei futuri concorsi triennali; purtroppo il precariato si alimenta, in continuazione, inevitabilmente, non solo a causa delle assenze per malattia o gravidanza ma anche per ragioni amministrative a seguito dei numerosi ricorsi indotti dalla pletora dei provvedimenti ministeriali fin qui intervenuti. Da qui il caos amministrativo all’inizio di ogni anno scolastico.

Ha poi generato un certo dissenso l’ultimo decreto del Ministro Valeria Fedeli, che autorizza cento Scuole italiane a sperimentare, a partire dal prossimo anno (2018-20199, in una classe, progetti innovativi metodologico-didattici finalizzati alla realizzazione di percorsi quadriennali, senza diminuire il monte ore complessivo del normale percorso quinquennale.

A mio parere, questa sperimentazione è incongruente e inaffidabile, se pensata per essere applicata sul territorio: 100 scuole sono poche, e si può presumere che siano anche tra le meglio attrezzate, sia nei laboratori linguistici che nelle tecnologie digitali. “Ottimo”, sottolinea polemicamente il prof. Giovanni Pacchiano sul Fatto del 9 agosto: “circa 250 ore in più all’anno. Con più ore di lezione al giorno, o una pausa a fine mattina in istituti ovviamente sprovvisti di mense. Una delizia. O il prolungamento dell’anno scolastico, con la maturità nel cuore dell’estate. Non bastasse: a quando verranno destinate le ore dell’alternanza scuola-lavoro? A Natale? A Pasqua? D’estate?”.

Ma i “Licei brevi”sono finanziati però e vi si spendono soldi e risorse umane: non è che questa sperimentazione anticipi la scelta (non dichiarata) di diminuire di un anno la durata della superiore al solo scopo di ridurre la spesa sui professori? Proprio in Italia? Con i noti problemi di scolarizzazione? A che serve? A chi? No, questo decreto non favorisce per niente in Italia la buona scuola. Meglio ritirarlo e puntare invece sul miglioramento della didattica.

Marcello Toffalini

Marcello Toffalini

L'autore: Marcello Toffalini

Marcello Toffalini è nato nel 1946 ed è cresciuto nella periferia di Verona tra scuola, parrocchia e lotte sociali. Ha partecipato ai moti universitari padovani e allo sviluppo delle Scuole popolari di Verona. Si è laureato in Fisica a Padova nel 1972 e si è sposato nel 1974 con rito non concordatario. Una vita da insegnante di Matematica e Fisica presso il Liceo Fracastoro, sempre attratto da problematiche sociali e scientifiche. In pensione dal 2008. Nonno felice di tre nipotini. Altri interessi: canta tra i Musici di Santa Cecilia. ml.toffalini@alice.it

Commenti (2)

  • Caro Marcello, nella tua rassegna delle riforme scolastiche hai dimenticato l’ultima è più devastante, quella Gelmini-Tremonti. Se vuoi ti aggiorno sui suoi effetti sugli Istituti tecnici, fortemente penalizzati

    • Marcello

      Nessun problema. Puoi farlo qui, se lo credi opportuno. Io dovevo fare i conti con uno spazio che non poteva essere debordante. Vai, Marco, devastante lo sarà.
      Ciao
      M.

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