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Lavoro, pensioni, reddito di inclusione nodi cruciali della politica e della vita degli italiani e delle italiane. Il governo sta concentrando gli sforzi sul versante pensioni,  ma non sarebbe opportuno occuparsi prima della radice del problema? Ovvero il lavoro che non c’è? Questo si chiede Claudio Toffalini.

Sorprendente questo governo, che si preoccupa delle pensioni che avranno, da vecchi, i giovani che oggi sono disoccupati o sottoccupati. Encomiabile lungimiranza o fumo negli occhi per nascondere l’incapacità di risolvere la carenza strutturale di lavoro?

Poletti sa bene, e prima di lui la ex ministra Fornero, che chi avrà avuto la sfortuna di una carriera lavorativa discontinua non potrà accedere alla pensione di anzianità (in quanto inferiore a 1,5 volte la sociale di 447 euro/mese) ma a quella di vecchiaia a 70 anni e più. E con una crisi che dura da quasi 10 anni, la disoccupazione all’11%, precarietà e sottoccupazione diffuse, un’ampia fascia di giovani fra i 25 ed i 35 anni si troverà in tali condizioni.

Per questo il ministro ha allo studio una revisione normativa al fine di concedere una anticipazione di qualche anno della pensione, con una integrazione sociale fino a raggiungere un totale di circa 670 euro.

Probabilmente il ministro Poletti ha capito che tenere al lavoro le persone oltre i 65 anni, non professori universitari, bensì operai ed impiegati magari addetti ad attività usuranti, è non solo una crudeltà umana ma anche una inefficienza in termini economici, sia per le imprese che per la previdenza.

Infatti è certamente più conveniente per l’impresa sostituire un lavoratore anziano con uno giovane, più efficiente e che costa meno, grazie anche agli sgravi contributivi. Ed anche per il bilancio dello Stato tanto vale anticipare di qualche anno l’erogazione di una modesta pensione ad un 65enne, dato che diversamente quei soldi sarebbero spesi in sussidi di disoccupazione.  Già, perché comunque ci pensa il mercato, ed un imprenditore senza scrupoli sa come “liberarsi” delle persone  ritenute non più idonee e produttive.

Il ministro Poletti, con questa proposta, sta riconoscendo che il sistema pensionistico contributivo regge (e male) solo se la carriera lavorativa è stata continua e con reddito soddisfacente, altrimenti esaspera le disuguaglianze sia ritardando la pensione a persone ormai anziane che offrendo loro un reddito inadeguato.

Ma non sarebbe meglio che il ministro del lavoro Poletti si occupasse del lavoro che non c’è?  Risolverebbe infatti il problema alla radice e non dovrebbe preoccuparsi delle misere pensioni del futuro.

Ed invece no, il governo si preoccupa del “reddito di inclusione”, ovvero una mancetta per tirare a campare a chi redditi ne ha troppo pochi trovandosi ai margini del mercato del lavoro. Qualche soldo per far superare la soglia di povertà e far apparire meno impietose le statistiche Istat, anziché attivare vere politiche per il lavoro.

Ed è questo il nocciolo del problema: questo governo non è che non sa o non vuole, semplicemente opera in coerenza con l’adesione ai trattati europei ed ai vincoli della moneta unica, che di fatto stanno pericolosamente scalzando i principi fondanti della Costituzione italiana, a partire dall’articolo 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

Peraltro lo vediamo tutti i giorni: Governo e Parlamento si limitano a ratificare decisioni della Commissione europea, le manovre economiche e di bilancio devono passare preventivamente al vaglio rigoroso di Bruxelles, sono soggette ai vincoli del fiscal compact, e le scarse flessibilità di bilancio sono  state contrabbandate con obblighi sui migranti.

Il problema del lavoro che manca non è legato ad una temporanea congiuntura economica sfavorevole, ma è strutturale.  Strutturale nel senso che è legato a doppio filo con la condivisione di una moneta troppo forte per l’economia italiana, e troppo debole per la Germania, che penalizza le nostre esportazioni e favorisce quelle tedesche, imponendo all’Italia niente altro che di svalutare il lavoro per riconquistare mercati e competitività.

Questi sono i risultati della adesione ad una Unione Europea pasticciata e ad una moneta unica senza Stato dove dettano legge la finanza internazionale, la globalizzazione ed il liberismo economico. Non era l’Europa che avevamo sognato e nemmeno quella che ci era stata promessa.

A questo è servita l’austerità dei governi da Monti fino a Gentiloni:  a ridurre la domanda interna che attraverso la crisi, con  la chiusura di aziende (e di banche), ha determinato un aumento dei disoccupati e  quindi la riduzione di salari e stipendi.  Stiamo lentamente tornando competitivi sui mercati internazionali, al prezzo di milioni di disoccupati.

Il Ministro Minniti sui migranti ha temuto per la tenuta democratica del Paese. Ecco, forse dopo 10 anni di crisi, dovrebbe a maggior ragione, riguardo al lavoro che non c’è, temere altrettanto. Nel frattempo magari rileggersi la Costituzione italiana, a cominciare dall’articolo 1.

Claudio Toffalini

Claudio Toffalini

L'autore: Claudio Toffalini

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

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