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Ultimi giorni per visitare la retrospettiva dedicata a Toulouse Lautrec, allestita a Palazzo Forti fino al prossimo 3 settembre. La penna di Lorena Zanusso ci guida tra 170 opere che compongono l’esposizione dedicata all’aristocratico bohémien padre della grafica moderna.

Sono le prossime le ultime giornate utili per visitare l’esposizione dedicata a Toulouse Lautrec, allestita a Palazzo Forti fino al prossimo 3 settembre.
Una mostra intensa, costituita da 170 opere, tutte appartenenti al Museo Herakleidon di Atene, che ne ha concesso l’utilizzo. Un ventaglio di dieci sezioni, dedicate alle tematiche più caratterizzanti e al centro del percorso dell’artista.

Costretto ad una vita piuttosto sedentaria a causa dei gravi problemi di salute, Lautrec coltiva inizialmente per distrarsi quello che per alcune generazioni era stato un vezzo di famiglia, il disegno. Già brilla durante la scuola, quando imperversano le caricature dei compagni e degli insegnanti. Un’ironia, la sua, che gli permetterà di affrontare le sue condizioni e si tradurrà in una vena per certi versi poco compresa dai suoi stessi formatori – spesso di corsi privati, proprio perché la salute non gli permette altrimenti – e dal pubblico di gusto tradizionale, ma che diventerà un’icona della Belle Epoque e un punto fermo nell’espressione successiva dell’arte grafica.

Perfino il nostro stesso immaginario delle locandine dell’epoca riposa proprio lì, infatti, in questa rottura dirompente dell’artista nell’eseguire ritratti di personaggi contemporanei, appartenenti al mondo dello spettacolo, senza la minima volontà di idealizzarli ma, anzi, di sottolinearne nel bene e nel male le caratteristiche salienti, fisiche e, per quanto il disegno lo permetta, caratteriali.

I miti di Lautrec non sono più le icone che fanno la storia delle grandi date, ma quelli che vivacizzano i cabaret, i teatri e i café parigini del periodo e nei quali egli trova rifugio. Vicino alla loro originalità, come alla vita delle prostitute, infatti, non si sente solo, diverso, né escluso. E’ un mondo non patinato, dove un volontario andare al di là e contro le regole la fa da padrone.

E così sono anche i tagli che egli dà a molti disegni – nei quali non si può non notare qualche influenza di Monet, dirimpettaio di studio per un certo periodo – tradotti stupendamente in grafiche di una qualità tecnica in diversi casi molto vicina all’unicità di tratto del disegno originale.

Nella sua irriverenza, campi di colore e dinamismo della linea diventano due strumenti contestuali attraverso cui raggiunge un’immediatezza travolgente, tanto da suscitare in qualche caso il rifiuto persino dei committenti, come accadde per il noto cantautore dell’epoca, Aristide Bruant, che dovette imporre all’organizzatore di alcuni suoi spettacoli il manifesto di Lautrec, bandito in un primo momento.

Sebbene il percorso della mostra, curato da Stefano Zuffi, sia strutturato in modo tradizionalmente rigoroso, vi è spazio per una forma di visita che in qualche modo fa ripensare a come la possibilità semplicemente di interagire con contesti ed elementi sia già di per sé una risposta alla domanda imperante, anche per gli allestimenti espositivi, di interattività. La sala “giusta” diventa infatti un’imitazione di un cabaret, dove viene proiettata una sequenza d’epoca del ballo, anche per noi, più rappresentativo, il can can, anticipato da una vetrina stilisticamente in linea, dove vengono esposti alcuni capi d’abbigliamento adatto a quelle occasioni.

Allo stesso modo in una delle sale dedicate ai disegni e alle raccolte di grafica, una selezione di strumenti di lavoro fa entrare per un momento nella quotidianità di una delle attività artistiche trasversalmente più difficili in assoluto, allora come oggi, seppure il mercato abbia faticato nel tempo a riconoscere anche all’incisione e alla grafica il loro dovuto spazio, soprattutto nel sud Europa.

Infine, la mostra non prescinde da riflessioni che sono particolarmente nostre: il rifugio in forme di comunicazione, per tipologia, di grande diffusione, non tradizionali, che possibilmente non riconoscano molto il codice ma che, piuttosto, lo storpino o lo abbrevino e lo modifichino, figlie di una volontà di immediatezza che sembra dimostrare una sete mai spenta di nuovo, di trasformazione, di presente.

Lorena Zanusso

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