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profuga nigeriana

Sono arrivati. Anzi, sono arrivate… infatti sono famiglie quelle giunte a Pescantina nella ex casa Vezza, undici bambini dai tre mesi ai tre anni e relativi genitori.

Siamo alcune donne di Pescantina, facciamo parte di un gruppo che già aveva denunciato il comportamento violento espresso nel corso dell’assemblea cittadina svoltasi nel teatro Comunale nell’ottobre 2016 e riguardante il possibile arrivo di profughi in paese.
Nel frattempo nella cittadinanza è maturata la richiesta di ospitare nuclei familiari e non “giovani maschi assatanati”, ed ora che tale richiesta è stata esaudita riducendo così la preoccupazione degli abitanti, la delusione e l’avversione si è comunque manifestata con presidi, invettive, offese, striscioni razzisti e scatenamento di commenti sui social. Niente di nuovo. Da questi commenti traspare una rappresentazione semplicistica del fenomeno migratorio, come se con un colpo di spugna potessimo cancellare processi epocali, storie individuali, fatti e persone. Evidentemente il problema non sta solo lì, ovvero nella preoccupazione per la sicurezza.
Questi comportamenti hanno altre radici: nel pregiudizio, nella paura per la propria incolumità e per lo sgretolamento delle proprie tradizioni e interessi, in una sorta di convinzione suprematista… Il semplice concetto di rispetto della persona, non essendo radicato nell’etica e nel sentire, si sta traducendo in aggressioni e insulti contro gli ospiti, contro gli operatori che li seguono, nonché contro le persone dell’amministrazione che ci rappresentano e che sono chiamate a gestire questi arrivi. Ci riferiamo sia al grave atto intimidatorio accaduto nella notte scorsa (tra sabato e domenica), quando “qualcuno” ha scagliato un boccale di birra contro l’abitazione del sindaco, sia alle pesanti offese ricevute da alcune di noi, compresa una signora ottantaduenne rappresentante della S. Vincenzo parrocchiale, che ci siamo recate a fare una prima visita conoscitiva alla comunità.

La maggior parte dei pescantinesi non è però quella che manifesta contro i richiedenti asilo. Di fronte all’arrivo di queste 23 persone ghanesi, camerunensi e nigeriane, di fronte a questo evento nuovo, insieme inevitabile e temuto ma che va visto come un tassello all’interno del più vasto movimento migratorio, c’è un’altra parte della cittadinanza che si sta interrogando su come comportarsi. Anziché rifiutarli tout court alimentando quella che Padre Zanotelli definisce “paranoia dell’invasione, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi” , non è preferibile gestire l’accoglienza localmente con le nostre possibilità istituzionali e personali?
In una società civile, e in particolar modo, in una comunità con radici cristiane, davanti alla necessità di accogliere, ci si potrebbe aspettare di fare nostro il passo del Vangelo di Matteo in cui Gesù, parlando ai discepoli del giudizio universale dice “(…) ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi(…) e quello che farete al più piccolo dei miei fratelli, l’avrete fatto a me (…)“, indicando in questi atteggiamenti solidali la via per la propria salvezza.

Ma senza ambire ad imitare il Maestro, che ci richiederebbe di essere “eroici”, ci possiamo semplicemente appellare a valori civili quali la pace e la solidarietà come risposta umana a situazioni di dolore, sopraffazione, violenza, povertà a noi sconosciute ed inimmaginabili, peraltro talvolta determinate da scelte ed interessi geopolitico-economici dei paesi occidentali.
Prima che extracomunitari, migranti o altro, essi sono esseri umani, persone che hanno la sola “colpa” di essere stranieri, di pelle e cultura diversa dalla nostra, e soprattutto di cercare per se stessi e i loro figli un futuro dignitoso.
Ora, volenti o nolenti, queste famiglie sono tra noi. Non potrebbe questa essere anche occasione di scambio reciproco e perchè no, di gioioso arricchimento, non fosse altro che per giungere a una convivenza più pacifica e di ben-essere sociale per noi oltre che per loro?

Pensiamo comunque che l’accoglienza sia preliminare al successivo e ineludibile tentativo di integrazione, e che entrambi si realizzino attraverso la relazione interpersonale: occorre conoscere e capire le persone, i loro nomi, il loro vissuto spesso drammatico e guardare i loro volti da pari a pari.
La popolazione di Pescantina di cui facciamo parte desidera e saprà mettere in campo attitudini, competenze, coraggio, nuove soluzioni, semplici e concreti gesti di vicinanza ed aiuto. Abbiamo bisogno di tutto fuorché di superficialità e di false rappresentazioni della situazione.
Solo così non si rischia di ridurre l’integrazione ad una parola vuota.

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