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occupazione

Per favorire l’occupazione servono investimenti pubblici, quelli che da Monti in poi sono stati tagliati, e per decine di miliardi di euro. Solo questi potranno rimettere in moto l’economia, aumentare i posti di lavoro, aumentare il PIL e nonostante la spesa far diminuire il rapporto debito/PIL.

Quando mensilmente sono diffusi i dati Istat sulla disoccupazione è tutta una girandola di numeri: l’indice dei disoccupati, degli occupati, degli scoraggiati, degli inattivi, poi la disoccupazione giovanile, quindi l’occupazione maschile e femminile, poi il confronto con i il trimestre precedente, da inizio anno o con lo stesso periodo dell’anno precedente.
La sensazione è che, nel turbinio dei dati, si voglia di volta in volta estrarre dal cappello i numeri più utili a mascherare i veri problemi, per far credere che va tutto bene e che ormai siamo fuori dal tunnel.
Per carità, nessuno mette in dubbio l’indice della disoccupazione in Italia che a giugno era pari all’11,1% come da tabella Eurostat e secondo la quale fanno peggio di noi solo la Spagna (17,1%) e la Grecia (21,7%), ma l’indice dei disoccupati da solo non dice tutta la verità.

Sono addirittura 6 gli indici rappresentativi della disoccupazione pubblicati dal Bureau of Labor Statistics degli Stati Uniti, ma senza andare troppo nei dettagli possiamo dire che quelli più rappresentativi sono l’indice U-3, che corrisponde al tasso di disoccupazione già ben noto, e l’U-6 che misura la quantità effettiva di lavoro disponibile e non pienamente utilizzata dal sistema produttivo. L’indice U-6 somma insieme oltre ai disoccupati, anche i c.d. scoraggiati, i momentaneamente inattivi ma disponibili al lavoro e tutti i part-time involontari che vorrebbero lavorare a tempo pieno.
Attualmente negli USA l’indice U-3 è pari al 4,7% e l’U-6 è al 9,2%, ma com’è la situazione in Europa?
Questa la tabella pubblicata sul blog Goofynomics dell’economista Alberto Bagnai e sul Fatto Quotidiano del 17 agosto u.s. e che riporta l’indice U-6 e le sue componenti per i principali Paesi della Unione Europea.
L’indice U-6 della disoccupazione in Italia risulta pari al 30,4%. In questa classifica, purtroppo, siamo addirittura primi, davanti a Spagna e Grecia. Salta all’occhio sia l’elevato numero di scoraggiati, cui contribuisce anche lo storico non efficace funzionamento dei Centri per l’impiego, che dei sotto-occupati involontari ma che stanno tuttavia cercando un lavoro a tempo pieno.

L’indice U-6, conteggiando tutto il potenziale umano alla ricerca di lavoro, inquadra il problema della disoccupazione in modo più veritiero, e purtroppo evidenzia una situazione molto più grave e drammatica di quanto ci viene quotidianamente raccontato. L’Istat, come noto, conteggia i c.d. scoraggiati a parte come non fossero disoccupati, ma in realtà si tratta di persone che il lavoro lo desiderano da tempo senza trovarlo, e chi rientra in questa categoria sa bene quanto sia deprimente ed umiliante ricevere continui rifiuti alla propria offerta di lavoro.

Per quanto riguarda i lavoratori part-time involontari, l’Istat li conteggia come occupati (come tutti coloro che hanno lavorato almeno 1 ora nella settimana precedente la rilevazione), ma in realtà costoro stanno cercando un lavoro a tempo pieno, tenuto presente che un reddito part-time è di fatto un reddito di povertà e che anche un reddito pieno, da solo, è praticamente insufficiente per una famiglia.

Il tutto senza considerare la precarietà di chi il lavoro pure ce l’ha, ma a tempo determinato, senza prospettive di continuità e con una eterna incertezza fra la speranza di un ulteriore rinnovo del contratto e l’inizio di una nuova ricerca.

Il Sole24ore titolava nei giorni scorsi “Poletti: 2 miliardi per il bonus giovani, obiettivo 300mila posti”, e ben vengano le iniziative volte a favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, data la drammaticità della disoccupazione giovanile in Italia al 37%. Leggiamo però bene questi annunci oltre le righe: i 2 mld serviranno per ridurre il costo del lavoro ed andranno quindi alle imprese e non al lavoro, ed i 300mila posti di lavoro non saranno posti di lavoro “aggiuntivi” ma “sostitutivi”. Le imprese grazie all’incentivo preferiranno assumere un giovane anziché un meno giovane: semplificando, sarà assunto il figlio al posto del padre, che costa di più e non ha l’incentivo.
Le imprese assumono se il mercato “tira”, cioè se ciò che producono sarà venduto, altrimenti non c’è incentivo che tenga, in tempi di recessione o scarsa crescita economica le imprese non si arrischiano di certo ad assumere, eventualmente licenziano. Gli incentivi, pur utili a ridurre il costo del lavoro, da soli non creano occupazione, se non in misura minima e nel lungo periodo.

Per favorire l’occupazione, ormai lo sanno anche i sassi, servono investimenti pubblici, quelli che da Monti in poi sono stati tagliati, e per decine di miliardi di euro. Solo gli investimenti pubblici potranno rimettere in moto l’economia, aumentare i posti di lavoro, aumentare il PIL e nonostante la spesa far diminuire il rapporto debito/PIL.
Diversamente staremo solo ipocritamente a prenderci in giro ed a commentare gli insignificanti zerovirgola di variazione della disoccupazione o del PIL.

Claudio Toffalini

Claudio Toffalini

L'autore: Claudio Toffalini

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

Commenti (1)

  • Carissimo Claudio, ciao! Ho letto… i veri numeri della disoccupazione:ottima analisi la tua ed anche le considerazioni sulle balle della informazione circa i dati forniti da chi è principalmente responsabile della situazione. Mi trovo perfettamente d’accordo con te. Penso che se Gentiloni progettasse vespasiani in tutte le città e nei paesi (i Gentiloni pubblici), farebbe una grande cosa, perché con i politici che ci ritroviamo è a partire dai cessi che si potrebbe creare occupazione. Prova a immaginare: mezzo milione di “Gentiloni”, quanti posti di lavoro per quante imprese edili? No, non la sto buttando in ridere; l’imperatore Vespasiano diede orgogliosamente il suo nome a strutture assolutamente necessarie ai bisogni primari, ed era, lui, un grande politico. Un Gentiloni qualsiasi non sarebbe nemmeno in grado di partire dai cessi per rilanciare la nostra economia:Poi toccherebbe ai pannelli sugli edifici pubblici e sulle case, al dissesto del territorio, al patrimonio artistico, turistico, marittimo… Ma servono i finanziamenti pubblici! I soldi ci sono e sono nelle mani di pochi! Non c’è solo la casta di mezzo tra noi e i poveri miliardari: c’è mafia, corruzione, dipendenza atlantica, la destabilizzazione del sud del mondo che fa i porci comodi degli imperialismi e dei sottoimperialismi come il nostro e che sta portando anche alla nostra destabilizzazione…Quando facciamo
    benzina, mettiamo sangue nei nostri serbatoi. Gli immigrati dovrebbero essere una risorsa, invece permettiamo che siano offesi e sfruttati in modo ripugnante. Sono loro i soggetti più deboli e indifesi, e una sinistra vera dovrebbe promuoverli come avanguardie ( insieme ai nostri giovani senza lavoro) del cambiamento politico, economico e sociale, avangurdie di una rivoluzione sociale, appunto.
    Grazie Claudio, un abbraccio. Armando

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