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Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere per l’ennesimo sacco brutale e sfrontato di cariche pubbliche da parte della nuova giunta comunale, che, insediata  a palazzo Barbieri da nemmeno un quarto degli elettori veronesi, si è insignorita del 100% delle poltrone e delle poltroncine, fino all’ultima delle scranne lasciate libere dai razziatori che l’aveva preceduta.

Da ridere andando a rileggere i programmi e a riascoltare le interviste vibranti di sdegni e di solenni giuramenti che “noi no, con noi si cambia, che muoia se”, di cui campione e indiscutibile lider maximo in campagna elettorale è stato Michele Croce, ora comodamente accoccolato sulla poltrona più ambita, quella dell’AGSM, evidentemente non inclusa nelle 90 che in caso di vittoria avrebbe totalmente azzerato. Certo, non lo si può accusare di incoerenza, perché, non avendo vinto, le promesse non valgono più (topi su era la formula che si usava da bambini, ora tornata prepotentemente in auge)  e assicurarsi con il suo misero 4.8% la carica che ai politici veronesi ingolosisce più della Nutella è nell’ordine normale delle cose.

Croce succederà al ragioniere Fabio Venturi, aspirante bocconiano per aver reso l’AGSM “più simpatica ai veronesi” (testuale!), che nel frattempo ha mollato la politica (ma per fortuna si affretta subito a consolarci: “Poi nella vita non si sa mai”) e l’amicissimo un tempo Tosi, ormai peggio di un appestato per gli ex compagnoni in bomber del baretto di Piazza Erbe che a Flavio dovrebbero tutto, e di più.

Ma anche Tosi  fa ridere nella sua nuova veste di Savonarola che depreca “la restaurazione delle careghe”. Proprio lui che per due volte ha nominato mister Bean Girondini alla Fondazione Arena al misero stipendio di 250 mila euro e, novello Caligola, promosso assessori, chissà mai per quali competenze o curricula, aquile come Antonio Lella, Marco AmbrosiniMarco Giorlo, Alberto Bozza, Enrico Corsi (l’inventore dei mitici banchetti di Norimberga e dei sensi unici di dodici ore), per tacere di Vito Giacino. Se la prende ogni giorno Tosi, ancora e sempre, soprattutto con Michele Bertucco, come se tutto fosse rimasto come prima, un po’ come quei pugili suonati che al suono di una campanella qualsiasi prendono a tirar pugni all’aria.

E un po’ frastornato lo è davvero l’ex sindaco. Passati i bei tempi in cui i media locali profetizzavano per lui cariche di ministro o addirittura di premier (si sa, la cortigianeria non conosce limiti e decenza), dopo aver fallito l’aggancio con gli allocchi del PD (finirà ora la sua love story con Patrizia Bisinella si chiedono le male lingue? Lo sapremo solo vivendo o sfogliando Chi) e bussato timidamente alle porte berlusconiane (davanti alle quali gli ringhiano feroci i rottweiler Salvini e Meloni), non gli resta che Alfano, il più sudista dei sudisti un tempo tanto aborriti, attraverso il quale magari ritenterà l’abbordaggio alla navicella scassata di Renzi, se Roberto Bolis ce la farà ancora una volta a trasformare il rospetto (politico) in principe.

E a noi, poveri elettori, cosa resta da fare ormai di fronte a tanta miseria e prostrazione? Dedicarci come Guicciardini al solo nostro particulare? Tentare di ritessere una tela almeno decente di coscienza civica? Per il momento e personalmente, sto riaffrontando la lettura di Cesare Lombroso, che, a vista, mi conferma tanti sospetti…

Mario Allegri

Mario Allegri

L'autore: Mario Allegri

Mario Allegri ha insegnato letteratura italiana contemporanea alla Facoltà di Lettere di Verona. Ha pubblicato vari saggi letterari in riviste, giornali e presso editori nazionali (Utet, Einaudi, La nuova Italia, Il Mulino). Ha partecipato come indipendente alle primarie 2011 per l'elezione del sindaco a Verona. marioallegri9@gmail.com

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