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sindaci contro prefetti

 

La divisione tra primi cittadini e prefetti è il sintomo evidente che non solo è saltato l’equilibrio tra sbarchi di richiedenti protezione internazionale e capacità di accoglienza, ma è pure il segnale di uno scontro, senza precedenti per questo Paese, tra i sindaci ed i rappresentanti provinciali dell’esecutivo.

Facciamo un salto indietro di due secoli. Nel 1888, con la legge 5865 del 30 dicembre, e nel 1896, con la legge 346 del 29 luglio, la carica di sindaco veniva resa elettiva (con la prima legge solo per i comuni con popolazione superiore ai 10.000 abitanti), mantenendo inalterata in capo ai primi cittadini la qualifica di autorità locale di pubblica sicurezza (l’art. 6 della legge 7321/1890 stabiliva infatti che nei comuni ove mancasse un ufficiale di pubblica sicurezza, ne esercitasse le funzioni il sindaco “sotto la direzione e la dipendenza del prefetto, del sottoprefetto o del questore”). Per il conte Luigi Sormani Moretti, prefetto di Verona dal 1888 al 1897, l’attribuzione di tale qualifica risultava incongrua, vuoi perché i sindaci eletti erano considerati non imparziali, vuoi perché ciò impediva ai delegati di pubblica sicurezza di “affermare la autorità presso i sindaci ed ai reali carabinieri”.
Con buona pace del prefetto Sormani Moretti, l’art. 15 della legge 121 del 1° aprile 1981 ha confermato tale situazione nei comuni “ove non siano istituiti commissariati di polizia” ed anzi, le norme che sono state via via emanate hanno stabilito che nei comuni ove manchi un qualunque presidio di polizia, i primi cittadini siano pure ufficiali di polizia giudiziaria e di pubblica sicurezza.
Sempre l’art. 15 della legge 121, però, prescrive, al terzo comma che, “quando eccezionali esigenze di servizio lo richiedono, il prefetto, o il questore su autorizzazione del prefetto, può inviare funzionari della Polizia di Stato… per assumere temporaneamente la direzione dei servizi di pubblica sicurezza”, restando in tal caso sospesa la qualifica di autorità locale di P.S. del sindaco.

Ora, sarebbe forse il caso di ricordare l’esistenza di questo comma a quei primi cittadini che, preoccupati, dall’invasione dei profughi nei loro territori comunali, scrivendo ai prefetti per lamentarsi di esser stati avvisati in ritardo dell’apertura di un centro di accoglienza straordinaria oppure per segnalare comportamenti inappropriati (a loro dire) delle cooperative che li gestiscono, esordiscono con “in qualità di autorità locale di pubblica sicurezza”.
Dal Nord al Sud, queste autorità locali di pubblica sicurezza tendono ad accrescere nei loro cittadini il senso di pubblica insicurezza in un contesto sempre più conflittuale con i prefetti i quali, è bene ricordarlo, quando vengono avvertiti dal nucleo crisi del Viminale dell’ arrivo di un contingente di migranti, hanno l’obbligo di trovare loro un’accoglienza nella provincia di competenza.

Questo iato tra primi cittadini e prefetti è il sintomo evidente che non solo è saltato l’equilibrio tra sbarchi di richiedenti protezione internazionale e capacità di accoglienza, ma è pure il segnale di uno scontro, senza precedenti per questo Paese, tra i sindaci ed i rappresentanti provinciali dell’esecutivo. Rappresentanti che, come autorità provinciali di pubblica sicurezza, “sollecitano la collaborazione delle amministrazioni locali e mantengono rapporti con i sindaci dei comuni”, come stabilisce l’ultimo comma del citato art. 15.

Antonio Mazzei

Antonio Mazzei

L'autore: Antonio Mazzei

Antonio Mazzei è nato a Taranto il 27 marzo 1961. Laureato in Storia e in Scienze Politiche, giornalista pubblicista è autore di numerose pubblicazioni sul tema della sicurezza. antonio.mazzei@interno.it

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