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aiutiamoli a casa loro

Gioco di parole, scioglilingua? No, semplice rappresentazione di ciò che sono stati i rapporti economici fra Europa ed Africa e di come potranno evolvere, anche se per ora la parola d’ordine è la ben nota “aiutiamoli a casa loro”.

Aiutiamoli a casa loro” è una bella frase ad effetto, come estrarre un coniglio dal cappello, ma a parte essere la traduzione elegante del “non li vogliamo a casa nostra” è quanto i paesi occidentali fanno (formalmente) e senza risultati apprezzabili da decenni.
Tutte le nazioni della Unione Europea hanno in bilancio la voce APS (Aiuti Pubblici allo Sviluppo) che contabilizza gli aiuti ai paesi più poveri. Per l’Italia, come risulta dal Documento di Economia e Finanza 2017 del MEF (Ministero Economia e Finanza) gli APS sono stati pari allo 0,17% del PIL nel 2013, dello 0,26% nel 2016 con previsione dello 0,30% nel 2020 e obiettivo 0,70% al 2030. In pratica in questi ultimi anni sono stati spesi fra i 3 ed i 5 miliardi di euro, un importo che percentualmente è tra i più bassi della UE.

Il Sole24ore  esaminando i dati più in dettaglio ci ricorda che una parte di questi aiuti sono stati in realtà utilizzati per l’accoglienza dei rifugiati. Altri fondi di fatto non lasciano mai il paese donatore in quanto partite di giro, in pratica sovvenzioni alle imprese occidentali che operano in progetti nei paesi in via di sviluppo. Tutto a posto quindi? Troppo poco e troppo tardi, utile forse a ripulirsi la coscienza ma che non interviene sugli squilibri strutturali.

Non possiamo far finta di non sapere che ancora oggi il gioco vero è “aiutiamoci a casa loro”. Da secoli l’Europa per prima, poi anche tutto il mondo occidentale, depreda l’Africa delle sue immense ricchezze umane, agricole e del sottosuolo. Non possiamo dimenticare prima la tratta degli schiavi dalle coste africane verso l’America del sud e del nord, poi l’occupazione militare dell’intero continente africano da parte dei principali stati europei, tra cui anche l’Italia in Somalia, Eritrea, Etiopia e Libia.
Nel XX secolo, con l’indipendenza delle colonie, la colonizzazione è diventata di tipo politico ed economico spesso attraverso il sostegno a governi non democratici o fantoccio, talvolta con golpe militari, con il totale controllo dell’economia della finanza e culturale da parte di multinazionali occidentali.
Nell’ultimo decennio è iniziata anche la pratica del “land grabbing” ovvero l’accaparramento di milioni di ettari di terreno da parte di multinazionali occidentali con esproprio dei contadini locali per la produzione di beni da destinare ai ricchi paesi del nord.

Nessuno deve stupirsi quindi se è partito un flusso migratorio verso l’Europa alla ricerca di condizioni di vita migliori, un flusso che non è destinato ad interrompersi se non quando anche in Africa si creeranno autonome condizioni di sviluppo e crescita economica.
Il flusso migratorio peraltro, se da un lato è l’inevitabile risultato delle asimmetrie economiche e dell’impoverimento dell’Africa, dall’altro contribuisce a dare sollievo nei paesi d’origine. Sono infatti le rimesse degli immigrati verso i loro paesi di origine che sostengono le comunità di partenza e permettono loro di migliorare le condizioni di vita. L’emigrazione di almeno un componente della famiglia per cercare lavoro in Europa diventa, grazie alle rimesse, una fonte insostituibile di reddito.

Anche il microcredito che ha permesso, in molti paesi poveri, l’accesso ai servizi finanziari con modesti prestiti a persone e piccole imprese altrimenti non bancabili, secondo recenti ricerche starebbe di fatto favorendo l’emigrazione verso le aree più ricche del mondo. Questo succede quando appaiono più redditizie le rimesse dall’estero del familiare emigrato che i redditi della microimpresa locale. È allora che il prestito del microcredito viene utilizzato come anticipo per finanziare il costo dell’emigrazione poi ripagato con le rimesse, oppure le rimesse utilizzate per restituire il prestito che localmente non aveva dato frutto.

Se il flusso di migranti è la disperata risposta di tanti giovani africani allo squilibrio economico fra nord e sud generato da politiche predatorie la cui origine e regia si trova nei ricchi paesi del nord, allora è solo rinnovando in profondità tali politiche economiche che potremo pensare di risolvere alla radice il fenomeno.
Aiutiamoli a casa nostra” assume pertanto il significato che per affrontare con serietà il fenomeno migratorio serve una assunzione di responsabilità da parte dei paesi più ricchi che porti ad un cambiamento radicale dei rapporti politici ed economici fra nord e sud.
È a “casa nostra” che serve una rivoluzione economica e culturale tale da riequilibrare le asimmetrie oggi esistenti nei rapporti di forza fra paesi ricchi e poveri, mentre “aiutiamoli a casa loro” è solo un palliativo che non affronta i veri nodi che stanno alla base dei fenomeni migratori.

Chi di questa rivoluzione economica e culturale ne ha paura, si metta pure il cuore in pace: per ora non se ne vede traccia né in Italia né in Europa. Questo sistema economico globalizzato ed iniquo continuerà ad aumentare le disuguaglianze sia nei paesi europei che africani e di conseguenza ad alimentare i flussi di migranti, sia di giovani italiani verso l’estero, che di giovani africani verso l’Europa.
Ed anche se, come vuole la UE si tenterà di bloccare i migranti sulle coste libiche, come con la Turchia per i siriani, il flusso di migranti troverà comunque altre strade.
Chi semina vento raccoglie tempesta, e non si può fermare un fiume in piena.

Claudio Toffalini

Claudio Toffalini

L'autore: Claudio Toffalini

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

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