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A pochi giorni dalla sua nomina a sindaco di Verona Federico Sboarina deve affrontare uno scontro politico, che non si annuncia di piccolo calibro, con una parte consistente dei suoi concittadini, a proposito del “ritiro dalle biblioteche e dalle scuole comunali o convenzionate (nidi compresi) dei libri e delle pubblicazioni che promuovono l’equiparazione della famiglia naturale alle unioni di persone dello stesso sesso”. Questo infatti appare inequivocabilmente un passaggio del suo programma elettorale che rispecchia il pensiero del Popolo della Famiglia, la lista elettorale che fa capo a Filippo Grigolini e che ha contribuito al suo successo.

Che questo ritiro possa realmente essere eseguito, pur in una città abbastanza moderata e tradizionalista com’è Verona, nutro qualche dubbio per due motivi: la riluttanza di buona parte della popolazione veronese (adulta e giovanile) a richiedere, consultare e prendere in prestito testi e supporti audiovisivi dalle biblioteche civiche e scolastiche in genere, e la bassa percentuale di voti con cui il sindaco è stato eletto che lo rende più guardingo nell’intraprendere scelte di rottura con buona parte dei veronesi sul diritto alla libertà di stampa e sulla libera consultazione dei libri e dei dispositivi di supporto alla conoscenza e all’educazione.

Sul primo motivo non mi dilungo essendo ampiamente e diffusamente accettato mentre sull’altro un semplice calcolo rende l’idea: l’avvocato Sboarina è stato eletto col 58,1% dei voti validi, ma dato che al ballottaggio sono andati in 85.000 su 200.000 e le nulle (ben 3150!) e le bianche (1150) riducono i voti validi a 80.700 posso dedurre che circa 46.800 cittadini elettori lo hanno votato (80700*0,58≈46800), in pratica il 23,5% dei cittadini elettori, che corrisponderebbe al 19% dei veronesi. E non mi pare un’acclamazione a furor di popolo.

E Sboarina lo sa, per questo di fronte alle prime proteste dei rappresentanti degli editori e dei partiti di opposizione [non] risponde salomonicamente:«Sono per il dialogo e le opinioni, così come per la libertà di espressione e il rispetto assoluto della libertà di stampa. Sono anche convinto che la famiglia è composta dalla mamma e dal papà, e difenderò questo valore anche nella formazione dei bambini e dei ragazzi». Di sicuro qui non è in ballo la sua personale visione della famiglia o la sua competenza pedagogica, semmai il rispetto della Legge e della Costituzione su cui ha appena giurato. La riprova è che si tenuta stretta la delega sulla famiglia in modo da poter evitare plateali pasticci da parte del “Popolo della famiglia” o di altri gruppi tradizionalisti.

Ricordo che le Unioni civili tra coppie, anche dello stesso sesso, sono diventate da maggio dello scorso anno una legge dello Stato e sono viste da parte di certi gruppi parlamentari, in particolare di centro-destra, come inadatte all’adozione del figlio di uno dei partner da parte dell’altro, tanto che questa adottabilità è stata impedita al momento della conversione in legge. La cosa arrecava così un danno rilevante proprio alla creatura che vive stabilmente e serenamente con due “papà” o con due “mamme” e che già dal prelievo al nido d’infanzia o dalle visite ospedaliere potrà notare un diverso trattamento tra i suoi due “cari”, che per affetto sostegno e cura sono uguali ma non ancora per la Legge. Un bel regalo a quel bimbo!

Si trattava d’impedire la cosiddetta stepchild adoption, che in molti Pesi civili è ammessa e che trova invece drastica opposizione in Italia e in pochi altri Paesi europei da parte di forze tradizionaliste d’ispirazione cattolica come Associazione “Scienza & Vita, che credono di battersi per la difesa della famiglia mentre hanno in testa solo quella più comune, diversamente sessuata e vista a prescindere dal rapporto di affetto e di attenzione nei confronti della prole. Come se la presenza di un maschio e di una femmina facesse di per sé un “papà” ed una “mamma”. Come se le famiglie italiane fossero tutte omologabili secondo canoni estetici, tipo “mulino bianco”. Come se i figli, arrivati legittimamente o riconosciuti per sentenza di un giudice, fossero responsabili dei comportamenti dei loro affidatari e ne dovessero sopportare le conseguenze. Come se le famiglie italiane fossero state sostenute, realmente, dal potere politico che da settantanni ha governato l’Italia e che proprio ad ideali cristiani s’ispirava. Difesa largamente deficitaria o assente.

Ma anche così, avessero pure i governi realizzato la difesa della famiglia, un’apertura sui diritti civili delle Unioni anche riguardo all’adottabilità dei minori appare un’esigenza non più eludibile e di sana civiltà. Non conta il fatto che la stepchild adoption riguardi alla fine solo pochi casi: saranno pochi ma riguardano l’onorabilità di certe particolari “famiglie”, il benessere e l’educazione dei loro figli, che come gli altri hanno diritto di crescere sereni senza essere segnati a vista, come fossero figli di un dio minore.

Ci pensi bene l’avvocato sindaco prima d’intraprendere le censure ideologiche sui libri nella disponibilità delle biblioteche o di alienarne la lettura a beneficio di gruppuscoli minoritari: non sarebbe un bel modo di servire la gran parte dei genitori veronesi e tanto meno i suoi concittadini.

Marcello Toffalini

Marcello Toffalini

L'autore: Marcello Toffalini

Marcello Toffalini è nato nel 1946 ed è cresciuto nella periferia di Verona tra scuola, parrocchia e lotte sociali. Ha partecipato ai moti universitari padovani e allo sviluppo delle Scuole popolari di Verona. Si è laureato in Fisica a Padova nel 1972 e si è sposato nel 1974 con rito non concordatario. Una vita da insegnante di Matematica e Fisica presso il Liceo Fracastoro, sempre attratto da problematiche sociali e scientifiche. In pensione dal 2008. Nonno felice di tre nipotini. Altri interessi: canta tra i Musici di Santa Cecilia. ml.toffalini@alice.it

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