BannerAmazonVeronain615x60

Sta facendo discutere la proposta dell’ex premier Matteo Renzi di portare il deficit  di bilancio al 2,9% per 5 anni. Esternazioni da campagna elettorale o conversione sulla via di Damasco? A dire la verità bisogna dare atto a Renzi  di aver sempre cercato di strappare, anche in modo molto conflittuale con la Unione Europea, la maggior flessibilità possibile sui conti pubblici, ed ora che è fuori dalla responsabilità diretta di governo, è certamente più libero di lanciare idee e prospettive per quanto riguarda la politica economica.

Ipotizzare un deficit stabile al 2,9% del PIL per i prossimi anni, anziché in diminuzione verso il pareggio di bilancio nel 2020, vuol dire liberare molti miliardi di euro che cambierebbe in modo significativo il quadro economico dell’Italia. Anche i conteggi indicati nella tabella del Documento di Economia e Finanza 2017  del MEF (Ministero Economia e Finanza) sarebbero stravolti:  basti pensare che la maggior spesa pubblica comporterebbe un aumento del PIL più che proporzionale (per effetto del moltiplicatore Keynesiano) ma anche una più rapida discesa della disoccupazione, nonché maggior debito pubblico in valore assoluto oltreché minore debito pubblico in percentuale sul PIL.

La proposta di Renzi, ovviamente subito respinta dalla UE, ha il merito di rilanciare il tema della politica economica e del futuro dell’Italia nonché della strategia da tenere verso la Commissione europea.

Renzi con la sua uscita ha innanzitutto  “sdoganato” il concetto di debito di bilancio facendolo uscire dal falso moralismo secondo cui esso  sarebbe riprovevole e peccaminoso.  Dobbiamo sempre ricordarci che Il debito altro non è che l’altra faccia del credito, non c’è quasi  imprenditore o azienda  che non lavori a debito, compreso il mutuo di quando compriamo casa, ed è grazie a tale meccanismo debito/credito che l’economia cresce.

Già in altre occasioni lo stesso Renzi aveva sollevato la legittimità della “mitica” soglia del 3%  del deficit annuale, ed abbiamo saputo anche come era stata definita tale soglia: “Fu una scelta casuale, senza nessun ragionamento scientifico“.

In tutti i Paesi del mondo (eccetto che nella UE) i bilanci pubblici si chiudono con avanzo o deficit senza riguardo a fittizie soglie percentuali, ma avendo come priorità la gestione di una politica economica coerente con gli obiettivi di sviluppo del Paese stesso.

Bene inoltre ha fatto Renzi a contestare il Fiscal Compact cioè quegli accordi secondo cui il debito dello Stato dovrebbe stare, od essere riportato, entro la soglia massima del 60% del PIL.  Anche questa è infatti una soglia empirica priva di qualsiasi fondamento scientifico.

Ed infine sappiamo che anche il bastione della peccaminosa inflazione è caduto: finalmente è stato ammesso che un po’ di inflazione fa bene all’economia, e che peggio dell’inflazione c’è solo la deflazione nella quale è caduta l’Europa grazie alle politiche di austerità. Infatti da due anni la BCE (Banca Centrale Europea) “pompa” liquidità nel sistema finanziario a ritmi di 80 e poi 60 miliardi di euro al mese per tentare di innalzare l’inflazione fino alla soglia del 2%. Peraltro anche questo 2% null’altro è che un valore empirico assunto a dogma dalla BCE.

Fino qui la proposta di Renzi è corretta e coerente con la scienza economica, qualche distinguo invece è necessario quando il segretario del PD indica la riduzione della tassazione quale primo utilizzo delle risorse liberate.

Tutti vorremmo pagare meno tasse, ma più urgente sarebbe indirizzare le risorse verso gli investimenti pubblici che ben più di qualsiasi altra manovra sono in grado di far crescere l’economia italiana. E sappiamo bene di quanto ci sia bisogno di investimenti in infrastrutture pubbliche, scuole università e ricerca, ricostruzione post terremoto, messa in sicurezza idrogeologica del territorio ecc.

Peraltro Renzi ci aveva già provato: il bonus degli 80 euro (in vigore dal 2014) altro non è che una diminuzione della tassazione per bassi redditi, ma è noto come l’impatto di tale manovra sulla economia italiana sia nei fatti assai deludente. Senza contare che i disoccupati di quegli 80 euro/mese non ne possono usufruire, mentre quei 10 miliardi di euro in gioco, se spesi in investimenti pubblici, avrebbero prodotto più lavoro e maggiore crescita.

Ma c’è un altro problema:  rimanendo vincolati alla moneta unica la maggior spesa pubblica andrebbe in parte ad aumentare il PIL  ma, dati i vincoli della eurozona, anche a far crescere le importazioni, portando in squilibrio la bilancia commerciale.  Cosa vuol dire ciò? Tanto per chiarire la crisi italiana del 2011, che aveva portato al governo Monti , non era di debito pubblico bensì di squilibrio dei conti con l’estero per debito privato.  L’austerità dei conti pubblici, assieme al “credit crunch” delle banche doveva servire, ed è servita, a far diminuire le importazioni attraverso il crollo della domanda interna,  tant’è che la bilancia commerciale con l’estero si è riportata in equilibrio mentre proprio i conti pubblici sono peggiorati!

In sostanza la maggiore spesa pubblica in assenza di flessibilità del cambio, impedito dalla moneta unica, si trasformerebbe in modesto aumento del PIL  e notevole aumento dello squilibrio commerciale con l’estero, che ci riporterebbe rapidamente alla situazione del 2011.

Quindi sempre lì si torna: alla moneta unica europea, che era e rimane il problema dei problemi. Pertanto più che di flessibilità di bilancio l’Italia ha bisogno di flessibilità del cambio. Per chi vuole approfondire è interessante l’articolo di Joachim Starbatty tradotto da Vocidallestero. (3)

Senza ritorno alla moneta sovrana, l’Italia potrà solo continuare ad impoverirsi svalutando il lavoro per mantenere l’equilibrio della bilancia commerciale nei confronti degli altri Paesi dell’eurozona, in primis con la Germania.

Forse Renzi non ha ancora scoperto tutte le sue carte ed i suoi obiettivi, però se vuole essere coerente con la proposta del deficit al 2,9% per 5 anni, dovrebbe da subito convincere i parlamentari del suo partito a togliere il vincolo del pareggio di bilancio dalla Costituzione italiana, (art. 81 della Costituzione) introdotto nel 2012 negli ultimi giorni del Governo Monti.

C’è ancora tempo (poco) per farlo prima della scadenza della legislatura, oppure come primo atto della prossima. Altrimenti si tratta solo di propaganda e chiacchiere.

Claudio Toffalini

Claudio Toffalini

L'autore: Claudio Toffalini

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

commenti (0)

Il tuo indirizzo mail non verrà pubblicato

Puoi usare questi tag HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>