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«Guardando al passato con gli occhi di oggi mi impegnerei allo stesso modo, ma senza le barriere ideologiche che ingabbiano l’intelligenza e portano a forme estreme di lotta che invece di creare consenso, unione e forza, possono favorire l’isolamento e la sconfitta».

Armando Lanza, 67 anni, insegnante, ex brigatista ross0 partecipò all’organizzazione del rapimento del generale James Lee Dozier, che avvenne il 17 dicembre 1981 a Verona, mettendo a disposizione delle BR la sua abitazione di San Giovanni Lupatoto. Ha recentemente presentato il libro autobiografico Le scarpe dimenticate, acqua santa e brigate rosse, un pezzo di storia veronese e italiana da non rimuovere e con la quale, per alcuni episodi, rifare i conti. Verona In lo ha intervistato.

– Lanza, il  libro è autobiografico e racconta dettagliatamente i passaggi più salienti e delicati della sua vita. Come è nata l’idea?

«Volevo scrivere una lettera a mia figlia che all’età di dieci anni cominciava a fare domande riguardanti il mio passato. La lettera piano piano è diventata un libro, che era poi quanto da tempo mi suggeriva di fare Carmen, mia moglie».

– Perché questo titolo Le scarpe dimenticate?

«Il tema delle scarpe ricorre spesso nel libro. A dare lo spunto per il titolo è stato un episodio della mia infanzia, dai toni drammatici, che racconta di un paio di scarpe negate, quelle della cresima. Quell’episodio avrebbe dato il La, in termini di rabbia, ad una vita in crescita in perenne conflitto con i miei genitori. Le scarpe, d’altronde, sono un elemento non trascurabile nella vita di chiunque. Che Guevara scriveva che le scarpe sono un fattore importante nella guerriglia ed in un certo senso la mia vita da giovane è stata una guerriglia continua».

– Tra seminario diocesano e missionari comboniani sembra che lei sia stato un “prete mancato”…

«Cattolicamente parlando, ciò che mi muoveva verso la missione del prete era il desiderio di “essere per gli altri”, che poi con la maturazione di una coscienza politica, nel ’68, ha fatto posto ad una volontà di cambiamento rivoluzionario del sistema economico, sociale e politico. Ma il motore è sempre stata la voglia di essere per gli altri, da “prete mancato” prima, a rivoluzionario… mancato dopo, in quanto non c’è stato nessun abbattimento del “sistema” ».

– Dall’acqua santa alle Brigate Rosse, così corto il passo?

«Quando ho optato per la lotta armata avevo trent’anni, quindi c’è voluto un bel po’ di tempo per passare dal mondo cattolico alle Bierre. Ma in termini ideali, invece, il passo da una fase all’altra è stato corto, molto corto. Come cristiano prima, e come comunista dopo, ho integrato due mondi che per me non erano per niente contrapposti. Don Camillo Torres, guerrigliero e rivoluzionario colombiano, diceva: “Un prete deve stare con il suo popolo.” Per me fu una scelta anti-Nato e ricordo di aver riflettuto molto prima di compiere quel passo, anche nel silenzio di una chiesa del centro storico di Verona».

– Come ha vissuto l’esperienza del carcere? Cosa le ha lasciato dentro?

«Il capitolo del libro che racconta del carcere l’ho titolato “Il carcere, un’occasione da non perdere”. Il carcere è rimozione nella coscienza del nostro Paese, un affare per la classe politica corrotta. Le carceri sono pieni di povera gente, di detenuti i cui reati fanno ridere se confrontati con quelli dei ladri di Stato, ma di costoro in carcere è difficile trovarne uno. Il carcere l’ho vissuto… l’ho vissuto anche dietro le sbarre, cercando di dare un senso a quel tempo trascorso in un inferno senza fine. Ho innanzitutto salvaguardato la mia dignità di persona, lottando contro i comportamenti ingiusti sia di personale dell’istituzione carceraria che di detenuti politici delle Bierre, prendendo le difese dei più deboli. Ho continuato poi ad occuparmene nel mondo delle cooperative sociali di produzione e lavoro e in quello associazionistico».

– Cosa le ha fatto cambiare idea sulla lotta armata?

«Prima di aderire alla lotta armata avevo un’immagine critica ma anche ottimistica/idealistica delle Bierre. Standoci dentro ho poi scoperto una realtà fatta di divisioni e povera di prospettive, di compagni stanchi e rassegnati, carenti di storia del movimento operaio e di attualità politica. La gestione del sequestro Dozier, per esempio: un solo documento di rivendicazione e niente altro; della cosiddetta propaganda armata c’erano soltanto le armi… Poi, dopo la cattura, lo “sbragamento” totale dei capi. Infine alcuni tragici episodi avvenuti in quei giorni: compagni giustiziati in carcere da altri compagni per aver fatto qualche ammissione sotto tortura. Proprio questi ultimi episodi mi condussero a rompere con l’Organizzazione dissociandomi. C’è voluto del tempo però prima di convincermi che la lotta armata era una forzatura ideologica, frutto di una analisi errata della realtà e pertanto al di fuori di essa».

James Lee Dozier
James Lee Dozier

– Immagino che non le sia stato facile scrivere questo libro.

«Scrivere questo libro ha significato fare i conti con tutti i passaggi della mia vita. Una vita fatta di anelli, gli anelli di una catena stremata e ricomposta… Ho cercato, scrivendo, di ritrovare quei lacci che riannodano una vita; ho cercato di ricordare anziché rimuovere e l’ho fatto relazionandomi con il resto del mondo, un mondo che una volta vedevo come tutto nero o tutto bianco e che ora vedo con una gamma di colori».

– Leggendo il suo libro appare una vita vissuta con scelte sempre forti e radicali. C’è un filo rosso che le lega?

«Il filo rosso che lega le mie scelte si chiama indignazione. “Indignatevi!” è anche il pamphlet di Stéphane Hessel, ex partigiano francese, che invita i giovani, soprattutto, a reagire con forza alle ingiustizie, a fare propri gli ideali e i valori della Resistenza. Ho letto quel libretto (32 pagine) qualche anno fa e mi sono ritrovato pienamente in quelle parole: sono sempre stato un indignato… forse con qualche eccesso».

– Gli anni ’70 sono stati un periodo storico eccezionale dal punto di vista della  coscienza sociale e della passione politica. Cosa rimpiange di quegli anni?

«Di quegli anni rimpiango il fermento sociale, culturale e lo spirito combattivo di una intera generazione. Tuttavia quando mia figlia dice che avrebbe voluto vivere in quell’epoca, io le rispondo che ogni epoca ha i suoi giovani e che tutti i giovani devono vivere la loro epoca. A tutti è comune quel bisogno di operare affinché ci sia coscienza sociale e passione politica, giovani e meno giovani insieme, perché libertà e diritti non sono dati mai per acquisiti una volta per tutte, ma vanno sempre difesi».

–  Quali errori non ripeterebbe?

«Guardando al passato con gli occhi di oggi mi impegnerei allo stesso modo, ma senza le barriere ideologiche che ingabbiano l’intelligenza e portano a forme estreme di lotta che invece di creare consenso, unione e forza, possono favorire l’isolamento e la sconfitta».

– Oggi nell’epoca della globalizzazione e di una crisi economica senza fine, giovani e adulti sembrano vivere invece nella disaffezione politica e chiusi nel privato. Cosa ne pensa?

«Purtroppo si è fatta strada l’idea che la politica sia qualcosa di sporco da cui stare lontani, mentre al contrario dovrebbe essere la forma più bella e nobile di servizio alla collettività. Io penso che la disaffezione alla politica sia il sintomo di una presa di distanza verso il malaffare che si è diffuso nei palazzi. Un malaffare ed una corruzione che inizia con stipendi di lusso elargiti ai membri del Parlamento e dei Consigli Regionali e con tante redazioni di TV e giornali che hanno rinunciato alla loro indipendenza, asserviti alle veline del Governo e dei poteri economici. Ed a proposito di giornalisti e scrittori “salariati”  (così Gramsci chiamava gli storici che negavano la distruzione del Sud compiuta dai Savoia) possiamo dire che è tutto vero… ciò che non scrivono. C’è bisogno di verità e chiarezza su tanti episodi avvenuti nel nostro Paese. Invece si continua a fare “rimozione”, non solo del passato più remoto, ma anche di quello più recente che va dagli anni Sessanta fino ai giorni nostri. Occorre parlarne invece, per cercare di capire, perché capire è guarire».

– Nel suo libro cita una frase di Bertrand Russel ed una di Che Guevara, un filosofo ed un rivoluzionario. Cosa hanno rappresentato per lei?

«Essi avevano in comune l’anticonformismo, ma soprattutto l’insofferenza verso i sistemi totalitari. Come Russel era antinuclearista, così Che Guevara era contrario ai missili nucleari russi a protezione di Cuba ed in seguito denunciò l’Unione Sovietica come Stato oppressivo e social-fascista. Russel era libertario ed il Che amava la libertà ed il suo essere comunista era uno stile di vita. Russel si oppose alla guerra del Vietnam e fondò il tribunale (che prese il suo nome) per processare gli USA per crimini di guerra e Che Guevara era un fiero oppositore dell’imperialismo americano. Essi sono sempre stati per me due personaggi simbolo dell’opposizione al liberismo economico e al totalitarismo, due sistemi che favoriscono oppressione e ingiustizia sociale. La filosofia e il pensiero rivoluzionario sono reciprocamente importanti».

– Il sequestro del generale Dozier ha segnato un punto di svolta decisivo nella sua vita. Da quell’episodio cosa è cambiato in lei?

«La partecipazione al sequestro del generale della Nato, James Lee Dozier, è stata una delle esperienze più incisive ma anche traumatiche della mia vita. Quei fatti mi hanno cambiato, hanno condizionato la mia vita sotto molti aspetti, dalla esperienza del carcere al dover ripensare e ricostruire la mia vita».

– E cosa invece è rimasto?

«E’ rimasto inalterato il mio atteggiamento di opposizione e protesta contro qualsiasi forma di ingiustizia e disuguaglianza nella società. L’esperienza fatta mi ha anzi permesso di conoscere alcuni mondi sommersi, quello della clandestinità e quello carcerario, che mi hanno anche arricchito di quella sensibilità ed umanità che in seguito ho portato nel mio impegno lavorativo nell’ambito cooperativistico sociale. Il mio impegno è tuttora rivolto alla difesa dei diritti umani e dell’art. 11 della Costituzione (L’Italia ripudia la guerra…)».

– Vuol dire qualcosa ai giovani di oggi? (la c. d. generazione millennium) ?

«Ai giovani vorrei dire: “Studiate, aprite la mente, siate avidi del sapere come forma di conoscenza del proprio Io nel mondo, e soprattutto appassionatevi alla Storia, cercate di realizzare i vostri progetti senza i muri dell’ingiustizia e del razzismo”. Inoltre vorrei ricordare loro le parole di Che Guevara: “Siate capaci di sentire come vostra ogni ingiustizia, contro chiunque, in qualunque parte del mondo” ».

Claudio Toffalini

Nella foto in alto Armando Lanza

Claudio Toffalini

L'autore: Claudio Toffalini

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

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