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migranti nel deserto

Durante i mesi estivi, con altre amiche della mia associazione, LunAmica, mi occuperò di insegnare l’italiano ad un gruppo di giovani profughe nigeriane.
Sono ospitate in una casa protetta gestita da una cooperativa sociale. Per ovvi motivi, preferisco non essere precisa sul luogo.
Le ragazze sono una quindicina e tutte hanno un piccino di due o tre mesi da accudire, perché durante il lungo viaggio che le ha portate in Italia sono state più volte vittime di stupro.

Il tragitto dalla Nigeria alle coste libiche è un’esperienza drammatica.
Bisogna attraversare dapprima l’immenso deserto del Sahara, su camion malandati, spesso affidati ad organizzazioni criminali che gestiscono il flusso umano. Già in questo primo tratto i migranti subiscono violenze e razzie e spesso vedono morire i loro compagni per la sete e la fatica, senza poterli aiutarli, obbligati a lasciarli dove sono.
Passato il Niger, si arriva in Libia e da qui ci si imbarca verso l’Italia su barche e gommoni fatiscenti, non senza aver prima subito altre violenze ed essere stati depredati di tutti gli averi o essere state obbligate (le donne) a prostituirsi in qualche bordello libico.

A noi che seguiamo le loro amare vicende dal nostro divano viene spontaneo chiedersi chi o cosa obblighi tutte queste persone a tentare la sorte in questo tragitto infernale che tanto spesso si conclude in modo tragico.
La Nigeria è un paese che produce molto petrolio ma i proventi di questa attività avvantaggiano solo le famiglie più ricche mentre tutti gli altri vivono in assoluta miseria: 110 milioni di nigeriani vivono con un dollaro al giorno.
Chi decide di partire lo fa perché è stanco di far la fame, di subire la contrapposizione violenta fra cristiani e musulmani e la furia omicida di Boko Haram. Inoltre nel paese ci sono continue catastrofi sanitarie dovute alla mancanza di acqua, cibo e cure mediche. Sono tantissimi i bambini malnutriti che muoiono ogni giorno.

Infine, secondo l’OIM, moltissime giovani donne (15-24 anni) sono destinate allo sfruttamento sessuale in Europa; vengono reclutate nei piccoli villaggi, non hanno risorse economiche, sono spesso orfane, senza legami sociali, analfabete. Molte di loro non si rendono nemmeno conto delle dimensioni del Mediterraneo e credono che sia un piccolo fiume da oltrepassare facilmente. Non sono in grado di capire il rischio che corrono e per questo sono facili vittime della tratta.

Le ragazze che seguo io sono otto, tutte analfabete. Parlano un po’ di inglese. Ho iniziato a insegnare loro le cose più facili, come faccio di solito coi bambini, per metterle al più presto in grado di comunicare oralmente in italiano.
La nostra scuoletta è nel seminterrato della loro sede. Arrivano alla spicciolata, col loro bimbo legato sulla schiena. A volte poi li mettono tutti a sgambettare su una coperta sdraiata per terra oppure li allattano, tenendoli con un braccio ma senza mollare la penna o i colori con l’altra mano. Fin dal primo momento si sono mostrate affascinate dai colori, dai quaderni, dalla colla… Non sono mai stanche, vogliono fare sempre di più e mi sollecitano se rallento per farle riposare. Se una non capisce si mettono tutte a ridere allegramente e le spiegano in inglese cosa deve fare.
Mi piace questo loro fare gruppo, le potrà aiutare nella vita. Adorano cantare. Nell’insegnare una lingua uso spesso delle canzoni, aiutano ad acquisire il ritmo e l’accento corretti. Per loro ho scelto delle ninna-nanne facili e i loro angeli protettori mi dicono che le cantano sempre, anche quando vanno in giro per strada.

Mi hanno accolto con gioia e con loro mi sento bene. A volte mi chiedo come possano essere felici con tutto ciò che hanno passato. Eppure le vedo coccolare i loro bambini serenamente e ridere spesso durante le lezioni.
Per loro la vita non è stata facile e probabilmente non lo sarà in futuro. Per questo è molto importante che imparino la nostra lingua, per comunicare con le persone che le circondano, per poter essere autonome e saper chiedere aiuto in caso di bisogno, per loro e per i loro figli.
E quei piccini, che sgambettano tranquilli sulla coperta e lasciano alle mamme il tempo di studiare … sono tutti nati in Italia, parleranno in italiano, avranno amici italiani, andranno a scuola in Italia; perché non possiamo decidere che siano italiani a tutti gli effetti?

Paola Lorenzetti

 

Commenti (2)

  • Marcello

    Paola sei eccezionale. Mi domando come ancora si possa dire in contrapposizione a queste migranti “Verona ai Veronesi” o negare ai neonati di queste fanciulle il diritto di essere italiani a tutti gli effetti.

    • Paola Lorenzetti
      Paola Lorenzetti Rispondi

      Molte persone, la maggior parte credo, ritengono di poter accampare dei diritti sul paese dove hanno avuto la casualità di nascere, senza pensare che tutto sommato è stato solo una botta di fortuna. Avremmo potuto nascere anche noi in paesi più sfortunati e ora non saremmo qui a reclamare diritti su Verona. Ciao Marcello, grazie. Paola

commenti (2)

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