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Veronetta

Veronetta è Verona, unica. Come le persone, ognuna. Come corpo unico.

Ogni tanto mi stufo. Mi indigno. Così reagisco. Scrivo. Anche là dove di solito sto in silenzio e guardo, per imparare. Così mi sono stufata del gioco sporco che si sta facendo di territori e persone. Non si capisce che le parole creano reputazione. Per i luoghi e per le persone, puoi creare la percezione di paura anche se non c’è, così il dubbio della disonestà. Così si isolano, territori e persone. Così si fanno graduatorie occasionali di porzioni di territorio senza capire che denigrare, abbandonare una parte ne risente il tutto.

Continuo a sentire discorsi su Veronetta, di tutto e di più. Chi ne parla sono spesso però persone che non abitano a Veronetta, che non ci lavorano, che non vi vivono. Passano. Come le indignazioni spot, eventi calati dall’alto: laboratori vari ogni tanto, discussioni compiacenti a quelli che le fanno, basta che si usino parole ad hoc, tipo rigenerazione urbana, marketing territoriale, partecipazione, bene comune, e via via. Poi tutto passa. E nello scorrere le trasformazioni del territorio le fa chi resta, chi ci sta, i disagi se li tiene chi ci vive.

Alla fine di aprile ultimo scorso, un’auto alle 11.45 del mattino svolta a destra da via San Paolo verso l’Università, forse il guidatore distratto, forse la velocità, prende in pieno un paletto che delimita il marciapiede lastricato di pietre di Prun e lo solleva portandosi quest’ultimo appresso il lastrone. Poi scappa via. Sul marciapiede ragazzi seduti ai tavolini del Bar che fa angolo si spaventano si alzano e arretrano, vengono chiamati i Vigili che escono dopo una mezz’ora. Viene posizionato in giornata un cavalletto, una luce ed un sacco di sabbia per evidenziare il pericolo, non indifferente, della lastra divelta.

Dopo una settimana arriva uno stradino mandato dal Comune a vedere la situazione ed afferma che non si può fare il lavoro perché da solo non riesce ed il collega è in malattia. Dopo altri venti giorni vengono richiamati i vigili per ricordare ancora lo stato dei luoghi e la pericolosità, e rispondono che hanno fatto la segnalazione a chi di dovere.

Successivamente passano da lì o vengono a conoscenza del fatto un paio di politici locali che promettono di interessarsi alla cosa, che avrebbero risolto. Dopo un po’ di tempo un tecnico del Comune chiede informazioni per telefono ed alle lamentele miste a preoccupazione risponde che è stata fatta gara d’appalto ma che forse la ditta che ha vinto ha dato a sua volta in subappalto.

Siamo ormai ai primi di luglio, la situazione è sempre la stessa. Nel frattempo, oltre due mesi, sono stati rubati 2 cavalletti e due sacchi di sabbia, pagate tre uscite alla ditta che con tanto di camion rimozione ogni volta è dovuta intervenire, è stata fatta una telefonata ai vigili per chiedere di rimuovere il paletto in ferro perché pericoloso, ed è venuto a rimuoverlo lo stesso stradino che aspetta ancora il collega in malattia.

Nel frattempo, tre settimane fa ha avuto la stessa sorte un paletto e relativa lastra di pietra di Prun in Piazza Bra di lato alla Gran Guardia: alla sera alle 18 il paletto e il danno erano già stati risolti, ne è prova la malta di colore diverso tra le fughe.

Tutto questo quando i luoghi sono come le squadre di calcio, di serie diversa, di importanza diversa, di diverso interesse, visibilità ed investimento. Luoghi di serie A e luoghi di serie B. In quest’ultima, Veronetta, dove ci sono gli extracomunitari!!!…

Ho abitato a Veronetta appena laureata in una delle vie più belle della città, via Gaetano Trezza, un bilocale che mi sembrava meraviglioso, mio, pagavo l’affitto con quel che guadagnavo e più di una volta ho fatto fatica. Ma tutto era bellissimo. Quel quartiere mi aveva accolta, era casa. Alzavo gli occhi e vedevo palazzi bellissimi in degrado “Cavolo! ma perché!?…”. Poi anche i sacrifici sembrava avessero un senso, un futuro.

A volte sotto casa si aggregavano degli extracomunitari, che 25 anni fa in strada facevano chiasso e si ubriacavano, incapaci di gestire un cambiamento troppo repentino di cultura e regole, là dove le regole siamo sempre bravi a ricordarle agli altri, mai pensando al peso dell’esempio. Facevo molta attenzione.

Oggi, il quartiere è cambiato, oggi da vent’anni ormai abito dall’altra parte del fiume, in centro storico, e quando qualche anno fa con il collega ci siamo messi a cercare uno studio più grande e più bello, lo abbiamo trovato agli inizi di Veronetta, ancora in zona universitaria. Ha fatto di tutto per convincermi. “Ma sei matto?!… Ci vuole il passaporto per andare al di la del fiume!…” – “Vedrai, è una zona giusta per uno studio come il nostro, per fare architettura! E’ una parte della città che sta crescendo che vuole rigenerarsi, è lì che dobbiamo stare! E’ il nostro compito”. Aveva ragione.

In tempi non sospetti il nostro studio è sempre stato laboratorio, in quella parte di città ci viviamo: il macellaio di fronte, una bottega storica, mi prepara la carne e me la porta in studio, la fruttivendola di fianco ci avverte quando ha la verdura e la frutta fresca, al bar all’angolo facciamo chiacchierate con i vicini, la cartoleria ti avverte se arriva un tipo di colore a pastello.

Poi vedi lo sporco per strada, tanto, e non è colpa degli extracomunitari, ma nostra, di quelli che amministrano che non vivono nessun territorio quando decidono, e che hanno messo quattro fermate urbane ed extraurbane degli autobus con un assembramento di gente, mezzi e inquinamento che fa paura, pericoloso, anche per quanti hanno lì il passo carraio!

Non contenti lungo la strada ci sono cinque cassonetti dell’immondizia. Ho fatto io stessa notare più volte a chi di competenza – enti, circoscrizione e Provincia – la cosa, con tanto di rilievo, foto e carte, ma niente. Non c’è la volontà di cambiare le cose, ma di parlarne.

Vivere il territorio è un’altra cosa, il potere di trasformarlo, nel bene o nel male resta agli abitanti. Quando possono.
Basta disonestà intellettuale, confusione, abusi; basta usare luoghi e persone ad uso personale. Basta! Non fa onore a nessuno.
Veronetta è Verona, unica. Come le persone, ognuna. Come corpo unico. Attendiamo.

Daniela Cavallo

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