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Siamo arrivati a sette. Dopo Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara, CariChieti e Monte Paschi Siena è toccato ora a Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza.  In altri tempi la crisi di una banca sarebbe stato un problema congiunturale locale risolvibile con una ricapitalizzazione, la vendita di qualche ramo d’azienda per fare cassa o la fusione con una Banca più robusta.

Ma i tempi sono cambiati, la crisi, come ama dire il mondo politico, è “strutturale” e su questo ha ragione, salvo glissare sulle cause e le responsabilità. I tempi sono cambiati tant’è che secondo le nuove regole del “ce lo chiede l’Europa” deve essere salvaguardato il “contribuente” e non il “risparmiatore” che può pure essere travolto dal dissesto della Banca dove aveva fiduciosamente depositato e investito il suo patrimonio.

Il sole24Ore, spulciando i bilanci delle banche italiane, ci informa che di queste ben 114 (per lo più Bcc e casse rurali) hanno crediti incagliati (NPL – Non Performing Loans) che superano del 100% il valore del patrimonio netto tangibile. La crisi bancaria non si fermerà quindi a queste sette banche.

Si agisce come sempre nella logica dell’emergenza ma i problemi vengono da lontano. Vale la pena ricordare che fino al 2007, prima della famosa crisi Lehman Brothers,  le banche italiane erano solide e ben capitalizzate. Le sofferenze bancarie si sono impennate a causa del credit crunch (stretta creditizia) che a partire dal 2008 ha messo  in difficoltà il sistema delle piccole e medie aziende italiane provocando fallimenti a catena per l’impossibilità di rientrare in tempi troppo stretti dalle esposizioni bancarie.

Poi ci ha pensato il governo Monti, chiamato nel 2011 a salvare l’Italia, che anziché dare respiro all’economia italiana ha attuato al contrario forti misure di austerità.  “Austerità espansiva” la chiamavano, termine sconosciuto in economia ma che solo economisti votati all’ideologia del liberismo finanziario potevano coniare, tra l’imbarazzo della scienza economica e l’entusiasmo becero di molti politici e media che, fra ignoranza e malafede, avevano scelto di reggere il moccolo.

Che tali manovre di austerità non funzionassero era ben chiaro agli economisti, studiosi e ricercatori  indipendenti. Fra questi Alberto Bagnai, docente di politica economica, che con un post dall’eloquente titolo “I salvataggi che non ci salveranno” già nel novembre 2011 all’alba del primo governo Monti, con grande competenza e chiarezza indicava le cause vere della crisi ed i danni che avrebbero causato le politiche di austerità che già si stavano preparando.

Sempre Bagnai nell’introduzione al suo libro Il tramonto dell’euro (novembre 2012) spiegava come le manovre di austerità del governo, con le maggiori imposte e minore spesa sociale, avrebbero colpito innanzitutto le famiglie, quindi a valle le imprese ed infine le Banche che inevitabilmente sarebbero rimaste sommerse da montagne di crediti in sofferenza. Bagnai aveva la sfera di cristallo per predire il futuro? No, semplicemente applicava le regole della scienza economica, ovvero ciò che lui stesso insegnava tutti i giorni agli studenti di economia.

Per quello che non poté fare il governo Monti ci pensò poi il governo Letta nel dicembre 2013 con gli accordi riguardanti la costruenda Unione Bancaria ed il bail-in.  Significativo lo scambio di tweet fra Enrico Letta e l’economista Claudio Borghi del 19 dic 2013 (l’originale si trova facilmente su internet). @EnricoLetta: Finita ora sessione Consiglio Europeo. Approvata Banking Union. Per tutelare risparmiatori e evitare nuove crisi. Buon passo verso UE più unita. Risposta di @Borghi_Claudio:  LOL! Questa la salviamo da dare ai risparmiatori della prima banca che salterà. Tiferò per gli inseguitori.

Infatti nel dicembre 2015 con il default di 4 banche italiane di cui capofila Banca Etruria, venne applicata la procedura della “compartecipazione” dei risparmiatori, non del bail in (che partiva dal 2016) ma del Burden Sharing con l’azzeramento del valore delle azioni ed obbligazioni subordinate per coprire le perdite (il bail in coinvolge invero anche le obbligazioni senior ed Junior fino ai depositi per la parte eccedente i 100.000 euro).

Procedure analoghe sono in fase di applicazione per le due Banche venete e per MPS. Per le perdite eccedenti non coperte dal valore delle azioni e delle obbligazioni subordinate provvederà invece lo Stato, così come per la ricapitalizzazione preventiva e la cassa integrazione per migliaia di lavoratori, utilizzando i 20 miliardi di euro già stanziati lo scorso dicembre.

Alla fine, quindi, anche lo Stato è costretto ad intervenire per evitare il rischio di un collasso del sistema bancario italiano, ma solo dopo che tanta ricchezza patrimoniale privata fatta di azioni e obbligazioni subordinate sarà stata distrutta in nome del “ce lo chiede l’Europa”, con un grave danno per l’economia reale.

Perché ci siamo sempre fidati delle banche? Non perché fossero fulgidi esempi di santità ed onesta, ma perché si sapeva essere garantite dallo Stato con la sua Banca Centrale, in grado anche in caso di fallimento di tutelare il risparmio come indicato dall’art. 47 della Costituzione italiana. Ma come ci si potrà fidare di un sistema bancario che in caso di dissesto potrà appropriarsi della ricchezza dei propri clienti? Alla prima voce, anche infondata, di problemi finanziari del proprio istituto di credito sarà il panico, con la corsa agli sportelli per prelevare contante.

Di norma le prime Banche a fallire sono quelle gestite malamente o con dolo: per questo ci auguriamo che le responsabilità delle governance di queste 7 Banche vengano presto valutate nelle aule dei tribunali, comprese quelle delle Autorità che non hanno tempestivamente vigilato. Ma sarebbe troppo riduttivo scaricare le responsabilità solo su qualche amministratore disonesto, perché il problema bancario è sistemico e strutturale ed è connesso alla moneta unica ed alla regolamentazione della Unione Europea.

Il paradosso delle norme europee è che mentre il Burden Sharing (Direttiva UE/2014/59) distrugge risparmi reali con danni all’economia, la Banca Centrale Europea dal marzo 2015 sta creando ricchezza dal nulla al ritmo prima di 80 ed ora di 60 miliardi di euro al mese (Quantitative Easing), al fine di sostenere l’inflazione e far crescere l’economia, peraltro riuscendoci solo in parte.

Se dei circa 1.700 miliardi di euro, già creati dal nulla pigiando tasti sui computer della BCE, anche solo una parte fossero stati spesi in Italia e nel resto dell’Europa per opere pubbliche, oggi non saremmo qui a parlare di Banche in fallimento, di disoccupazione giovanile e debito pubblico.

Ma è evidente che nella UE in tema di economia si sta giocando un’altra partita, dove gli interessi dei cittadini non trovano posto.

Claudio Toffalini

Claudio Toffalini

L'autore: Claudio Toffalini

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

Commenti (2)

  • Giorgio Massignan

    Premetto che non sono un esperto di economia. Leggendo il tuo articolo, come sempre profondo ed esauriente, mi sono posto una serie di domande. Quando scrivi: “I tempi sono cambiati tant’è che secondo le nuove regole del “ce lo chiede l’Europa” deve essere salvaguardato il “contribuente” e non il “risparmiatore” che può pure essere travolto dal dissesto della Banca dove aveva fiduciosamente depositato e investito il suo patrimonio”; mi chiedo e ti chiedo: se il governo deve intervenire con circa 6 miliardi di euro e quindi con soldi dei contribuenti, con questa operazione non mi pare che il contribuente sia salvaguardato. Inoltre, se le due banche venete fossero state liquidate, i risparmiatori avrebbero perso tutta la parte eccedente i 100.000 euro dei loro depositi e sarebbero stati rimborsati solo del resto. In questo caso, mi pare di capire, che invece i loro depositi siano stati salvaguardati. Rimane comunque il dramma che saranno licenziati oltre 5.000 dipendenti.

  • Claudio Toffalini
    Claudio Toffalini Rispondi

    Quella di salvaguardare il contribuente scaricando prioritariamente il peso dell’eventuale dissesto bancario sul risparmiatore è l’intenzione della normativa UE. Poi in seconda battuta lo Stato, cioè il contribuente, deve intervenire comunque perché ben difficilmente il valore delle azioni e delle obbligazioni subordinate e dei depositi oltre 100.000 euro è in grado di coprire le perdite di una Banca in fallimento.
    La normativa del bail in è prima di tutto inutile perché non risolve i problemi ed inoltre è dannosa perché crea instabilità e panico. Tra l’altro, come appare sempre più evidente, molte delle obbligazioni subordinate sono state vendute con l’inganno o tacendo i rischi o sotto ricatto per avere un mutuo.
    La soluzione è nel paradosso di cui alla parte finale del post: le Banche Centrali possono creare denaro dal nulla e nello stesso tempo annullare il debito che hanno con se stesse, senza debiti per lo Stato. Purtroppo da quando abbiamo l’euro la Banca d’Italia (che non è più una Banca Centrale) non può più creare denaro, ed allora si che a rimetterci è lo Stato ovvero noi contribuenti.

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