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Gianfranco Franchini
Arch. Gianfranco Franchini

L’Arch. Giancarlo Franchini è il nuovo Presidente dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Verona. Si congeda dopo tre mandati l’Arch. Arnaldo Toffali.

Nella giornata di lunedì 26 giugno 2017 si è riunito per la prima volta il nuovo Consiglio dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Verona eletto a seguito delle elezioni dello scorso 17 maggio che hanno visto vincente la lista “Per gli architetti, per il territorio. Ripartiamo da qui”, di continuità con la Presidenza e Consiglio in carica fino a ieri. A seguito del discorso di benvenuto ai nuovi Consiglieri del Presidente uscente l’Arch. Arnaldo Toffali, sono state nominate le nuove cariche dell’Ordine.
E’ stato eletto Presidente l’Architetto Giancarlo Franchini, veronese classe 1958, dal 2009 al 2013 già Presidente del Collegio dei Revisori dei Conti dell’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Verona e Consigliere dell’Ordine e dal 2007, inoltre, Presidente del Comitato Unitario Permanente degli Ordini e dei Collegi Professionali della Provincia di Verona (CUP).
Fresco di nomina, il Presidente chiarisce come uno dei principali obiettivi dell’Ordine in questo suo mandato sarà quello di “mettersi” a disposizione dei giovani nel supporto all’avviamento della professione sia per quanto riguarda gli aspetti normativi e burocratici sia nell’ottica della formazione professionale. Inoltre, Franchini sottolinea come l’impegno da parte dell’ Ordine nei prossimi anni avrà particolare attenzione a tutto il territorio della Provincia di Verona.

Durante la riunione sono stati inoltre eletti l’Arch. Enrico Savoia con la carica di Segretario, l’Arch. Daniel Mantovani nominato Tesoriere e l’Arch. Amedeo Margotto nominato Vice Presidente.

A conclusione dei tre mandati che lo hanno visto presiedere l’Ordine, Arnaldo Toffali fa il punto su quello che è stato l’operato in questi anni e sul futuro della professione, in particolare per il territorio veronese.

Arnaldo Toffali
Arch. Arnaldo Toffali

Cosa ha ispirato il suo lavoro per il mandato svolto?
Innanzitutto la passione per questa straordinaria professione, esercitata sia in forma di libera professione che alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, e ripagare, cercando di fare del mio meglio, la fiducia che in così tanti anni i colleghi iscritti all’Ordine hanno riposto nella mia persona.

Come si è evoluto nel corso del tempo e del suo mandato il suo rapporto con la città gli enti, la politica, i cittadini?
Credo che oggi non vi possa essere amministrazione o ente pubblico che si permetta di emanare provvedimenti o regolamenti che incidano direttamente o indirettamente sulla professione, senza consultare gli Ordini professionali e/o le associazioni di categoria. Questo è dovuto principalmente alla costante attività di confronto e supporto che gli Ordini professionali hanno svolto in tanti anni con i vari interlocutori, anche con associazioni di cittadini, a sostegno di iniziative di interesse pubblico. Il rapporto personale poi, nasce prima di tutto dalla disponibilità e dalla consapevolezza che l’Ordine professionale è un Ente istituzionale (e non un sindacato o una associazione) e quindi i suoi rappresentanti devono dialogare con le istituzioni pubbliche, qualsiasi esse siano, e con tutti i rappresentanti della c.d. “società civile”.

Tre mandati di quattro anni ciascuno, quali sono i risultati maggiori raggiunti in questo tempo di governance?
La modifica della durata del mandato (prima di due anni) dovuta all’ultima riforma delle professioni, ha consentito indubbiamente di poter fare una programmazione a lungo termine e di conseguenza di poter gestire direttamente gli obiettivi prefissati.
Se devo indicare i principali e più importanti risultati conseguiti, senz’altro il primo posto va alla nuova sede (inaugurata lo scorso 6 aprile) presso l’area degli ex Magazzini Generali, un lungo percorso che nasce nel 2006 e che attraverso un processo di rigenerazione urbana, ha consentito la riqualificazione di una parte importante di un’area industriale dismessa alle porte della città storica, ma ancor più l’aver promosso e realizzato, grazie al consenso e concreto lavoro di tutto il Consiglio dell’Ordine, la casa delle professioni intellettuali della provincia di Verona assieme agli Ordini dei Consulenti del Lavoro e dei Dottori Commercialisti e Consulenti Fiscali. Inoltre la riorganizzazione della segreteria, l’implementazione della strumentazione informatica, la razionalizzazione e la riduzione dei costi di gestione mantenendo inalterata la quota di iscrizione, l’organizzazione e la gestione della formazione obbligatoria e continua a partire dal 2014.
Ma l’obiettivo e lo sforzo principale è stato quello di dare visibilità alla nostra professione (anche attraverso il lavoro della nostra bellissima rivista AV) e autorevolezza all’Ordine professionale, cosa che credo e spero di aver raggiunto.

Quali sono i rimpianti?
Sinceramente non ho particolari rimpianti, se non quello che avrei potuto fare prima e meglio certe cose e di non essere riuscito come Ordine professionale, ad essere più incisivo su alcune scelte strategiche che riguardano lo sviluppo della città, compito peraltro non prettamente istituzionale ma tuttavia necessario per avere un ruolo importante nell’ambito della società.

Come è cambiata la professione dell’architetto nel corso di questi ultimi 15 anni?
Alla crisi economica di questo ultimo decennio si è inevitabilmente accompagnato un cambiamento e una crisi profonda della professione, non solo la nostra purtroppo. Forse la generazione più colpita è quella dei cinquantenni, che devono ancora mantenere una famiglia, pagare il mutuo della casa, e che difficilmente si possono ancora permettere uno studio privato con tanto di segreteria e collaboratori a busta paga. Le nuove generazioni, grazie ad Erasmus e iniziative simili, oltre ad uno spirito di adattamento maggiore e una maggiore flessibilità mentale, stanno imparando ad affrontare la situazione e la mancanza di lavoro, inventandosi dei nuovi modi di lavorare o andando all’estero.

In Italia c’è un architetto ogni 450 abitanti, in Francia uno ogni 2.200. In tempi normali si chiamerebbe abbondanza creativa, oggi si chiama esubero occupazionale. Quali richieste avete messo in agenda per reggere l’urto di queste difficoltà?
La principale crisi lavorativa e professionale per l’architetto, oltre a quella economica dell’ultimo decennio, è sicuramente quella dovuta al numero elevato di professionisti. Le università italiane hanno e continuano ad immettere sul mercato laureati destinati in buona parte in partenza a non trovare lavoro (almeno nell’immediato). Questa stortura strutturale del nostro paese non viene ancora recepita come un elemento molto grave a cui dare una immediata soluzione.
Esiste di fatto un forte divario tra il mondo accademico, rappresentato dalle università, e il mondo del lavoro in parte rappresentato dagli Ordini professionali.
Tra le strategie messe in atto dal consiglio nazionale e dagli Ordini territoriali, in primis, vi è stato il favorire scambi a livello internazionale con i paesi c.d. emergenti per assorbire in parte l’esubero dei professionisti e anche esportare una indiscussa e riconosciuta professionalità all’estero. Dall’altra vi è l’impegno per ridare fiato all’economia di settore attraverso la promozione e la richiesta di adattare il sistema legislativo italiano ai processi messi in atto in molti paesi europei, di rigenerazione urbana, evitando inutili e dannosi sprechi di suolo.
Non ultimo si sta cercando di superare lo stereotipo della composizione dello studio italiano medio (circa l’80%) costituito da circa un addetto, favorendo la formazione di studi associati e la multidisciplinarietà sui modelli europei.

Chi è Arnaldo Toffali? Cosa le ha lasciato a livello umano e personale questa lunga esperienza?
In tutti questi anni ho cercato di svolgere il mio compito con impegno e passione mettendomi al servizio dei colleghi e delle istituzioni con il solo obiettivo di dare visibilità alla nostra professione e autorevolezza all’Ordine professionale, e non certo di rincorrere una visibilità a livello personale.
Molti colleghi si sono chiesti e si chiederanno perché una persona rimane così a lungo all’Ordine, senza avere peraltro una remunerazione economica.
Oltre ad aver acquisito un grandissimo bagaglio culturale di conoscenza, credo che l’unica risposta sensata sia quella a livello umano, ossia di trovare una soddisfazione interiore nel mettersi al servizio degli altri, dei colleghi in questo caso, e quella di aver conosciuto tantissimi professionisti di ogni parte d’Italia ed dall’estero, famosi o meno, cosa che difficilmente si riesce ottenere in un normale routine lavorativa.

Quando si parla di rigenerazione urbana c’è un errore in particolare che non bisogna commettere. Quello di ragionarne in modo generico e teorico, come se si trattasse di un concetto puramente astratto. Al contrario, la rigenerazione rappresenta un processo che non può che essere valutato in modo concreto, da portare avanti in realtà urbane molto differenti tra loro – ciascuna con la sua storia e le sue caratteristiche all’interno delle quali criticità e potenzialità assumono connotati specifici e non replicabili. In questo contesto come si colloca Verona?
Verona da questo punto di vista ha delle potenzialità enormi, che non vanno sprecate ma assunte e valorizzate. Il principale problema, forse tipicamente italiano più che veronese, è quello di coniare bellissimi concetti (non necessariamente astratti) e poi di astrarli invece che concretizzarli. E’ comunque necessaria, soprattutto in processi molto lunghi e laboriosi come quello della rigenerazione urbana, una consapevolezza di base che porti a programmare interventi anche di lunga durata e prospettiva, senza puntare spasmodicamente al ritorno immediato nei processi urbani che la maggior parte delle amministrazioni invece ricerca.

I progetti per il futuro – che siano a breve, a medio o a lungo termine – vanno necessariamente coniugati con il territorio in cui devono essere realizzati, gli interventi vanno ideati e calibrati avendo sempre presente i tessuto nel quale sono destinati a inserirsi. Quali sono gli interventi che vedrebbe per la Verona del Futuro?
Non vi è dubbio che qualsiasi intervento debba dialogare con il territorio nel quale viene inserito, spesso tuttavia gli organi preposti alla tutela del paesaggio e del territorio pensano che per inserirsi correttamente un intervento debba “mimetizzarsi” con il contesto e nel caso del costruito, utilizzare anche materiali e forme consolidate. L’architettura contemporanea, soprattutto nel resto d’Europa, da invece delle risposte di eccellenza a questo tema, rivendicando una sua autonomia tipologica e costruttiva (anche in termini di materiali innovativi).
Credo però che gli interventi per la Verona del Futuro siano più di natura strutturale, e riguardino principalmente la programmazione urbanistica di medio e lungo termine, e rispondano alla domanda qual è la Verona del futuro che vogliamo?

Un bagaglio di bellezza che ne rappresenta il punto di forza ma anche di debolezza. Nel senso di venire troppo spesso strumentalizzato per stoppare sul nascere qualsiasi progetto di trasformazione urbana di cui la città avrebbe, invece, enorme bisogno. Ma perché a Verona è così difficile passare dalla teoria alla pratica?
Non è solo Verona ad avere questo problema, ma in tutta Italia vi è una grande difficoltà ad imporre qualsiasi tipo di progettualità che sia innovativa o “non conservativa”, del resto non è un caso che le c.d. archistars italiane lavorano prevalen­temente all’estero. Non voglio addossare tutta la responsabilità alle soprintendenze, è un fatto culturale generale, ma dobbiamo anche fare i conti con il paese che pos­siede il più grande patrimonio artistico e culturale al mondo.

L’altro grande problema si chiama, invece, burocrazia: cosa pensa per snellirla e per velocizzare il passaggio da una città come quella di oggi a una città più smart e sostenibile?
La burocrazia è un altro problema tipicamente italiano, su questo tema si sono fatti tantissimi convegni. Nonostante i proclami e i tentativi dei vari governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, il problema della semplificazione non si è risolto, anzi l’unico modo imposto dalla legislazione vigente è quello di trasferire al professionista, attraverso un’infinità di autocertificazioni, la responsabilità prima in capo alle pubbliche amministrazioni. Spostare la responsabilità da un soggetto ad un altro (in questo caso al più debole ed esposto che è il professionista) non è semplificazione. D’altro canto anche la burocrazia è vittima della legislazione (eccessiva!).

C’è qualcosa che vorrebbe dire, un consiglio, al nuovo Sindaco del Comune di Verona?
La prima considerazione che farei al nuovo sindaco è questa: Verona è la città più inquinata d’Italia, con proposte sconsiderate di regolamentazione del traffico veicolare in Centro Storico, non curandosi minimamente dei cittadini residenti e della vivibilità e salubrità di una città riconosciuta sito UNESCO nel 2000 definita Patrimonio dell’Umanità. Cosa intende fare il nuovo sindaco concretamente? Manca un collegamento pubblico veloce e dedicato all’aeroporto, cosa si aspetta a realizzarlo? Manca un piano organico della Mobilità e una strategia a larga scala per gli spostamenti casalavorocasa. Cosa intende fare il nuovo sindaco?
Consiglio: apriamo una stagione di “concorsi” (non lasciandoli nel “cassetto”) e realizziamo il meglio!

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