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ASTENSIONISMO COSTITUENTE

Questo appello è rivolto a quella parte di cittadinanza veronese sinceramente ed orgogliosamente democratica, intenzionata a sfruttare l’enorme opportunità data da questo singolare (anzi, unico) ballottaggio tra due destre, per catalizzare e lanciare unitariamente un forte segnale di rigetto e diserzione di massa. Un appello al “non voto” come appello al rispetto di sé, alla demarcazione di un confine tra pratiche e culture in radicale opposizione, e come pratica costituente.

Per farlo, alcune necessarie osservazioni preliminari. Eccole.

1. Per uno scatto etico. Non solo testimonianza. Nel volgere di qualche settimana, siamo velocemente (e miseramente) passati dalla insistente campagna di delegittimazione del presunto “voto di testimonianza” (tacciato per minoritario, massimalista, irrilevante, settario, etc. etc.) alla nuova ed altrettanto insidiosa campagna di delegittimazione di un supposto “astensionismo di testimonianza”, considerato e biasimato anch’esso come ingenuo, sterile, infantile (e per taluni, addirittura complice col “nemico”). In entrambi i casi, l’ipotesi accusatoria (o canzonatoria) è che maturare (politicamente, ma forse anche umanamente o civicamente?) comporterebbe l’imparare a fare i conti con la realtà. La qual cosa, nell’immaginario “civile” di costoro, non significherebbe altro che scendere dalle nuvole delle belle idee e delle buone intenzioni (di cui sarebbero appunto lastricate le strade per l’inferno) per imparare a “sporcarsi le mani” (e un po’ anche la coscienza), sapendo per esempio ben discernere e scegliere il “male minore” (o il “meno peggio”) nelle varie situazioni della vita. Ecco, queste sì che sarebbero “utili” competenze sociali e politiche: magari da insegnare fin da piccoli, ai futuri apprendisti cittadini!

E così, in un caso come nell’altro (cioè, nel primo come nel secondo turno elettorale), è sempre il “voto utile” che deve essere comunque ricercato, anche finendo per ritrovarlo dentro la stessa compagine politica del nostro sindaco “uscente”, visto che è l’altro contendente, lui sì e solo lui, l’incarnazione del male (maggiore, o anzi, sommo!). E questo, anche a costo di tradire anni (anzi, decenni) di opposizione, anche a costo di dimenticarne i disastri (ambientali, sociali e morali) e di regalargli una immeritata verginità politica e morale, per di più a fronte di nessun gesto di pentimento rispetto alle tante e talmente gravi situazioni di cui si è reso protagonista.

Prima fra tutte, per evidenza empirica come pure per cattiveria manifesta, l’onta delle vergognose (e – ahimè – famose) sbarre delle panchine antibivacco, quelle sbarre che sono ancora conficcate nella coscienza civile di questa città (medaglia d’oro della resistenza) come ferita “universale” e da cui abbiamo/avremo bisogno di un riscatto di proporzioni altrettanto universali e radicali. Per non dire del resto del sistema di potere e di consensi in questi anni pazientemente foraggiato dal sistema tosiano: quel coacervo di interessi, favori, cooptazioni, sospinto da un legalitarismo di facciata usato come sciabola contro qualcuno (i poveri) e come paravento a favore di altri (colletti bianchi), cui si è prostrata (e prestata) la città, rendendola opaca, intrallazzata, collusa.

Ed ora, arrivati al dunque, invece di prendere l’occasione di queste (due) tornate elettorali, per avviare una risoluta e coraggiosa azione di denuncia, alterità e resistenza rispetto alle (due) destre in campo, eccoli lì a tergiversare, a soppesare costi e benefici, schieramenti e smarcamenti, pur di farci piacere anche questa apertura (“sulla fiducia”) al tosismo.

Eccoli ancora lì a roteare la clava di cotanto virile “pragmatismo”: un pragmatismo arrogante, capace di irridere gli avversari e incensare il proprio sistematico opportunismo; un pragmatismo cinico capace di nutrirsi di continui “mali minori” e gattopardismi vari; un pragmatismo supponente che si fa beffe di chi ancora si indigna e di chi su certi paletti morali non ammette trattative, cedimenti o repentine amnesie.

Bene, a tutto questo domenica possiamo reagire con un astensionismo di massa, chiaro e moralmente rigenerante. E da lì ripartire, anche riscattando l’onta del primo turno.

2. Per una pratica politica. Non solo destra. E qui si innesta il secondo ordine di ragionamenti. Infatti, non si tratta di una questione puramente etica. E nemmeno solo di cedere al pur legittimo e comunque ossigenante “astensionismo di testimonianza”. Qui si tratta più precisamente di una questione politica, squisitamente politica. Di quella forma e azione politica che plasma i caratteri, costruisce egemonie culturali e stili di vita, riempie lo scarto tra la forma astratta del diritto ed il suo preciso contenuto sociale. Qui é in ballo una precisa idea-prassi di politica e di strategia politica che può/vuole ritrovare le sue ben solide e concrete basi, dopo mesi di tatticismi elettorali, diatribe sul nulla, alchimie politicistiche e strati di cerone da marketing elettorale.

E lo vuole fare a partire dal moto di indignazione che per anni abbiamo provato (e covato) e che ora possiamo finalmente catapultare contro queste due destre. Anche riscattando i tentennamenti e gli errori del primo turno e di una campagna elettorale inutile.

Questo astensionismo, insomma, può essere un segnale dentro e fuori la città di Verona per dire che noi “non ci stiamo” ma anche che noi “ci siamo”.

Ecco allora che questo “non voto” può anche essere interpretato e promosso come un “astensionismo costituente” perché capace di ribadire e segnare il campo di un’opposizione morale, ampia e trasversale, la quale, sia pure in forma disorganizzata ed embrionale, riesca a rimettere assieme pezzi: pezzi di coloro che non si sentono più rappresentati da questo continuo corteggiamento del “male minore”, del “centro del centro”, dei poteri forti, del “moderatismo” militante ed arrogante.

Un appello che vuole suscitare un vento nuovo capace di riscattare la città di Verona dall’attuale depressione culturale e politica, compresa quella selva di intrallazzi, pigrizie, accomodamenti che si é normalizzata come sistema di comportamenti e abitudini basate sul tornaconto personale, lo scambio di favori, l’interesse e l’ipocrisia organizzata.

Sarebbe un bello smacco se a varare il nuovo governo cittadino ci fosse il vulnus di una risicatissima legittimazione popolare. Poco più di un 50% di voti di lista su di un risicato 50% di votanti: questo sì che sarebbe un segnale politico, anche mediaticamente forte, attorno al quale costruire e legittimare una fattiva opposizione sociale, politica e culturale, capace di durare e impegnare concretamente i prossimi cinque anni. E fin da subito.

Abbiamo insomma la possibilità di trasformare una debolezza nell’inizio di un nuovo cammino, un cammino costituente, con chi non accetta questo gioco al massacro (o appunto al “male minore”) e vuole rendere la propria alterità ed impegno morali una leva per ricostruire un’altra città.

3. Per una terza via. Non solo centro e destra. Ma non solo. Infatti la messa in discussione del principio del “male minore”, o del “meno peggio”, va a disinnescare non solo l’equivoco del “voto utile” ai tosiani (quasi fosse l’estremo baluardo davanti all’invasione dei lanzichenecchi salviniani): esso disinnesca un convincimento politico ancora più profondo e capace di condizionare pesantemente la qualità civile e democratica delle nostre società. Il punto è legato al tentativo di costruire una falsa alternativa tra un centro responsabile, illuminato e moderato (l’establishment) da un lato, e dall’altro, ed in ordine sparso, la “accozzaglia” dei populismi vari: di destra, di sinistra, qualunquisti e persino religiosi. E’ questa la costruzione mediatica (lo storytelling) che viene sostenuta ad ogni piè sospinto dai principali canali di informazione e come viene opportunamente “suggerita” dai principali think thank globali. Al di là dei camuffamenti si tratta di una finta alternativa tra due destre: una che parla bene ma razzola male e l’altra che – più coerentemente – parla male e razzola male. Questo è lo schema proposto dal partito della nazione di Renzi ma anche di tutta la strategia elettorale dispiegata in occasione del recente referendum di riforma costituzionale (vedi basta un sì). Una strategia volta a spaccare in due la sinistra e gettarne una parte – quella radicale – nel cestino del massimalismo, del populismo o della testimonianza etica (e delle anime belle); e l’altra, quella responsabile, responsabilmente fatta confluire in un centro moderato, con punte non moderate di destra.

Questo “non voto costituente” può essere un’occasione per dire no anche a questo sciagurato schemino tra responsabili e non responsabili, che poi è un modo per blindare al centro – e ad uso e consumo delle governance globali e locali – lo spettro di agibilità politica delle rispettive società. Un sequestro di democrazia, collaterale ad un monopolio dell’uso della propaganda istituzionale.

4. Per una sinistra credibile. Bene, anche questo schema vogliamo abbattere con la proposta di un astensionismo costituente e, a questo punto, anche costituzionale, perchè gelosamente ed orgogliosamente custode della nostra Carta Costituzionale. Poi certo dipende dal grado di interpretazione e rielaborazione operativa che viene data a questa astensione e a questo appello.

Può cadere nel nulla oppure diventare foriero di curiosi sommovimenti. Ovvio che se la sinistra – quella sedicente tale – è già stanca da questa competizione elettorale, se sente che deve già rifiatare perchè ha speso troppe energie o perché comunque si sente incompresa e in disagio rispetto ad una città ostile. Oppure ancora perchè impigliata in quel “minimalismo elettorale” per cui “vale” solo quello che “rende” immediatamente in termini di seggi. Una sinistra insomma che si appresta a ritornare nelle caverne per riapparire carsicamente in prossimità delle prossime elezioni o a traino di un qualunque comitato di base, ecco che nulla di quanto qui scritto può essere realizzato. In questo caso, rotte le righe, ci si limiterà a commentare con distacco ed indifferenza questa tornata elettorale, lasciando al puro gioco delle preferenze individuali, la scelta sul “che fare”. Lasciamo allora pure l’organizzazione del consenso ai media ufficiali: lasciamo fare, anzi, laissez faire! Ma in questo caso non tiriamo fuori la solita storia che Verona è una città irrimediabilmente di destra. Siamo noi – noi sinistrati – troppo stanchi, incapaci, o miopi per capire cosa significhi fare politica e farla realmente, aggredendo con generosità e coinvolgimento le principali contraddizioni sociali attuali, per come esse vengono realmente a manifestarsi e non per come ce le immaginiamo di notte o in un comitato politico o al liston 12.

5. In conclusione e fuori di metafora. Tirando le somme, pertanto, questo “astensionismo costituente”, questo “non voto”, è in realtà un voto:

  1. in primis, ovviamente, contro le destre dei vari Salvini, con il loro nugolo di “valori”, conditi di oscurantismo, sovranismo autarchico, identitarismo razzista e populismo penale;

  2. in secondo luogo, ma non meno risolutamente, contro il centro-destra dei Tosi e affiliati vari, con il loro grumo di interessi, chiacchierate amicizie, strette di mano, risotti, affari e colate di cemento;

  3. in terza battuta, e avvicinandoci a noi, contro il moderatismo di Renzi e la sua ipotesi politica di liquidazione (e liquefazione) della sinistra dentro un grande centro moderato e illuminato da brandire di volta in volta ai vari populismi di destra e di sinistra;

  4. infine, e a sorpresa, pure contro il velleitarismo della nostra sinistra radicale e residuale, con il suo ceto dirigente, ingabbiato nei propri linguaggi, riti e sacrari e per questo condannato a fare il controcanto di un mondo che al contrario continua a seguire altre strade e altri pastori.

Verona, 23 giugno 2017

Giovanni Ceriani

Commenti (5)

  • Complimenti, Giovanni (che non conosco). Ho appena letto più volte e mi sembra un documento molto coerente, convincente e approfondito.

    • Giovanni Ceriani Rispondi

      Grazie Luciano, sono contento che ti sia piaciuto ma – al di là delle parole – spero vivamente che serva a dare un indirizzo pratico ed unitario alle tante persone che trovo ancora disorientate, demotivate o scosse per i risultati della precedente tornata elettorale. Questo appello al non voto mi sembra possa rappresentare un’occasione d’oro per dare un forte segnale di discontinuità e di rottura ad una città che si ritiene fatalmente ed irrimediabilmente democristiana, con venature destrorse. Vediamo domenica se siamo riusciti in questo intento! Per ora chiedo l’aiuto di tutti per organizzare e diffondere la proposta.

  • Cristina Stevanoni Rispondi

    Caro Giovanni, hai prodotto un documento articolato e ponderato, in tutto coerente con la tua formazione culturale, e con le tue scelte successive. Mi dispiace dissentire proprio riguardo al giudizio di fondo, che pure è l’asse portante, e lo scopo, del tuo ragionamento. Dissento perché non andare al voto, a questo voto qui e ora, non è frutto di scelta, ma di costrizione. E la pistola alla tempia non ha niente di costituente, ma tutto di repellente. Di fronte a due destre, ognuna pessima per la sua parte, e neppure complementari, tanto sono ‘perfette’, non mi resta che la ritirata. Il fatto poi che a questa scelta obbligata si accompagnino le recriminazioni e le proteste di chi, invece, andrà al voto, mi carica di un peso aggiunto, che somiglia molto a un dolore acuto, e a un profondo disagio. A recriminare, a protestare sono le medesime persone con le quali ho lavorato, e sodo, fino a un minuto prima. Mi tormenta il loro severo giudizio, e l’esplicita richiesta di ‘conversione’. Se poi appartengo alla sinistra radicale (o più o peggio), che tu, senza mia sorpresa, metti in coda come il venenum, capisci bene che, a tutto questo mestissimo panorama, io vorrei appioppare ben altro epiteto che costituente.

    • Giovanni Ceriani Rispondi

      Ciao Cristina, intanto ti ringrazio per l’attenzione dedicata all’appello e per la condivisione delle tue sensazioni e delusioni. Ovviamente le condivido, come pure condivido la tentazione della ritirata (anche come elemento di auto-difesa rispetto a quanto di repellente appartiene ormai alla vita politica italiana e cittadina). E’ però solo una tentazione e nel mio appello ho provato a suggerire una contro-tentazione, cercando di motivarla non solo sul piano etico (marcare un fronte di severa indignazione e indisponibilità a qualunque tatticismo) ma anche strategico e pratico (abbassare quorum e “sabotare” l’investitura del vincitore). Ritorno allora sulla prima parte del tuo commento perchè è lì che mi sembra nasca una differente posizione del problema ed approccio al “che fare”. Che l’azione politica (compresa quella “costituente”) debba per forza svilupparsi su di una base (principio o situazione) di libertà (e decenza) piuttosto che di necessità (e indecenza), mi sembra molto discutibile, sia pure – concordo – assai preferibile. Il punto è che storicamente sono tanti i casi in cui forti ed esemplari azioni costituenti sono sorte nel bel mezzo di tragiche situazioni di fatto e quindi contrassegnati dalla costrizione e disperazione. Il riferimento alla resistenza e alla lotta partigiana è chiaro e immediato anche nel rilievo precisamente e tecnicamente “costituente”. Ma anche semplicemente parlando della forme di coercizione che si ritrovano nelle più quotidiane situazioni del ricatto e della violenza economica (in fabbrica e non solo) e che costringono ad impiegare l’arma dello sciopero, anche queste appartengano al regno della necessità più che a quello della libertà. Ora, il punto è che al di là della secca dicotomia tra libertà e necessità (o tra libertà e coercizione), la mia convinzione è che l’azione veramente politica (e specie nella sua forma “costituente”) stia proprio nella capacità di riuscire a farsi medium tra entrambi. L’azione politica costituente, per sua definizione, sa prendere in mano una materia grezza, a volte rozza e primitiva, e svilupparne gli elementi più progressivi, emancipatori e umanizzanti. Poi la questione è verificare il grado di forza che quest’azione riesce ad esprimere ed imprimere, passando dalla rivendicazione immmediata a quella più puntualmente etico-politica. Ma la proposta e l’intenzione è partire da questo grado “zero”: un grado “zero” ben rappresentato dal parallelo “grado zero” di partecipazone politica che è l’astensione appunto. L’eresia e provocazione della proposta era appunto quella di accogliere la sfida di questo “grado zero” e farne “una leva”. Capovolgere una misera situazione di fatto e trasformarla in un’occasione (ricca) di mutuo riconoscimento, come rifiuto e rigetto collettivo della presente offerta politica e delle cause che l’hanno determinata. In altri scritti ho parlato ironicamente anche di “imbarazzo della scelta” per descrivere la situazione veronese. Aggiungo infine che questo “grado zero” in realtà già nella sua semplice affermazione intendeva sventare l’ulteriore immiserimento della vita politica quale quello del tentativo di giungere a nuovi accordi, accordini, voti utili o altro con una delle due forze in campo, al fine di strappare un qualcosa. Se l’astensione è il grado zero, quel tatticismo era addirittura un “sottozero”: della politica e della democrazia. L’astensionismo costituente insomma sottende ed indica un progetto di lavoro e una proposta di metodo politico che sappia rintracciare e dialogare con alcuni elementi, sentimenti e manifestazioni più popolari. E quindi chiudo ricordando che astensionismo e populismo sono fenomeni gemelli, figli del nostro tempo, e come tali ve ne è una versione qualunquista e razzista ed un’altra responsabile e costituente (comprese ovviamente tutte le striature intermedie).

  • Marcello

    Per “un forte segnale di rigetto e diserzione di massa. Un appello al “non voto” come appello al rispetto di sé, alla demarcazione di un confine tra pratiche e culture in radicale opposizione, e come pratica costituente”. Belle parole ma penso che i followers delle liste associate ai due capitani, con il contributo dei “renziani” tendano a spartirsi i votanti, magari con una bassa partecipazione al voto, forse anche sotto il 50%: fosse pure del 40% la percentuale non consentirebbe di parlare di diserzione di massa e nemmeno di astensionismo costituente. Avremo comunque un sindaco eletto senza aver in qualche modo provato a condizionare il risultato. Ha un senso se i due capitani sono ritenuti ugualmente riprovevoli e non meritevoli di un nostro intervento o se uno dei due è dato già come sicuro vincitore per cui non vale la pena d’intervenire. Ma i “nemici” si sconfiggono uno alla volta e mi sembra più utile per la città che il primo a perdere debba essere il toso. Non ho la bacchetta magica e potrei sbagliarmi.

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