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Il nuovo uso del termine “migrante” non è casuale, ma tradisce come la globalizzazione intende la società futura, cioè una società costituita da un agglomerato di persone “flessibili” senza radici storico culturali, senza legami con il territorio.

Stiamo assistendo da qualche tempo all’uso generalizzato del termine “migrante” per definire le persone salvate nel Mediterraneo e sbarcate in Italia. Solo una questione linguistica o qualcosa di più? Il problema è stato posto anche all’Accademia della Crusca  dove si possono trovare degli interessanti approfondimenti storico linguistici.

I media sempre più raramente utilizzano i termini, ormai desueti, di “emigranti” ed “immigrati”, il primo che pone l’accento sui Paesi nativi lasciati, ed il secondo che più si adatta agli stranieri già arrivati e che si stanno stabilizzando sul nuovo territorio. La parola “migrante” invece, participio presente del verbo migrare, coglie il senso dello spostamento nel momento stesso in cui esso avviene, trascurando i punti di partenza e di arrivo del viaggio e dilatando l’azione stessa del migrare. Lo status di “migrante” dovrebbe però essere temporaneo e legato al solo spostamento, ma è proprio così?

Diversamente dagli emigranti italiani dei secoli scorsi, il viaggio di questi nuovi migranti è incredibilmente lungo, travagliato e pericoloso, su mezzi di fortuna, con attraversamento illegale di molte frontiere e per questo in balia di approfittatori e polizie corrotte.

L’Italia viene spesso ringraziata per l’azione umanitaria di salvataggio a mare e per la prima accoglienza dei migranti, tuttavia sappiamo bene che il progetto successivo di integrazione è assai carente se non quasi inesistente. Delle circa 500.000 persone salvate nel Mediterraneo dal 2014 ad oggi, di quante possiamo affermare che stanno seguendo un percorso organico di integrazione sul territorio italiano? Quante invece quelle di cui si sono perse le tracce?

La maggior parte dei migranti vorrebbe raggiungere i Paesi del centro o nord Europa dove le opportunità di lavoro ed inserimento sono migliori che in Italia, ma le frontiere con la Slovenia, l’Austria, la Svizzera e la Francia sono ben controllate e le polizie d’oltralpe riportano in Italia i migranti che tentano di attraversarle. Inoltre anche il ricollocamento dei migranti fra i diversi Stati dell’Unione Europea è totalmente insufficiente per l’opposizione di molti Paesi della stessa UE.

Terminato il periodo dell’accoglienza, dove troviamo la maggior parte di questi migranti se non davanti ai supermercati a chiedere una elemosina, oppure occupati in nero nell’edilizia o in agricoltura sfruttati come schiavi? E dove possono alloggiare se non in baracche di cartone e sfamati dalla Ronda della Carità o da qualche mensa misericordiosa? Senza lavoro, senza casa e senza integrazione sociale, centinaia di migliaia di persone resteranno perennemente “migranti” senza speranza, cioè persone impedite a creare legami con il territorio di arrivo ed il rischio di perdere quelli con il Paese di origine. Il filosofo Diego Fusaro in un breve video , dandone una lettura marxista, sintetizza con chiarezza il fenomeno delle migrazioni di massa ed il legame con l’economia della globalizzazione.

Questa nuova condizione di perenne migrazione non riguarda solo gli stranieri soccorsi nel Mediterraneo, ma ogni giorno di più tanti italiani costretti a vivere in uno stato di costante precarietà da un lavoro temporaneo all’altro senza stabilità, oppure in alternativa a “migrare” all’estero nella ricerca di migliori opportunità.

La globalizzazione sta cancellando i vecchi termini di emigrante ed immigrato, per sostituirli con un unico nuovo status di “migrante” dove i riferimenti al territorio, sia quello di origine che quello di arrivo, diventano sempre più labili e da cui nasce, secondo Fusaro, la nuova condizione di “homo migrans” continuamente de-localizzato e destabilizzato.

Ma che lo status di migrante sia la nuova frontiera imposta dalla globalizzazione che riguarderà presto anche tutti noi, ce lo ha candidamente confermato la stessa Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati, con parole che fanno rabbrividire ma devono ancor di più farci riflettere.

Finanza, merci e lavoro in passato sono sempre stati legati al territorio dove creavano e distribuivano ricchezza alla popolazione residente nel rispetto delle leggi dello Stato. La globalizzazione invece, che mal sopporta gli stati nazionali, per sua natura ha bisogno della libera circolazione della finanza e delle merci per massimizzare i profitti là dove sono più proficui. La “libera circolazione delle persone” è altresì un modo elegante per affermare che i lavoratori si devono trasformare in “migranti” sempre disponibili a rincorrere e contendersi il lavoro.

Il nuovo uso del termine “migrante” non è quindi casuale, ma tradisce perfettamente come la globalizzazione intende la società futura, cioè una società costituita da un agglomerato di persone “flessibili” senza radici storico culturali, senza legami con il territorio, quasi apolidi, dove l’essere italiani, messicani o cinesi non fa più differenza.

Cittadini del mondo quindi? Magari, nomadi invece, in un mondo dove la ricchezza delle diversità lascerà il posto al conformismo culturale ed alla povertà globalizzata.

Claudio Toffalini

Claudio Toffalini

L'autore: Claudio Toffalini

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

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