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Faceva il bullo con me, allora gli ho dato una martellata” è il titolo scelto dal Corriere di Verona per illustrare la zuffa avvenuta il 17 maggio scorso davanti al Policlinico, tra due sedicenni saliti sull’autobus 72 per raggiungere la Scuola (l’Istituto Giorgi), come fanno ogni mattina. Per fortuna la ferita alla testa risulterebbe meno grave di quanto si potrebbe pensare: solo un duro colpo alla scatola cranica senza altre conseguenze (speriamo) sul cervello.

Ma i due, che non appartengono alla stessa classe si conoscevano? Rivaleggiavano o si scambiavano soltanto epiteti incontrollati? Chi era la vittima? Chi l’aggressore? E i presenti come hanno reagito? Chi ha tirato la martellata potrebbe essere stato varie volte “preso in giro” per decidere di armarsi ma non credo che chi è stato colpito possa limitarsi a sostenere di conoscere a malapena l’aggressore se viaggia giornalmente con lui. E chi era tra i due il “bullo”, se quel ruolo si applica a chi manovra sostenuto da un gruppo e la spunta senza conseguenze? A sentire i docenti e i compagni di chi ha impugnato il martello il ragazzo non avrebbe mai rivelato in classe caratteristiche da bullo. Non mi resta che attendere gli sviluppi dell’indagine in corso da parte della Polizia, anche se mi sembra comunque un caso abbastanza comune, in cui i ruoli di aggredito e di aggressore si scambiano nel contrasto e mostrano più che un episodio di bullismo un bisogno, sempre più diffuso tra i giovani d’oggi, di sentirsi coperti dai presenti, quasi per difendersi da una ferita “onorabilità”, che si alimenta di una certa facilità a proferire ingiurie o a reagire con violenza (come per “fargliela pagare”).

A guardar bene solo pochi giorni prima, l’11 maggio (Lite e coltellata sospesi i  due alunni del Cangrande), era accaduto in città un altro fatto di sangue, con caratteristiche vicine al bullismo: due alunni della 1ª Geometri hanno litigato all’uscita dal Cangrande, presenti i compagni di classe, nella rissa sono volati pugni e uno dei due ha colpito con un coltello la mano dell’altro; ci sarebbe una foto della mano sanguinante postata su internet e un’intimazione del feritore ai compagni di classe di non parlarne in giro. Naturalmente una psicologa si era prontamente attivata nei confronti dei due alunni ed il Consiglio di classe prese subito i provvedimenti conseguenti mentre il Preside, in una lettera aperta agli studenti, così si esprimeva: «Quello che possiamo fare è creare nelle scuole e per gli studenti tutte le condizioni che riducano le probabilità di episodi di prepotenza, di eventi violenti». Occorre investire «in una maggiore capacità di gestione dei conflitti, nell’abilità di negoziare le differenze, di confrontarsi e di ascoltare».

Il 23 maggio, quasi a completare un quadro di aggressioni tra studenti, ancora in città, stavolta presso l’alberghiero Berti (Offesa a tempo di rap in aula. Rissa tra compagni di classe. E il video diventa virale), un’altra lite scoppia in orario di lezione e viene inviata su Instagram: “Di spalle, seduto al suo banco, un giovane biondo con il giubbino di jeans. Davanti a lui, tre coetanei in piedi. Uno ha in mano un cellulare, probabilmente con la base musicale, un altro tiene il ritmo e annuisce mentre il terzo, al centro, improvvisa rime”, in uno stile da hip-hop. Poi il “rapper” lancia al biondino, ben vestito (e forse per questo preso in giro) una generica accusa di «prostituzione», che è quanto basta al destinatario per reagire, così “si alza di scatto e fa partire uno schiaffo in pieno volto. La vittima si ritira in un angolo, l’altro si avvicina con fare minaccioso. I presenti immortalano tutto con gli smartphone, ma nessuno interviene. Un destro in piena faccia: non è chiaro se il rapper riesca a evitarlo o a proteggersi con le braccia, ma si rialza subito dopo. L’aggressore si allontana, la professoressa alza la voce: «Ma perché fai così?». Click”.

Avrei molte cose da chiedere su quanto accaduto durante la registrazione ma mi limito a citare le parole del pentito: «Non sapete quello che ho passato io e questo si è permesso di parlare della mia famiglia mettendo in mezzo mia madre. Okay io ho sbagliato a reagire così, ma sapete, dopo che una persona ti ripete più volte “finiscila, finiscila”, perde la pazienza».

Un ceffone ed un pugno non sono certo da minimizzare ma nemmeno da sovrastimare: il conflitto che a scuola o nelle sue vicinanze può scoppiare tra studenti può e deve trovare un terreno d’ascolto e di dialogo e comunque non deve mancare una valutazione chiara in termini educativi e di crescita formativa e civile da parte delle Autorità scolastiche, soprattutto se coinvolge attraverso i “social” un pubblico giovanile di ampie dimensioni.

Ma la scuola solo in parte può affrontare e contrastare simili comportamenti pur servendosi di validi psicologi; certamente le famiglie d’origine avrebbero potuto sviluppare in qualche modo nei rispettivi ragazzi degli atteggiamenti di maggior autocontrollo prima di lanciare offese sia pure in rima o di rispondere con mezzi violenti. So bene che è difficile da gestire una “certa età”, soprattutto quando si fatica o si rinuncia fin dall’età scolare a stabilire i “no” che servono con i ragazzi, per cui prevenire i conflitti diventerà poi sempre più difficile. Dunque, se qualcosa è mancato “prima”, di sicuro qualcosa in eccesso è scattato, “dopo”.

E non è un caso che simili incidenti siano accaduti ad alunni di tre scuole tecniche della città: l’Istituto professionale Giorgi, l’Istituto per geometri Cangrande e l’istituto alberghiero Berti. Non per escludere dal fenomeno le scuole ad indirizzo classico o scientifico ma certamente nel contesto sociale attuale, gravato com’è da una crisi economico-finanziaria di proporzioni gigantesche, dove licenziamenti ed esuberi sono all’ordine del giorno e la disoccupazione giovanile s’aggira intorno al 40%, sono proprio le classi popolari e i loro figli i più esposti al rischio della precarietà e dell’indigenza con evidenti riflessi nei rapporti umani e sociali, condizionati spesso da forme educative ancestrali o deprecabili.

Sono questi ragazzi che alimentano le classi di quegli Istituti, sviati dall’uso improprio degli smart-phone, allettati da una società del consumo individuale e spesso frenati ad ogni revisione critica ed autocritica. Spesso sono tentati di reagire ad offese e minacce con le maniere più rudi di cui dispongono e che possono incutere “rispetto”. Succede nelle zone periferiche delle città del nord-Italia come nelle città o nei paesi del Sud, e succede anche a Verona, la città immortalata da Shakespeare e resa celebre, guarda il caso, dalla tragedia di Romeo e Giulietta tra due squadre in conflitto. Ma non c’è motivo di ritenere che atti di bullismo siano raffigurabili nelle tre vicende riportate ma di violenza sì, niente più di quanto succedeva del resto nella periferia cittadina, negli anni immediatamente successivi al 2° conflitto mondiale.

Da allora tutti abbiamo imparato, giovani e meno giovani, a convivere con un certo tipo di “bullismo” anche nelle strutture scolastiche e a condannare ogni forma di violenza, verbalmente o fisicamente scatenata, fino a ridurre quel fenomeno a fatto marginale interpersonale, confidando soprattutto sul dialogo e l’accoglienza tra alunni di diversa provenienza sociale e su una buona impostazione culturale. Ce la faremo ancora.

Marcello Toffalini

 

Marcello Toffalini

L'autore: Marcello Toffalini

Marcello Toffalini è nato nel 1946 ed è cresciuto nella periferia di Verona tra scuola, parrocchia e lotte sociali. Ha partecipato ai moti universitari padovani e allo sviluppo delle Scuole popolari di Verona. Si è laureato in Fisica a Padova nel 1972 e si è sposato nel 1974 con rito non concordatario. Una vita da insegnante di Matematica e Fisica presso il Liceo Fracastoro, sempre attratto da problematiche sociali e scientifiche. In pensione dal 2008. Nonno felice di tre nipotini. Altri interessi: canta tra i Musici di Santa Cecilia. ml.toffalini@alice.it

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