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docenti

Da alcuni anni sulla grande stampa viene spesso presentata e/o rilanciata un’accusa precisa alla classe insegnante, quella di non accettare graduatorie di merito didattico al suo interno nemmeno come incentivo e di essere generalmente incline a promuovere tutti gli alunni vivendo la bocciatura di qualcuno di essi come un tabù.

Tempi duri per i docenti. E non mi riferisco ai maggiori impegni che emergono alla fine di ogni anno scolastico che mal s’acconciano con il modesto trattamento economico loro riservato malgrado le responsabilità e le competenze acquisite. In questo periodo mentre gli studenti sono impegnati a rimediare alle rispettive difficoltà registrate o a migliorare i risultati positivi già raggiunti, gli insegnanti sono occupati nella redazione, somministrazione e valutazione degli ultimi accertamenti prima degli scrutini, nonché nelle prove Invalsi o negli esami di maturità. Tempi duri perché da alcuni anni sulla grande stampa viene spesso presentata e/o rilanciata un’accusa precisa alla classe insegnante, quella di non accettare graduatorie di merito didattico al suo interno nemmeno come incentivo e di essere generalmente incline a promuovere tutti gli alunni vivendo la bocciatura di qualcuno di essi come un tabù.

Risale ai primi di gennaio l’attacco di un noto e stimato giornalista, Gian Antonio Stella, ad un sindacalista della Scuola che, in relazione alla proposta d’introdurre anche in Italia un concorso nazionale per premiare con un bonus i migliori insegnanti, magari associato al Global Teacher Prize, si era spinto (il sindacalista) a dire: «Va bene premiare il merito, ma troviamo dei criteri in sede contrattuale perché i migliori magari non sono il 5 ma l’80% degli insegnanti». Lui si riferiva al modo di distribuire il bonus già previsto dalla legge ma da concertare col ministro Fedeli.

No! Non era giusto secondo Stella, non si sa se più preoccupato per le casse dello Stato o del riflesso formativo sui docenti, perché “nessuno si sognerebbe di sostenere, neppure dentro il sindacato, che possano indistintamente essere i migliori l’80% dei calciatori o dei pianisti, dei fabbri o dei pizzaioli. In tutti i campi della vita ci sono i più bravi e i meno bravi. Che devono essere tutelati, si capisce: non a tutti è concesso di diventare Messi o Pollini. L’idea che la scuola faccia eccezione a ogni gerarchia di merito, invece, pare essere saldamente imbullonata”. L’avrebbero dimostrato alcuni dati raccolti: «nel Lazio sono stati premiati il 47% dei prof, cioè uno su due», non solo ma «una scuola su 5 ha scelto di dividere i fondi in parti uguali» e addirittura a Palermo nella metà delle scuole il premio «è stato assegnato sulla base dell’autocertificazione». Conclusione: la nostra è una scuola che boccia il merito! Titolone sul Corriere.

Gli risponde per le rime, pochi giorni dopo sull’Espresso, un’insegnante, Mariangela Galatea Vaglio, sostenendo in modo pacato e ampiamente motivato, che il “concetto di docente meritevole a cui pare far riferimento Stella sembra una figura di docente che forse è più vicino ad un insegnante universitario o ad un professionista di successo”, per cui “quelli che sono a questo livello qua, è difficile che insegnino in una scuola. Sono di solito già docenti universitari o lavorano come professionisti della formazione, a scuola vengono al massimo a fare corsi di aggiornamento a noi insegnanti comuni, e 426 euro (del Bonus docente, ndr) li prendono per un solo pomeriggio di lezione, per cui invogliarli a prendere una cattedra con una simile miseria di bonus è impossibile”.

Che cosa può essere allora un insegnante meritevole, meritevole di bonus? si domandava Mariangela: “In pratica un docente normalissimo, che magari si dimostra disposto a sobbarcarsi ore di lavoro in più per organizzare orari e supplenze, dare una mano al Dirigente a smaltire pratiche burocratiche varie, coprire ore buche quando i colleghi sono malati, accollarsi il peso di far andare avanti commissioni o fare incontri al pomeriggio, seguire corsi di formazione e di aggiornamento sulle ultime mode didattiche di cui si sono infatuati al Ministero”. Di questi docenti normalissimi didatticamente impegnati la Scuola è piena, mi creda Stella, qualcuno dei quali forse criticabile dal punto di vista del metodo (sempre sulla base di accuse precise e circostanziate e magari in qualche caso pure condivise), ma nella quasi totalità dei casi validi e capaci. Non si arriverebbe allora al 95% almeno? Non aveva ragione allora quel sindacalista (Pino Turi della Uil Scuola), tanto dileggiato?

Ma non è finita, perché a fine aprile un articolo dell’esimio prof. Galli della Loggia, sempre sul Corriere, riprende ad esporre il tema della presunta inadeguatezza dei docenti italiani a selezionare il merito dei discenti, parlando esplicitamente di tabù della bocciatura e accreditando l’affermazione di un insegnante pugliese, secondo il quale «se tutti gli studenti avessero i voti che meritano non verrebbe promosso più del 20 per cento», in ogni classe! Facendo così emergere, a detta del professore universitario, “la grande menzogna su cui si regge da anni il sistema dell’istruzione italiano: le promozioni d’ufficio”. Non bastasse, il cattedratico aggiunge: “Quale affidamento possano dare in Italia i voti di diploma si capisce, del resto, considerando che nel 2016, per esempio, gli alunni promossi alla licenza in Puglia e Campania con il massimo dei voti sono stati più numerosi di quelli promossi con la stessa votazione in Lombardia, Piemonte, Veneto, Toscana ed Emilia messi insieme”. Capisco: i dati sembrano inconfutabili e qualcosa da correggere ci deve ben essere almeno nella scuola secondaria, soprattutto negli scrutini e negli esami di maturità.

Ma cosa andrebbe cambiato prioritariamente? La docimologia applicata dagli insegnanti con i voti assegnati o l’ammodernamento delle infrastrutture e delle tecnologie scolastiche, ancora bloccato in tutto il Paese per carenza di adeguati investimenti? La metodologia didattica della maggior parte dei nostri docenti o le linee organizzative e formative della Scuola italiana ancora ferma a Gentile e all’emarginazione degli Istituti tecnici e professionali rispetto ai Licei? Non voglio qui sminuire il ruolo di una sana meritocrazia negli accertamenti sugli alunni o di una bella competizione didattica tra i docenti ma l’una e l’altra devono sempre confrontarsi con la complessità del fattore umano, classe per classe, anno per anno, docente per docente.

Se nei primi anni del 21° secolo la lezione di fatto è ancora fondamentalmente frontale e verbale hai voglia di criticare le valutazioni scolastiche degli studenti che, come ognuno ben sa, dipendono in larga parte anche dai contesti culturali e sociali che li caratterizzano, nonostante la diffusione degli smartphone. E se continuano ad esserci non esigue differenze nei risultati scolastici tra le scuole di provincia o di periferia e le scuole più blasonate e private delle grandi città una ragione ci sarà pure.

Alla fine, l’ascensore sociale dei ragazzi appartenenti alle classi più popolari, realizzato con la complicità dei docenti italiani, potrebbe rivelarsi, checché ne dica Galli della Loggia, più che una iattura o un motivo di lamento, una plastica realizzazione del terzo articolo della nostra Costituzione. Non male direi.

Marcello Toffalini

 

Marcello Toffalini

L'autore: Marcello Toffalini

Marcello Toffalini è nato nel 1946 ed è cresciuto nella periferia di Verona tra scuola, parrocchia e lotte sociali. Ha partecipato ai moti universitari padovani e allo sviluppo delle Scuole popolari di Verona. Si è laureato in Fisica a Padova nel 1972 e si è sposato nel 1974 con rito non concordatario. Una vita da insegnante di Matematica e Fisica presso il Liceo Fracastoro, sempre attratto da problematiche sociali e scientifiche. In pensione dal 2008. Nonno felice di tre nipotini. Altri interessi: canta tra i Musici di Santa Cecilia. ml.toffalini@alice.it

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