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La salute dei cittadini non può essere ritenuta merce di scambio per il profitto di pochi o di alcune multinazionali e il Governo dovrebbe tenere gli occhi bene aperti per evitare confusione e ricatti.

«Dopo un autunno secco ed un inverno arido si prospetta una primavera avara di pioggia» paventa Mario Spezia sull’ultimo numero di Veramente.org e temo che non si sbaglierà di molto, dato il lento ma progressivo cambiamento climatico in atto anche in Italia da almeno qualche decennio, innescato, come si sa, dall’innalzamento della temperatura media annuale delle acque superficiali degli oceani. Senza acqua sarà dura titola profeticamente quella redazione e di sicuro una stagione estiva povera d’acqua non depone a favore di buoni raccolti in campo agricolo anche perché la riserva in forma ghiacciata dei nevai alpini si va via assottigliando di anno in anno, riducendo sensibilmente la portata dei torrenti e dei fiumi, che adoperiamo in parte per l’irrigazione delle colture.

Ma la cosa di cui a mio parere dovremo preoccuparci maggiormente non è tanto la penuria del consueto ed atteso liquido celeste, che in un modo o nell’altro il ciclo dell’acqua contribuirà ad integrare (anche se in forme più o meno violente), quanto la qualità delle acque impiegate nell’alimentazione umana e animale, o dirette all’igiene personale o alla pulizia degli allevamenti, e di quella utilizzata per l’irrigazione diretta o a pioggia delle colture vegetali di pregio (oliveti, vigneti, alberi da frutto in genere e risaie). Perché da quella qualità dipende non solo la salute e il benessere dei cittadini, ma anche una parte consistente dell’economia italiana, e di quella veronese in particolare.

Sulla qualità. Come sappiamo, a Verona e in quasi tutta la provincia agisce Acque Veronesi (AV), che preleva dalle falde profonde e distribuisce nelle case l’acqua potabile, dopo una serie di controlli analitici, di tipo chimico e microbiologico, sia direttamente che attraverso i laboratori delle ULSS, con indagini sia globali che di accertamento della presenza di eventuali inquinanti, derivanti dall’attività economica; ebbene AV mostra al riguardo risultati e valutazioni rasserenanti anche nei due casi di PFAS che recentemente hanno fatto notizia: quello della centrale di Porta Palio e quello della centrale di Lonigo-Albisano che serve 14 comuni della bassa veronese, tra cui Legnago. Non ho motivo di dubitarne ma mi piacerebbe conoscere meglio la situazione delle falde acquifere, utilizzate anche a scopi alimentari, dopo le denunce e la richiesta di prelievo in trenta scuole primarie del basso Veneto da parte di Greenpeace, benemerita associazione ambientalista che ha preso a cuore la possibile contaminazione delle acque di falda, dopo gli scarichi inquinanti a base di PFAS di una ditta vicentina (la Miteni) nei fossati collaterali. La Regione, l’Università ed il Governo ne sono informati.

Sul problema della decontaminazione da PFAS delle falde acquifere sono note le posizioni del Dr. Domenico Prisa, autore di un protocollo di azioni che, con l’ausilio di microrganismi, riuscirebbe a limitare e a ridurre drasticamente la presenza di quegli inquinanti, anche sulla base di dati e analisi internazionali. E le indagini effettuate e allegate lo testimonierebbero, benché non sia ancora nota al riguardo la posizione dell’Istituto Superiore per la Sanità. Non sarebbe male che la Regione e lo Stato ci provassero a sostenere questo tipo d’intervento.

Un’altra causa d’inquinamento ben nota e che riguarda indirettamente la nostra alimentazione è costituita dai pesticidi, molto usati in agricoltura per difendere le colture da attacchi di parassiti, funghi e insetti che possono rovinare la maturazione il gusto e persino la bellezza dei frutti e delle verdure, ma che assumiamo inevitabilmente insieme al frutto, al vino o all’olio. Sappiamo che “residui chimici in quantità sono stati rinvenuti anche nell’uva da tavola e da vino, tutta di provenienza nazionale”. Uno di questi veleni è il Glifosato, una sostanza ancora prodotta e commercializzata dalla Monsanto come diserbante, contro l’impiego del quale si sta battendo Legambiente. «Il rischio per la salute è legato in buona parte al possibile sviluppo di linfomi non Hodgkin, un tumore del sangue» sostiene da tempo Italia Salute (*6), che sulla sostanza incriminata, insieme allo IARC (istituto di ricerca sul cancro), mostra di avere idee ben chiare.

E si tratta di veleni che sono presenti anche nell’acqua prelevata dai bacini imbriferi dell’Adige e del Po e, in subordine, dai grandi laghi (Garda. Maggiore etc.) ma che nel suo percorso ha incontrato a monte acque reflue di malga o sversamenti di allevamenti, e a valle acque meteoriche di meleti, oliveti e vigneti delle valli alpine o anche delle nostre colline. Acqua che sarà poi impiegata per irrigare le nostre campagne e le diverse coltivazioni!
Se pensiamo che alcuni di quei veleni sono presenti nello stomaco degli animali che hanno brucato l’erba passata col diserbante o mangiato l’alimento contaminato, se crediamo che anche quei veleni, con le carni di questi animali, in qualche modo potrebbero entrare nel nostro organismo e comunque passare nel terreno e alla fine in falda, non c’è da star tranquilli, né per la nostra salute né per quella di chi in seguito potrebbe bere quell’acqua. E’ per questo motivo che persino la Coldiretti sta prendendo le distanze dal Glifosato che, pur proibito in Italia, può essere ancora presente nella pasta prodotta in Italia (!?) ma con grano duro importato dal Canada o dagli USA , dov’è ancora permesso l’uso di quel pesticida.

E questo è davvero allarmante perché la salute dei cittadini non può essere ritenuta merce di scambio per il profitto di pochi o di alcune multinazionali e il Governo dovrebbe tenere gli occhi bene aperti per evitare confusione e ricatti. Questi inquinanti, Glifosato e PFAS, sono estremamente pericolosi per la nostra salute, soprattutto se passano in falda, e devono perciò essere sottoposti a controlli severi: il primo al preciso divieto d’importazione e d’uso nelle produzioni alimentari italiane, oltre che all’uso come disinfestante nei giardini e nelle strade comunali, ed il secondo ad un monitoraggio che ne disincentivi l’uso con adeguate penali in caso di scarichi non adeguatamente protetti e obblighi in ogni caso la ditta responsabile dell’abuso ad un serio intervento di decontaminazione del suolo ed eventualmente della falda inquinata.

Ci riuscirà la nostra Regione a vincere questa sfida? ce la farà l’Italia? Ce la farà l’Europa?

Marcello Toffalini

Marcello Toffalini

L'autore: Marcello Toffalini

Marcello Toffalini è nato nel 1946 ed è cresciuto nella periferia di Verona tra scuola, parrocchia e lotte sociali. Ha partecipato ai moti universitari padovani e allo sviluppo delle Scuole popolari di Verona. Si è laureato in Fisica a Padova nel 1972 e si è sposato nel 1974 con rito non concordatario. Una vita da insegnante di Matematica e Fisica presso il Liceo Fracastoro, sempre attratto da problematiche sociali e scientifiche. In pensione dal 2008. Nonno felice di tre nipotini. Altri interessi: canta tra i Musici di Santa Cecilia. ml.toffalini@alice.it

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