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Se già oggi appaghiamo la nostra sensibilità affidandoci a un “mi piace” è facile prevedere che tra qualche anno queste forme di solidarietà virtuale genereranno una società totalmente incapace di pensare e progettare nulla di intrinsecamente umano. Ma siamo ancora in tempo, forse.

Verona In esce dal black-out di solidarietà con l’emittente Radio Popolare Verona, che con il suo silenzio ha posto il problema della sostenibilità di tante piccole realtà editoriali. I lettori del nostro giornale per 72 ore hanno letto la frase “Tutte le voci sono importanti e la libertà di opinione ha un costo. Se non siamo disposti a pagarlo non siamo neppure pronti per essere liberi”.

Non mi pare che Radio Popolare Verona abbia raccolto i 200 abbonamenti che le servivano per la sopravvivenza, ma in quel di San Massimo si potranno certamente consolare con le tante “recensioni” a 5 stelle sulla loro pagina Facebook. Ironia amara a parte, se già oggi appaghiamo la nostra sensibilità affidandoci a un “mi piace” è facile prevedere che tra qualche anno queste forme di solidarietà virtuale genereranno una società totalmente incapace di pensare e progettare nulla di intrinsecamente umano.

In che quadro si muovono le piccole testate italiane? Con sentenza il 15 giugno 1972 la Corte costituzionale ha stabilito che esiste un interesse generale all’informazione, indirettamente protetto dall’articolo 21 della Costituzione, e che questo interesse implica, in un regime di libera democrazia, pluralità di fonti, libero accesso alle medesime, assenza di ingiustificati ostacoli legali, anche temporanei, alla circolazione delle notizie e delle idee.

Sentenza che in Italia si è tradotta in una pioggia di soldi pubblici a fondo perduto per gli editori delle testate nazionali, sulla cui gestione si è spesso concentrata l’attenzione della Magistratura, con sei parlamentari coinvolti dal 2003 ad oggi in inchieste su illeciti amministrativi e concorso in truffa. Questo perché coloro che in Parlamento dovrebbero legiferare a garanzia del pluralismo dell’informazione hanno più interesse a creare un sistema lottizzato che assicuri il consenso attraverso il controllo dell’opinione pubblica.

Per le piccole testate – affette da croniche deficienze che non consentono i requisiti minimi per l’accesso ai fondi – nulla, se non addirittura chiari segnali di ostilità, come quello del Decreto Berlusconi del 2010 che azzerando le agevolazioni postali mise in ginocchio il settore e tutto l’indotto ad esso legato, con perdita di milioni di copie stampate, piccoli giornali che erano però parte importante nel fornire una voce diversa da quella di chi aveva il monopolio dell’informazione pubblica e privata.

Torniamo a Verona. “In politica non basta avere buone idee per sconfiggere quelle cattive, occorre anche la forza per sostenerle attraverso un’opinione pubblica che le condivida”. La frase fa parte di un documento, giunto in redazione e pubblicato qualche settimana fa, dove si cercava di capire perché alcune proposte sulla città, che il nostro giornale ha contribuito a diffondere suscitando un certo dibattito, non hanno trovato un tavolo di sintesi per un progetto comune in vista delle prossime Amministrative.

Se l’opinione pubblica è davvero così importante perché possa passare una visione progressista sul futuro della città, se il panorama mediatico cittadino appare troppo rigido, vecchio, legato a interessi di parte per essere lo strumento per una rigenerazione di questo tipo, allora a chi tocca fare da tramite tra chi ha idee e competenze, formula progetti, e la pubblica opinione?

Forse la cosa un po’ ci riguarda, come qualcuno sta sussurrando, ma pensare a un ruolo del genere con le forze oggi a disposizione del giornale sarebbe solo presunzione. Serve appunto “la forza”, cioè reperire quelle risorse economiche che permetterebbero a Verona In di farsi maggiormente sentire, con un salto di qualità. Un compito che non spetta certo alla redazione, che ha un suo preciso ruolo da svolgere, ma possibile attraverso la creazione di un sistema modulare con settori autonomi finalizzati alla raccolta fondi e alla conoscenza delle nuove leggi che regolano i finanziamenti all’editoria.

Qualche speranza viene infatti dalla legge 198 del 26 ottobre 2016 che ha come obiettivo la gestione di un fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione, e dove per la prima volta si parla espressamente di testate online, attuando quello che di fatto è il primo riconoscimento giuridico del settore. Il Decreto legislativo dello scorso 24 marzo ridefinisce di conseguenza la disciplina dei contributi diretti alle imprese editrici di quotidiani e periodici, tenendo conto di questo importante passo avanti. Anche in questo caso, chi se ne vuole occupare?

L’alternativa è desolante, perché le nuove forme di lottizzazione sono peggiori delle vecchie. Tranne rari casi, oggi l’informazione online viaggia su canali drogati. Se pubblichi 100 comunicati stampa al giorno e lo fai prima degli altri la rete ti premia, la testata diventa “autorevole” anche se nessuno controlla quello che viene dato in pasto ai lettori. E ci sono siti che pagano gli articolisti in base al numero di visite ottenute dal loro scritto. Una volta per vendere i giornali c’era la regola delle tre “S” (Sesso, Sangue e Soldi), ma bisognava che si verificasse la terna vincente e che ci fosse il cronista pronto a raccontarla, mentre oggi la fake news nascono a tavolino e se portano visite… welcome !

Giorgio Montolli

Giorgio Montolli

L'autore: Giorgio Montolli

Giorgio Montolli è un editore e giornalista nato a Verona il 22 giugno 1960. Dopo 12 anni come redattore al settimanale Verona Fedele, nel 1997 apre lo Studio Editoriale Giorgio Montolli che svolge lavori di grafica e impaginazione per conto terzi. Editore dei giornali Verona In (2003) e Opera Arenamagazine (2017), dal 2009 organizza nelle scuole il Corso “Come si fa un giornale” e pubblica L’Ansa dell’Adige che raccoglie gli articoli degli studenti. Dal 2013 è titolare del marchio Smart Edizioni. giorgio.montolli@inwind.it

Commenti (1)

  • Claudio Toffalini
    Claudio Toffalini Rispondi

    “La libertà di opinione ha un costo, se non siamo disposti a pagarlo non siamo neppure pronti per essere liberi”. Credo che la questione stia tutta lì. Anche un finanziamento pubblico che riconosca il ruolo delle testate on line ed il pluralismo e l’innovazione dell’informazione, sicuramente da non disprezzare, farebbe per lo più sopravvivere ma non crescere. Senza contare che comunque una testata veramente libera e non allineata verrebbe relegata in fondo alla lista. Allora oltre che collaborare con articoli, opinioni e tempo, forse è venuto il tempo di metterci anche qualche soldo, non solo con donazioni estemporanee, ma in modo organizzato e strutturale. Proviamo a pensarci.

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