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La sensazione è che il tentativo sia quello di legittimare a monte un inutile intervento di smontaggio dei gradoni, che in risulterebbe solo una irreversibile manomissione della cavea.

Domenica 26 marzo è apparso a pagina 19 del quotidiano L’Arena un articolo, non firmato, che prefigura una nuova situazione di criticità relativamente allo stato di conservazione dell’Anfiteatro Arena. Nell’articolo, intitolato: “Il calcestruzzo tra i gradoni: una ferita aperta”, si ricorda che nel corso degli anni ’80 del Novecento fu realizzato nella cavea dell’Arena un esteso intervento di sostituzione di numerosi gradoni lapidei, gravemente danneggiati nello spegnimento dell’incendio che il 12 agosto 1962 distrusse le scenografie dell’opera teatrale in corso. Tale intervento fu realizzato, come correttamente afferma l’articolo, con l’utilizzo del calcestruzzo per posare i nuovi gradoni sulle volte romane, invece che, come sarebbe stato più corretto, con le malte di calce.

Le successive considerazioni dell’anonimo autore dell’articolo sono però tutt’altro che condivisibili. Si afferma, infatti, che l’intervento degli anni ’80 starebbe provocando la crescita di un “tumore a lentissimo sviluppo” nella cavea dell’Anfiteatro, senza peraltro presentare alcuna prova scientifica a sostegno di tale tesi. Si tratta, a ben vedere, di un’affermazione ridicola e fuori luogo, che fa il paio con quella già smentita riguardante la “palude” su cui qualcuno riteneva fosse appoggiata l’Arena. Non esiste evidenza di alcun “tumore”, quindi, e nessuna reale problematica di questo tipo: si tratta di un intervento in sito da quasi quarant’anni, ormai pienamente stabilizzato.

A testimonianza di quanto l’analisi proposta dall’anonimo autore risulti fondata su dati errati, sono presenti a corredo dell’articolo due immagini che egli attribuisce agli interventi degli anni ’80, per la sostituzione dei gradoni danneggiati, ma che invece appartengono al cantiere pilota compiuto negli anni 1999-2000 per l’impermeabilizzazione della cavea, con il sollevamento e il successivo riposizionamento dei gradoni cinquecenteschi, condotto con esiti infelici da alcuni degli stessi tecnici incaricati oggi per il progetto “Art Bonus”. Su tali immagini sono infatti incise le date degli scatti (25/11/1999 e 9/6/2000) e, inoltre, ad occhio esperto risulta evidente che esse si riferiscono ad un intervento condotto nella zona di gradinata vicina all’Ala, esattamente agli antipodi rispetto a quella interessata dal cantiere degli anni ’80.

Parlando di “tumore”, l’anonimo autore intende evidentemente giustificarne l’asportazione, rimuovendo quindi l’intervento degli anni ‘80 sulla cavea dell’Arena che, come dimostrano i recenti studi del Politecnico di Milano, è oltretutto ancora in grado di garantire un’efficiente tenuta contro le infiltrazioni d’acqua nelle sottostanti volte romane e non sembra evidenziare alcuna criticità.

Vorremmo ricordare che non si tratta peraltro dell’unico intervento di questo tipo compiuto nel corso del XX secolo sul monumento romano facendo ampio uso del “famigerato” cemento. Ricordiamo a titolo d’esempio tre casi emblematici – tra i tanti – che dovrebbero essere molto noti, almeno agli addetti ai lavori: la sigillatura generale di tutti i gradoni della cavea effettuata tra il 1954 e il 1955 sotto la direzione scientifica della Soprintendente Bruna Forlati Tamaro; i lavori di riparazione dei danni arrecati ad una volta in seguito all’incendio del 18 agosto 1958, causato anche qui dalle scenografie, ma all’esterno del anfiteatro; soprattutto, l’intervento pioneristico di consolidamento dell’Ala che concluso nel 1956,  la cui tecnica – come abbiamo dettagliatamente dimostrato in sede scientifica – si deve all’intuizione di Piero Gazzola e alla firma di un geniale interprete dell’uso del cemento quale fu Riccardo Morandi.

Interventi sulla cavea dell'Arena
Interventi sulla cavea dell’Arena (foto del 09-06-2000)

Ci si chiede dunque cosa si dovrebbe fare in quei casi. Smontare tutta la cavea, o la volta restaurata nel 1958, oppure l’intera Ala e tutte le altre numerose porzioni dell’anfiteatro in cui è noto e accertato l’uso del cemento? Speriamo con questa nostra ironia di non suggerire nefasti propositi a chi ci legge e perciò intendiamo ripetere ancora una volta, con estrema chiarezza, che non sono questi i problemi conservativi del nostro Anfiteatro!

Dobbiamo inoltre registrare, purtroppo, che ancora una volta il dibattito riguardante le condizioni dell’Arena vede una presa di posizione che mistifica la realtà attraverso imprecisioni storiche macroscopiche e considerazioni fuorvianti rispetto a quello che dovrebbe essere il vero obiettivo: la tutela e la conservazione dell’Anfiteatro. Ciò è evidentemente frutto non di una seria e accurata ricerca sulla storia del monumento ma di uno “spulciare le carte” – come lo definisce lo stesso autore dell’articolo – del tutto superficiale.

Si tratta anche qui di quello che potremmo definire il “paradosso areniano”, che vede uno dei monumenti più conosciuti e meglio conservati dell’antichità romana essere quasi del tutto privo di quel corollario di studi scientifici a stampa che la notorietà – ma anche la stessa mole e la complessità – renderebbero necessari.

Questa esigenza sembra non essere avvertita nemmeno a Verona, tanto che il paradosso diventa colpevolezza quando la storia e le vicende costruttive del simbolo della città – il pilastro su cui gravita tra l’altro gran parte della nostra economia turistica – sono sostanzialmente sconosciute non solo alla stragrande maggioranza della popolazione ma anche alla cosiddetta “opinione colta”. Ne sia prova il fatto che proprio il giornale che ne usa il nome pubblichi anonimamente notizie e dati che abbiamo dimostrato essere infondati, nel silenzio generale, senza nemmeno il timore di una smentita.

In conclusione: ci pare che il tentativo in atto sia quello di legittimare a monte, in modo preventivo e con i mezzi discutibili che abbiamo detto, un inutile intervento di smontaggio dei gradoni e che si vuole presentare come conservativo ma che in effetti risulterebbe una irreversibile manomissione della cavea, inopportunamente costosa e dagli esiti perlomeno incerti.

La domanda è: cui prodest?

Giovanni CastiglioniMarco Cofani
Dottori di Ricerca in Conservazione dei Beni Architettonici
Diplomati presso la Scuola di Specializzazione in Restauro Architettonico del Politecnico di Milano.

In alto, Interventi sulla cavea dell’Arena (foto del 25-11-1999)

Commenti (1)

  • cristiana beltrami Rispondi

    Sacrosante parole.
    È triste constatare la faciloneria e la superficialità con la quale troppo spesso la stampa si presta a diffondere notizie falsate per mera ignoranza, ricerca scandalistica o interessi occulti, là dove suo compito sarebbe invece fare informazione anche per creare cultura.

commenti (1)

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