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E’ alla fine il restauro iniziato un anno fa, aggiustata la struttura metallica del 1923 che sorregge i bronzi. In attesa del concerto inaugurale, intanto battono le ore: in anticipo sulla Torre dei Lamberti

E’ apparsa rossa d’invidia la Torre dei Lamberti in questi ultimi giorni, e adesso si capisce perché: tutta rabbia perché il campanile dirimpetto da Sant’Anastasia batte le ore con qualche minuto d’anticipo. Lo avevamo annunciato su questo giornale giusto un anno fa: A Santa Anastasia noi suoneremo le nostre campane. Ora il cantiere per sistemare la struttura metallica nella cella è ormai alla fine. Tutto sommato in tempi brevi, perché alla sottoscrizione pubblica per i lavori, che nei pannelli in chiesa segnala la raccolta di 15mila euro, si sono aggiunti sponsores fino a coprire l’intera spesa; l’arciprete monsignor Silvano Mantovani l’aveva preventivata in circa 130mila euro, prossimamente renderà conto alla parrocchia e alla cittadinanza. Compresa nel cantiere anche l’installazione sui tetti (grandi come due campi da calcio!) di cavi fissi a norma antinfortunio: ora si potrà lavorare in sicurezza alla manutenzione ordinaria, senza bisogno di montare costosi castelli esterni solo per cambiare i coppi rotti.

Il cavo fisso in acciaio per lavorare “in sicurezza” sui tetti di Sant’Anastasia

Per chiudere il cantiere mancano solo gli ultimi interventi: collegare di nuovo alle nove campane le corde e farle scendere, attraverso i restaurati passanti di legno-vetro, lungo i 71 metri del campanile. Tornerà abituale così la scena dei campanari ritmicamente all’opera, immortalata proprio a Sant’Anastasia in un documentario degli anni Cinquanta. Vi figura, a capo della squadra, il mitico maestro Mario Carregari. Nel film suonano, come presto torneranno a fare i loro eredi, secondo il sistema veronese: quello che fa ruotare la campana fino a portarla in verticale, con la bocca in alto. Così si suonano le campane solo da noi e in Inghilterra, i campanari di là infatti si sono gemellati ai nostri.

In attesa del concerto inaugurale, intanto è già stato montato il sistema elettro-meccanico: ora permette di suonare cinque delle nove campane, oltre che manualmente, anche con i motori azionati da una pulsantiera in sacrestia. Per ora lo si usa solo per battere le ore dal campanone in Do, novità per Sant’Anastasia: ma solo dalle 8 alle 20, piano e non sempre.

Ma la parte più impegnativa del cantiere è stata mettere in sicurezza la grande gabbia metallica realizzata nel 1923 e che sorregge i nove bronzi nella cella campanaria. Ci fa da guida e spiega l’intervento Matteo Padovani, esperto campanaro e consulente del cantiere. Si sale dalla basilica su una stretta scala elicoidale, realizzata nel Trecento con la tecnica costruttiva usata nei castelli: passa solo un uomo alla volta e la chiocciola è così stretta da non permettere di sguainare una spada. Giunti all’altezza del tetto, lo stretto accesso immette nell’ampiezza della torre. «Ora», fa notare l’esperto Padovani, «da qui lo sguardo arriva in su fino alla cella campanaria. È stato deciso infatti di non ripristinare nella parte centrale un pavimento intermedio che si era deteriorato e che prima impediva la vista in verticale».

Matteo Padovani

Qui dove torneranno a suonare i campanari, sui muri sono esposte fotografie e cimeli dei loro predecessori, fino al 1776 quando fu costituita la Società concertisti campanari san Giorgio in Sant’Anastasia. C’è una tavola di legno dipinta con un’iscrizione autografa di Luigi Gardoni: si firmava LGC, Luigi Gardoni Campanaro, graffito che ogni tanto viene scoperto in giro per la basilica. «La più bella chiesa di Verona» (Antonio Paolucci, papale papale: lo ha detto quand’era direttore dei Musei Vaticani). Dev’essere stato LGC quello con cui se la presero i patrioti, perché Francesco Giuseppe e la Sissi, scesi di fronte all’albergo Due Torri, erano stati salutati con le campane di Sant’Anastasia che suonavano la musica del quartetto Imperatore di Haydn.

Ma la parrocchia aveva motivo di riconoscenza per l’Austria: saliamo ancora, infatti, su una magnifica scala di legno costruita nel 1839 con finanziamenti dell’imperial-regio governo. «Un legno così duro», dice Padovani, «che ad avvitarci dentro una vite d’acciaio abbiamo spaccato la vite”. Finalmente eccoci arrivati alla cella campanaria. «La struttura metallica del 1923 che sorregge i nove bronzi è stata conservata», spiega l’esperto, «tranne le putrelle fissate al pavimento, che negli angoli si erano arrugginite: queste parti sono state sostituite e inoltre sono stati impiegati giunti di neoprene che ora assorbono le vibrazioni e riducono le sollecitazioni alle murature. Sono state aggiunte anche saette diagonali integrative». Particolare che coglieranno, da terra, solo quelli con gli occhi buoni: le tre ultime campane, aggiunte sul lato a sud proprio nel 1923, prima sporgevano scenograficamente dalla cella campanaria, quando suonavano. Erano state montate così, in fuori, per bellezza. Ora sono state rimesse in squadra con le altre.

Quando tornerà finalmente a suonare il concerto di Sant’Anastasia, dopo che ai primi tocchi s’è arrossata la Torre dei Lamberti è facile profezia che impallidirà il campanile del Duomo. È già ora e sempre del suo pallore spettrale, con i fari puntati sul pietrume bianco del suo prolungamento d’era fascista (“Dato che gli americani bombardavano Verona, una bomba sul campanile del Duomo e un’altra su Castel San Pietro potevano mollarle”, Carlo Scarpa). Ma sono discorsi partigiani, non suoni strano: si chiama campanilismo.

Giuseppe Anti

Giuseppe Anti

L'autore: Giuseppe Anti

Giuseppe Anti è nato a Verona il 28 agosto 1955. Giornalista, si è occupato di editoria per ragazzi e storia contemporanea; ha curato fino al giugno 2015 gli inserti “Volti veronesi” e le pagine culturali del giornale L’Arena. giuseppe.anti@libero.it

Commenti (3)

  • Dino POLI

    UN articolo molto bello, e lo dice uno che ha conosciuto il maestro Carregari e visto come si suonavano le campane col metodo veronese, quando le chiese erano la tradizione, e in parte lo sono ancora.

  • Giulia Cortella

    E lo dico pure io che sono la nipote di Marcello De Marzi, organista di Santa Anastasia e maestro di Bepi De Marzi, primo cugino di mia mamma! Mio nonno ad ogni bombardamento lassù andava a ripararsi! Quella chiesa, quelle campane, quella meravigliosa armonia! Grazie come sempre Giuseppe sei tutti noi!

  • Avendo promosso da qualche anno il necessario restauro delle campane insieme alla nostra associazione campanaria cittadina, la Scuola Campanaria Verona, non posso che essere soddisfatto per il lavoro eseguito. Un sincero grazie a mons. Silvano e a tutti coloro che hanno reso possibile la realizzazione delle opere. Come eredi del maestro Carregari (che pure io ebbi modo di conoscere nei miei primi anni da campanaro) abbiamo ricominciato con soddisfazione a compiere il servizio liturgico con queste importanti campane.
    Una doverosa nota sul campanile della Cattedrale: il completamento utilizza la medesima pietra bianca utilizzata dal Sanmicheli per la parte cinquecentesca. Ma soprattutto non è “di era fascista” essendo stato progettato ed avviato nel 1913-14. In quanto alle frasi di scarpa sulle ‘bombe” americane, è bene che tali parole rimangano sepolte nella tomba insieme al loro autore.

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