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Mi punge vaghezza che il vento del Nord stia travolgendo l’istituzione europea. Ieri è toccato alla Gran Bretagna. Oggi, la questione è diventata uno dei punti chiave di Marine Lepen, nel suo programma per le prossime presidenziali francesi. Parliamoci chiaro. E’ questa l’Europa che vogliamo? Era questa l’Europa che volevano quei santi idealisti precursori a Ventotene? No. Il suo attuale sigillo è quello di essere un’Europa, in cui solo pochi continuano a credere, dove una trentina di onnipotenti burocrati, arroccati e arricchiti tra Bruxelles e Strasburgo, determina il destino di 450 milioni di sudditi.

E’ l’Europa dell’omologazione. Le diversità storiche e culturali dei singoli popoli, che hanno fatto grande il nostro Continente, sono state fatte sparire nel calderone dell’uniformità, salvo mantenere la babele dei diversi idiomi comunitari. Pletore di segretari e traduttori in inglese e francese, di tutti i documenti rivolti ai rappresentanti delle nazioni comunitarie, fanno la spola tra le due inutili e costosissime sedi.

I pifferai del Trattato di Maastricht avrebbero, nelle loro intenzioni, aperto la stagione del buongoverno, del rigore, delle regole uguali per tutti, rispettate fino all’ultimo paragrafo e fatto finire i tempi della finanza allegra, degli sprechi e della burocrazia opprimente.

L’Italia, ad esempio, si sarebbe ritrovata, così, sui due piedi, il senso dello Stato dei francesi, la disciplina tedesca, l’atteggiamento britannico e magari anche il senso della neve degli scandinavi. E tutti a crederci! Concorsi a premi sull’Europa, nelle scuole, trasmissioni televisive di persuasione, assicurazioni che il dannatissimo euro ci avrebbe fatto più prosperi e immancabilmente più felici. I fatti di oggi hanno fatto passare la sbronza. I guai provocati dalla moneta europea sono nel portafoglio di tutti. I famosi trattati, i solenni patti si sono rivelati carta straccia. Nessuno li rispetta e meno che mai le ex locomotive d’Europa: Francia e Germania.

Fiammella europeista spenta, anche sul tornaconto economico, rappresentato dai fondi strutturali, dai contributi per l’agricoltura. Credo che nemmeno l’ultimo inguaribile romantico pensi ancora che i soldi, che arrivano da Bruxelles, siano un grazioso regalo. Nossignori. Ogni anno noi contribuenti versiamo nelle voraci casse della Comunità miliardi di euro. Quando va bene, ci ritornano sotto forma di sovvenzioni varie.

Facciamola breve. Tutto ciò che ci finanzia Bruxelles ce lo finanziamo noi. In più contribuiamo alle spese faraoniche dell’altrettanto faraonico apparato burocratico, e al mantenimento di sfaticati euro mandarini, che con il loro stipendio mensile avrebbero potuto, immediatamente, risollevare le sorti delle nostre zone terremotate. Non mi stupisce il montante sentimento antieuropeo. E il mancato accenno alle radici giudaico-cristiane nell’abortita Eurocostituzione, dove lo mettiamo?

Lucia Cametti

 

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