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All’ex chiesa di Santa Cecilia cambia posto una preziosa epigrafe romana: l’unica in cui si parli dell’antica basilica. Dov’era da sempre dava fastidio all’apertura di una nuova autorimessa privata.

I soliti quattro sassi (chi è che l’ha detto? Come si chiamava?) Però sono interessanti: parlano – a chi vuole leggerli, d’accordo – e ora addirittura si muovono. Questo, di epoca romana, aveva già raccontato una bella storia: l’iscrizione parla della basilica, ed è l’unica epigrafe romana a documentare l’edificio pubblico di riunione che si trovava presso il foro, nell’area dell’attuale sinagoga (parte dell’originale perimetro è indicata in pietre nere sul selciato di via Mazzini, fateci caso).

La pietra con l’iscrizione romana era stata riutilizzata anticamente, ma da tutt’altra parte: per costruire la chiesa di Santa Cecilia, nella piazzetta a cui si arriva dal primo vicolo a sinistra di corso Sant’Anastasia. Una chiesa importante, nella Verona medievale. Era parrocchia, vi si celebravano matrimoni: il più famoso, quello di Paolo Veronese, il sommo pittore che tornò apposta da Venezia il 17 aprile 1566 per sposare Elena, figlia di Antonio Badile. Il Veronese l’aveva conosciuta bambina proprio a Santa Cecilia, dove era a imparare l’arte dal Badile.

Poi nell’Ottocento la chiesa fu sconsacrata. Ne resta, a Castelvecchio, la pala d’altare, per cui Carlo Scarpa ha inventato una scenografica collocazione: occhieggia di là da un arco in corridoio, come se rivendicasse tuttora attenzione su di sé dal popolo dell’aula. Sul posto dell’ex chiesa rimangono invece il campanile, visibile dalla strada, i muri perimetrali e la pietra romana. Era forse l’unico relitto dell’originaria facciata, di cui è scomparso il portale.

Ma ora la pietra con l’iscrizione è stata spostata: dalla piazzetta, dove stava a livello della strada, al vicolo, dove è stata murata più in alto, tra due finestre. Sì, è più visibile. Ma non è al suo posto. Che là dove da sempre si trovava fosse diventata oggetto di contese, lo dimostrano due paletti antisosta. Sono rimasti davanti all’originaria collocazione dell’epigrafe. Vi furono piazzati dopo le proteste dei benpensanti: prima, qualcuno parcheggiava sempre davanti alla lapide storica e così nessuno poteva mai leggerla. Grazie ai paletti almeno potè ammirarla Xavier Salomon, grande storico dell’arte, quando venne qui da New York due anni fa per giocare con i ragazzini a una caccia al tesoro sulle tracce del Veronese.

La lapide si trovava dove ora si vedono i mattoni

Si diceva allora di mettere un’altra lapide sull’ex facciata di Santa Cecilia, per ricordare il Veronese nell’unico luogo della sua ingrata città dove è certo il suo passaggio (la casa natale, a San Paolo in Veronetta, non è mai stata identificata). Invece ben altro intervento sulla facciata: un gran buco da garage che presto sarà tappato dall’ennesima serranda basculante, elemento tipico dello stile zetatiellino anni Duemila. Per il colore, suggeriamo un bel Verde Veronese. Ah ah.

Il luogo incuriosiva i vecchi innamorati della città per le sue memorie del nostro massimo artista. Non sarà un caso se nell’ultimo suo quadro, il Miracolo di san Pantaleone che sta nella chiesa veneziana, il Veronese ambienta la scena del prodigio in un vicolo che ricorda un po’ quello di Santa Cecilia, con gli archi rampanti a mezz’altezza tra le case (ma il Veronese dipinge anche i cessi sporgenti: che sia invece vicolo Raggiri, non lontano?)

Le antiche pietre romane: saranno tolte per ultimare i lavori

Descrisse questo sito il geniale don Giuseppe Trecca, che su questo giornale abbiamo già ricordato al Teatro Romano. Nel suo libretto Paolo Veronese e Verona, edito nel 1940, si legge una descrizione di vicolo Santa Cecilia, com’era prima che l’intero isolato finisse alla Cassa di risparmio, per essere poi venduto a pezzi. “L’attuale proprietario della casa”, scrive invece nel 1940 don Trecca, “sig. Mario De Santi (…) l’adornò di copie del Giona di Michelangelo della s. Cecilia di Raffaello e qui di fronte dell’Industria (or divenuta, forse per la ragnatela, Dialettica) di Paolo”.

L’atto che certifica il matrimonio tra Paolo Veronese e Elena Badile

Trecca descrive dipinti novecenteschi ancora esistenti nel cortile interno, ma molto rovinati. Invece è scomparsa la scala con balaustra che si vede nella fotografia del 1940. Il proprietario d’allora badava all’estetica. Invece di accontentarsi di un garage, forse sognava una “Casa e chiesa di Paolo Veronese”, e con più motivo storico della Casa di Giulietta allora appena nata. E infatti, continua il Trecca, “il sig. De Fanti corresse la ristrettezza, moltiplicando poggiuoli, balconate e terrazzini: in ciò aiutato dal portico, che accresce l’edificio coperto, permettendo di stare all’aria anche se piove”. Quanto resta di tutte queste architetture (non la scala né la sua balaustra, scomparse, come si è detto) non è visibile dalla strada. Ci basti la vecchia cronaca del curioso Trecca: “– Che dicon quelle scritte cinesi sotto l’arco? – Là abitano i cinesi Hai Ke Hsien, venditori di cravatte in città, e lo scritto significa: Il domicilio è buono, e ci stiamo bene.”

Posto di iscrizioni storiche, Santa Cecilia. Quella romana pellegrinante, gli ideogrammi antesignani degli attuali piassaroti cinesi, e presto il motto della Zetatielle che ha preso il posto già di Verona: “Passo carrabile, sosta vietata, zona rimozione”. Norma retroattiva: infatti l’epigrafe l’hanno già rimossa. E poi dicono dei ritardi burocratici!

Giuseppe Anti

In alto, la lapide spostata in vicolo Santa Cecilia

Come si presentava il complesso di Santa Cecilia ai tempi di don Trecca
Giuseppe Anti

L'autore: Giuseppe Anti

Giuseppe Anti è nato a Verona il 28 agosto 1955. Giornalista, si è occupato di editoria per ragazzi e storia contemporanea; ha curato fino al giugno 2015 gli inserti "Volti veronesi" e le pagine culturali del giornale L'Arena. giuseppe.anti@libero.it

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