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Intervista con lo scultore veronese Marco Danielon. L’opera d’arte nasce da un rapporto complesso: «Una ricerca continua tra lo svelare e l’essere visitati, una lotta tra un io che cerca di rimanere nella sua identità al centro dell’esperienza e l’irrompere di un tu, di nuove relazioni che ti visitano, che creano sane inquietudini e aprono al mistero della vita».

Abbiamo intervistato Marco Danielon, cesellatore e scultore veronese. Un artista della materia che nelle sue opere alla bellezza delle forme sa coniugare teologia ed impegno sociale.

– Danielon, si è mai chiesto da dove viene la sua vena artistica?

«Da molto lontano. Viene dalle origini contadine e operaie della mia famiglia dove da bambini si giocava con la terra e dalla forgia che mio padre e il nonno usavano per modellare il metallo incandescente. Ero attratto dalle mani grandi di mio padre che sbalzavano, modellavano e cesellavano rame e argento, potenza ed azione insieme, ma prima ancora mi colpiva il suo sguardo pieno di luce. Forse ho ereditato questo sguardo che trasforma la materia in forma, questa necessità di plasmare per poter esistere».

– Fin da ragazzo, la materia amica e familiare …

«Per chi ha camminato a piedi scalzi nella terra in un quartiere di periferia e ha giocato in riva all’Adige con l’argilla in pozze d’acqua, la materia non fa paura. Ricordo la terra scura che si lasciava modellare dagli aratri trainati dai cavalli, le estati spensierate nei campi e gli inverni trascorsi in una fucina che sapeva di metallo. L’adolescenza mi ha lasciato un desiderio inquieto di modellare creta e forgiare metalli. Questo mi è stato consegnato: la Terra e il Fuoco, elementi naturali che hanno contribuito a modellare la mia carne e il mio pensiero».

Marco Danielon, Fonte Battesimale (chiesa di San Zeno in Verona)

– La materia è di per sé inerte e vuota, quale “miracolo” la trasforma in opera d’arte?

«Vorrei partire dalla consapevolezza, maturata negli anni, che la materia è un che di vivente con una sua saggezza che l’uomo ha purtroppo dimenticato di ascoltare. Nello scolpire o nel modellare l’oggetto può rimanere muto e senz’anima, ma se percepisci la materia come soggetto dialogante, compagna di viaggio alla ricerca della forma, di una storia, di un racconto, allora le sensibilità si incontrano e si svela un processo intimo, reciproco, che va oltre la Bellezza plastica come semplice armonia di forme e volumi. E’ solo quando l’estetica si coniuga con un processo etico che cerca l’espressione, che l’opera d’arte si manifesta».

– E’ quindi un rapporto complesso quello fra materia e artista …

«E’ una ricerca continua tra lo svelare e l’essere visitati, una lotta tra un io che cerca di rimanere nella sua identità al centro dell’esperienza e l’irrompere di un tu, di nuove relazioni che ti visitano, che creano sane inquietudini e aprono al mistero della vita. Cogliere quell’attimo dove visibile e invisibile si incontrano mi apre alla libertà. Potrei dire che il mio lavoro è un bene fragile, mai concluso, che vibra, un ascolto di forme e simboli che si annunciano in attesa che qualcuno possa portarli alla luce».

– Quali materiali utilizza prevalentemente?

«Sono cresciuto alla scuola dello sbalzo e cesello su metalli pregiati quali rame, ottone e argento. Poi l’amicizia con scultori veronesi quali Carlo Bonato e Gino Bogoni mi ha portato a sperimentare materiali come creta, plastilina, legno, pietra. Grazie a queste esperienze e agli anni accademici la scultura è entrata nella mia vita allargando gli orizzonti con nuovi linguaggi. La materia è un mezzo per dar forma a un’idea, una visione, un sentimento che è dentro di noi e chiede di uscire dalle nostre mani. Ma dall’altra, ogni materiale ha le sue tensioni che devono essere ascoltate per trasformare la materia in forma ed in questa lotta prediligo la creta e il rame come archetipo di una consegna».

– Alle doti artistiche naturali si sono aggiunti gli studi accademici.

«Gli studi all’accademia di Belle Arti, i corsi di perfezionamento nel campo del design, della visione prospettica, il diploma per la tutela dei beni artistici, mi hanno dato la capacità di scegliere applicazioni tecniche di una particolare regola o procedura a una specifica situazione. Ma scegliere non è sufficiente perché ragioni sempre intorno al fare. Bisogna porsi la domanda sul cosa fare e come farlo in vista della bontà e non solo del bene».

Rinascere, Marco Danielon
Marco Danielon, Rinascere

– Questo mi sembra frutto dei suoi studi di filosofia e teologia

«Gli studi di filosofia e teologia mi hanno permesso di passare da una preoccupazione prevalentemente estetica, ad una visione sempre più etica nel concepire l’arte della scultura. Il percorso di laurea conseguito nel 2012 mi ha consegnato la consapevolezza che la scultura è una parola potente che non può rimanere dentro una specie di sgabuzzino interiore o cerebrale. Quando la consegni al mondo, liberi la materia, custodisci il principio etico della responsabilità ed è la responsabilità che ci fa passare dal fare il Bene alla Bontà, e la differenza è grande».

– Cosa intende per differenza fra bene e bontà?

«Voglio dire che la storia ci ha insegnato che in nome del bene interi popoli sono stati sterminati. Decidere invece per la Bontà libera le coscienze, ci rende disubbidienti, (don Lorenzo Milani disse ai cappellani militari che l’obbedienza non è più una virtù) e può trasformare l’animo di chi fa arte. Ne nasce una lotta interiore per il bene comune, per la bontà comune, dove la scultura, come evento sociale, passa dal particolare all’universale, come una parola scritta non più sulla pietra ma nel cuore dell’essere umano».

– Le sue opere sono intrise di significati religiosi non scontati. Come vive questo rapporto fra arte e teologia?

«Il rapporto tra arte e teologia spesso è controverso, l’incandescenza della materia nel confronto con la lucidità del pensiero teologico può suscitare un certo imbarazzo, come quello che normalmente il pensiero razionale dell’Occidente prova davanti a un corpo nudo, o malato, o semplicemente ad un volto che si manifesti davanti. La materia, e l’arte che quella materia modella, costringe il pensiero ad uscire allo scoperto, lo chiama in causa, lo invita a un corpo a corpo con la vita. L’arte invita la teologia a misurarsi nell’agorà culturale, nella polis, e ad assumere una lettura politica della vita e della storia. Ed è nelle contraddizioni e nelle emergenze della vita, che l’arte e il pensiero teologico sono chiamati a confrontarsi rispettando ognuno il proprio linguaggio espressivo, senza la pretesa di possedere, ognuno a modo proprio la “verità”».

– Ha imparato da grandi artisti e insegna ai più giovani …

«Si, ho iniziato nel 1980 con i ragazzi delle scuole medie, ricordo ancora il loro stupore nell’apprendere tecniche di laboratorio che sapevano di alchimia, la magia del fuoco, la preparazione della pece nera con grasso di cavallo e cenere di legna per dare malleabilità al manufatto. Sono stati anni dove la bottega, grazie alla sensibilità e al contributo della Pubblica Istruzione, poteva essere di congiunzione con il mondo della scuola. Da qualche anno collaboro con il Liceo Classico Scipione Maffei proponendo progetti dove il pensiero incontra la materia usando la creta come mezzo di approfondimento. Preparo inoltre corsi formativi che attraverso una metodologia che comprende interazione colloquiale e artistico manuale, si prefiggono di sensibilizzare alla differenza, all’altro, al diverso, come risorsa per la crescita interculturale e valoriale. Il progetto è stato accolto nel corso di interculturalità in Scienze dell’Educazione all’Università di Verona e a breve inizierò questa nuova stimolante esperienza».

– Corsi all’Università, ma anche in strada… cosa era successo in piazza San Nicolò?

«Era il 2011 e in piazza San Nicolò giovani immigranti chiedevano da giorni un permesso di soggiorno per continuare ad esistere, per riprendere un lavoro dignitoso e non sentirsi esclusi. In quel contesto ho organizzato un laboratorio di manipolazione dell’argilla, ad altezza dei nostri visi, dove a coppie ci si premurava di ritrovare la forma del volto dell’altro, tu il mio e io il tuo, guardandosi con calma, scrutandosi, scoprendo l’altro e facendo scoprire all’altro pieghe e ombre tralasciate, scavando e eliminando il superfluo. L’attenzione e la cura necessarie restituivano reciprocamente una forma quanto più possibile vicina a sé, una dignità un riconoscimento ed una bellezza nuove».

Marco Danielon La Croce dei volti (particolare, chiesa di San Nicolò in Verona)
Marco Danielon La Croce dei volti (particolare, chiesa di San Nicolò in Verona)

– Possiamo dire un incontro vivo e concreto di culture diverse.

«Di più, perché scolpire un volto in una piazza, farlo con coloro che oggi sono i “senza volto”, significa fare una azione politica nel senso etimologico, ovvero un’azione per porre una domanda alla polis, alla città, per invitarla a ri-pensare spazi di incontro, di ospitalità. In piazza S. Nicolò, occupata dai migranti clandestini, la creta, trasformata in Volti per alcuni giorni, è stata voce senza suono dei sommersi e dei senza nome, partecipi di una umanità a volte fragile, bisognosa dello sguardo dell’altro per ritrovar sé stessa. Significativa è la preghiera di una mano anonima, lasciata scritta sul libro aperto in fondo alla chiesa che raccoglie liberi pensieri. In quei giorni qualcuno aveva scritto:

I vicini non te li scegli, il prossimo non te lo ordini, arriva di sorpresa. Ti sorprende là dove la tua bontà aveva programmato la carità. E ti si accampa davanti. Qualche volta l’altro ti sceglie. E fa saltare i tuoi calcoli. La vita “nuda” di questi fratelli e sorelle “fuori” dalla chiesa è una BENE-DIZIONE. La chiesa, la comunità di San Nicolò, oggi 9 giugno 2011, è il luogo più sacro di Verona, perché è stato benedetto da un gruppo di sorelle e fratelli sconosciuti, che hanno bussato solo chiedendo di esistere”».

– Qual è la sua opera più significativa dal punto di vista artistico? Quella che le è più cara?

«Direi senza ombra di dubbio la “Croce dei Volti” esposta nella chiesa di S. Nicolò. E’ una croce diversa, composta da volti. Una croce che vuole essere un messaggio, un appello per tutte e per tutti. Questa croce ci invita a stare dentro a una relazione con i volti che si rivelano nella fatica, nella sofferenza, negli scarti della vita, ed è anche un abbraccio cosmico, planetario, con tutte quelle donne e uomini che nelle periferie esistenziali cercano un riscatto, un desiderio di Ri-nascita».

– Una “Croce dei Volti” messaggio di speranza…

«Si, in questa croce ci sono i testimoni della speranza, della vita, profeti e amici che hanno lottato per riscattare la dignità di uomini e donne in cerca di una terra ospitale, un mondo più umano. Pur in questa Europa dove si stanno costruendo nuove barriere ergendo fili spinati, la Croce dei Volti ci ricorda che ogni legge deve difendere la dignità, che nessuno può essere escluso dal banchetto della felicità, che nessuna economia o guerra può uccidere e crocifiggere interi popoli. Un messaggio per tutte e tutti, un messaggio alla nostra città e ai cittadini che la abitano».

Claudio Toffalini

Marco Danielon dal 1980 sercita la professione di cesellatore e scultore. Le opere di scultura e cesellatura sono presenti in collezioni pubbliche e private, in chiese e istituti religiosi. Il fonte battesimale in Basilica di S. Zeno, “Maria Madre di Dio” nel monastero di Sezano, “La pelle di Dio” all’Istituto delle Sorelle della Sacra Famiglia, “La donna del Vangelo con l’ambone”, l’altare e il tabernacolo nella cappella Comboni delle suore Comboniane a Roma, la “Croce dei Volti” a S. Nicolò all’arena, il calice di Lampedusa sempre a S. Nicolò ed il monumento di Davide Maria Turoldo alla Pieve di S. Zeno di Colognola ai Colli sono tra le opere più significative in ambito religioso. Inoltre, dal 2011, collabora e promuove con associazionì presenti sul territorio nazionale contesti educandi di accoglienza e cura attraverso una metodologia laboratoriale orientata ad ambienti di crescita individuale, comunitaria e convivenza interculturale.

Claudio Toffalini

L'autore: Claudio Toffalini

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

Commenti (1)

  • Dino POLI

    Bravo Claudio: la presentazione chiara di un grande personaggio, questo scultore Marco Danielon, veronese di immensa caratura, che indica come l’arte si coniuga con l’etica e centra l’essenza dell’uomo, come individuo e come partecipe di tutta l’umanità. C’era bisogno di conoscere meglio questa persona.

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