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A Verona l’acqua del sindaco è buona, anche se la dispersione idrica rimane alta a causa di un acquedotto malandato. Ma appena fuori città, ad esempio in alcuni comuni della Bassa Orientale veronese, iniziano i problemi con la presenza in falda di sostanze velenose.

Si sapeva che Verona non è una città eco-friendly, cioè ecologicamente vissuta e protetta, sia per i comportamenti abituali di molti suoi abitanti che nell’attività degli enti comunali di riferimento: è il minimo che si può arguire commentando relazione e dati di Legambiente sull’ecosistema urbano del 2016, realizzati in collaborazione con l’Istituto di ricerche Ambiente Italia e con Il Sole 24 ore. Dove si vede che la nostra città nella classifica generale dei capoluoghi di provincia arretra in un anno dal 32° al 75° posto, penultima nel Veneto, poco prima di Vicenza. Una classifica che riguarda la qualità della vita espressa da 5 grandi indicatori ambientali: aria, acque, rifiuti, mobilità, energia, che incidono sul totale in percentuale diversa, pari rispettivamente al 23, 14, 18, 33, e 12%.

Sulla qualità dell’aria respirata e sulla sua nocività mi sono già espresso recentemente (Smog, il killer silenzioso che si aggira per Verona), con una certa preoccupazione anche in termini di morbilità e di mortalità. Quanto all’acqua che si adopera per gli usi civili, agricoli e nelle imprese di produzione alimentare ed industriale, si devono fare delle considerazioni diverse, sia dal lato chimico batteriologico che nel consumo pro-capite, sia considerando gli sprechi in parte inevitabili per dispersione della rete che la capacità di depurazione delle acque nere e reflue in genere, per non dire delle possibili penetrazioni in falda di sostanze pericolose provenienti da discariche non protette o da scarichi industriali abusivi o non adeguatamente filtrati o trattati.

A Verona, per quanto riguarda la qualità dell’acqua rilasciata nella rete urbana e nelle zone limitrofe, non sembrano esserci problemi, ma provo ad osservare meglio il “report” sopra citato. Dall’analisi del dato sulle perdite in rete (35,8%) la nostra città non appare messa bene, collocandosi intorno al valore medio nazionale (35%), evidenziando così uno spreco ancora troppo elevato di quello che dovrebbe essere considerato bene comune di primaria importanza. Di sicuro la rete è vecchia e abbisogna di considerevoli investimenti per sostituirne gradualmente le condotte e le tubazioni più obsolete. Non si conoscono poi incisive politiche per la riduzione del consumo idrico per abitante (162 al giorno), ancora sopra la stessa media nazionale (151) e ben lontano dal consumo più virtuoso (100 litri di Ascoli Piceno). Sulla percentuale di utenze raggiunte dalla rete fognaria urbana risulta che siamo all’83,6%, certamente sopra il minimo del 56% di Catania ma ben al di sotto del 95% di tanti altri capoluoghi (53 su 104). Come mai?

A proposito dell’acqua utilizzata come bevanda devo qui esprimere una mia forte preoccupazione, che si aggiunge a quella espressa due mesi fa da Greenpeace sull’inquinamento da Pfc (composti poli e perfluorurati), una sostanza riscontrata nel sangue di pazienti residenti a pochi chilometri da Verona. Riporto in proposito la dichiarazione del dr Vincenzo Cordiano, ematologo e referente per il Veneto di ISDE (Medici per l’Ambiente – ISDE Italia Onlus): «Da un punto di vista medico, le popolazioni esposte ai PFAS, in particolare quelle che vivono nelle vicinanze degli impianti produttivi di Pfc, possono considerarsi a rischio». E si tratta degli abitanti di 21 Comuni della Bassa orientale veronese, tra cui Albaredo, Arcole, Cologna Veneta, Roveredo, Veronella, Zimella, Bevilacqua, Bonavigo, Boschi, Legnago, Minerbe e Terrazzo, e di quella vicentina e padovana.

Una contaminazione che si è verificata a causa del passaggio in falda acquifera di una sostanza venefica (Pfc), presente nella produzione di resine impermeabili adoperate nei giacconi e in altri capi di vestiario, passaggio che, stando alle cronache, sarebbe avvenuto per sversamento in due torrenti del basso vicentino degli scarichi di una ditta (la Miteni di Trissino, VI), pare fino al 2011!. Giuseppe Ungherese, di Greenpeace-Italia, sostiene che la «contaminazione da Pfc minaccia seriamente le popolazioni esposte, in Veneto come in Ohio-West Virginia», tanto che stiamo «chiedendo alle aziende dell’abbigliamento outdoor, uno dei settori che impiega queste sostanze, di eliminarle dalla produzione entro il 2020». Si tratta di una gravissima minaccia alla salute, in particolare per le donne in gravidanza e i loro neonati, che da Venezia a Roma sembra sia stata presa in seria considerazione, predisponendo in tempo uno studio di biomonitoraggio, realizzato in giugno dalla Regione, d’accordo con l’Istituto superiore di Sanità, studio che avrebbe rivelato una situazione tutt’altro che rassicurante.

L’assessore alla Sanità Luca Coletto ha cercato di ridimensionare l’allarme sostenendo pochi giorni fa sul Corriere di Verona: “Ma noi fin da subito ci siamo attivati”, mettendo “in sicurezza l’acqua ad uso alimentare … con filtri al carbonio molto costosi pagati a nostre spese”. Ma proprio quei dati hanno prodotto anche altre reazioni: “Li inoltreremo subito alla Procura sollecitando ulteriori indagini” denuncia Luca Tirapelle, avvocato di Legambiente, cui si aggiunge quella di Francesca Businarolo del M5S che ritiene i dati esposti molto allarmanti, tanto da consigliare il blocco immediato di ogni attività della Miteni. E pare che un esposto sarà presentato anche alla Procura di Vicenza da parte del Comitato “Terra dei PFAS”. Non ha paura della “giustizia” Giampaolo Bottacin, assessore regionale all’Ambiente (citato nell’esposto), convinto di aver fatto tutto quanto era possibile fare per evitare il pericolo da Pfas, ragion per cui “oggi si può bere tranquillamente l’acqua del rubinetto”, un’opinione non certo condivisa da Lorenzo Albi, di Legambiente-Verona.

Quanto all’acqua che si beve in città e nelle zone servite da Acque Veronesi pare non ci siano motivi per dubitare della sua buona qualità, continuamente controllata in termini chimico-batteriologici nei laboratori interni, con 6000 analisi all’anno: sì è un po’ dura se si vuole ma sempre una delle migliori acque d’Italia.

“Acqua azzurra, acqua chiara, con le mani posso finalmente bere”, dice la canzone che Lucio Battisti cantava mentre pensava al suo amore, puro come l’acqua di sorgente. Eh sì, l’acqua che beviamo e usiamo è, a mio avviso, un argomento troppo importante per prenderlo alla leggera e merita costantemente, al di là del suo costo di erogazione, l’attenzione di tutti, non soltanto delle Autorità o delle Aziende produttrici. E’ un fatto accertato che le insidie nascoste nella nostra società dei consumi non sono sempre immediatamente riconoscibili e isolabili, com’è emerso nel caso sopra-descritto e possono inquinare modificando, con gravi conseguenze sulla salute dei cittadini, le caratteristiche chimico-fisiche del bene prezioso che è e che dovrebbe restare: l’acqua, appunto.

Marcello Toffalini 

Marcello Toffalini

L'autore: Marcello Toffalini

Marcello Toffalini è nato nel 1946 ed è cresciuto nella periferia di Verona tra scuola, parrocchia e lotte sociali. Ha partecipato ai moti universitari padovani e allo sviluppo delle Scuole popolari di Verona. Si è laureato in Fisica a Padova nel 1972 e si è sposato nel 1974 con rito non concordatario. Una vita da insegnante di Matematica e Fisica presso il Liceo Fracastoro, sempre attratto da problematiche sociali e scientifiche. In pensione dal 2008. Nonno felice di tre nipotini. Altri interessi: canta tra i Musici di Santa Cecilia. ml.toffalini@alice.it

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