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Otto racconti-ritratti di personaggi attraverso i quali rivive la realtà di un mondo tanto tragico, miserabile ed estremo nelle cose come negli affetti, da sembrare remotissimo nel tempo, ma da noi lontano poco più di una generazione.

In una memorabile prefazione all’antologia Narratori del Veneto (1973) Guido Piovene poneva l’accento su “un filone antiufficiale, antiaccademico della cultura veneta che per secoli era rimasto muto, negato, tacitato, con ogni sforzo dall’Olimpo veneziano”, alludendo al Veneto soprattutto di Ruzante: un “Veneto d’ombra” emerso soltanto dopo la caduta della Serenissima come “altra faccia della luna, la faccia buia” di una realtà tuttavia rimasta, anche se per secoli sottotraccia, viva e ricca di umori vitali da recuperare. Il meglio della letteratura regionale contemporanea usciva, per lo scrittore vicentino, proprio da qui, secondo due filoni: uno cittadino, l’altro contadino, entrambi però estranei alla venezianità vera e propria, che da Campoformio in poi era stata sempre più marginalizzata nella memoria. Il Veneto di città, con i sui umori neri, con le nevrastenie e le ambiguità di Piovene, di Goffredo Parise e Giuseppe Berto, impacciati o contorti nel rapporto con il reale. Il Veneto di campagna, non mai ammesso alla letteratura se non come oggetto di divertimento e ironia, ma che soprattutto a Novecento molto avanzato (oltre gli anni Cinquanta, per intenderci) troverà ampio spazio nelle pagine di Ferdinando Camon, di Luigi Meneghello, di Virgilio Scapin, nel Paese perduto di Dino Coltro, in certe poesie di Ernesto Calzavara, o nel ciclo dei “veneti vinti” di Gian Domenico Mazzocato.

Ognuno di questi, naturalmente, con le proprie, profonde differenze (di temi, di ambienti, di stile), tutti però attenti e interessati a quel Veneto “barbaro”, per citare il titolo di un prezioso libretto di Parise (Veneto barbaro di muschi e di nebbie, 1987) che ha una sua collocazione geografica ben precisa in quel triangolo di territorio compreso tra Padova, Treviso e l’entroterra veneziano, con qualche prolungamento all’est vicentino di Scapin soprattutto e in misura minore di Meneghello, dove però la fa da protagonista più il mondo pedemontano, operaio e piccolo borghese, di Malo che non quello basso contadino. Un Veneto dove la civiltà brillante ed edonistica della villa aveva a lungo convissuto con un grado quasi zero di vita contadina elementare, feroce, barbara appunto, sconvolta, delirante, nevrotica, dolente, febbrilmente percorsa da una vitalità sconosciuta nell’altro emisfero, costretta ad una essenzialità radicale e spietata entro la quale tuttavia fermentavano oscure pulsioni e cariche eversive facili ad esplodere improvvisamente nei gesti o nelle risoluzioni più estreme.

È il mondo contadino, per intenderci, del Quinto stato di Camon o dei Magnasòete di Scapin, dietro ai quali si riconosce appunto Ruzante, e che ora  ritroviamo in una  originale raccolta di racconti (Storie dei Pra’ Longhi, Delmiglio 2016) di Agostino Contò, trevigiano ma più di vent’anni a Verona, dove è responsabile della Biblioteca Civica e dei suoi fondi antichi. 

La Pra’ Longhi del titolo è il borgo dei suoi antenati, che qui Agostino fa rivivere, risalendo per li rami suoi, attraverso storie tramandate, testimoniate o in parte anche ascoltate perché tuttora vive, sulle quali la sua penna colta e scaltra lavora abilmente tra documento, memoria e consumata rielaborazione fantastica. E con un filo non certo di nostalgia, perché in onestà non si possono nutrire nostalgie per il mondo spietato nella sua violenza connaturata che qui viene descritto; ma di compartecipazione, questa sì, sia pure sorvegliata da un’antiretorica messa subito al lavoro nella distaccata genealogia degli antenati declinata in preambolo (Per introdurre): una frastornante sequenza di nascite morti e matrimoni, di parenti andati preti e suore o emigrati, dove le identità passano in secondo piano rispetto ai numeri, ancor più impressionanti perché evidenziati sulla pagina in cifre, e non in lettere.

Il meccanismo, se vogliamo, è quello di certi realisti americani (Caldwell, Steinbeck,  per dire) tanto cari a Pavese, e dallo stesso  messo in opera (tracce pavesiane le ho scorte in più di un racconto) e poi anche da Fenoglio, nella  consapevolezza che ogni microcosmo, pur circoscritto nel tempo e nello spazio, è degno di essere raccontato e può essere rivelatore di verità, dell’esito che incombe sul destino degli uomini, ovunque, senza gradi diversi di nobiltà o di attendibilità.

Il risultato, per ora (poiché dall’introduzione si intuisce che questa operazione di scavo, memoria e documento avrà un prossimo seguito) sono otto racconti-ritratti, racchiusi a cornice da una introduzione e un epilogo, di personaggi identificati con il solo nome (uno soltanto anche con un oggetto, La berretta del Paolino) attraverso i quali rivive la realtà di un mondo tanto tragico, miserabile ed estremo nelle cose come negli affetti, da sembrare remotissimo nel tempo, ma da noi lontano poco più di una generazione. Un mondo di anti-eroi come sono tutti i personaggi che sfilano in queste pagine, dedicate di volta in volta ad uno soltanto di loro, ma in realtà corali, perché se c’è una verità in questi ritratti è che l’esistenza e le vicende di ogni singolo trovano senso e definizione compiuta nell’appartenenza insolubile a quelle di tutti gli altri, come oggi è ormai molto più difficile che avvenga.

La miseria, l’abbrutimento, l’insensatezza del quotidiano qui fatto rivivere da Contò raggiungono punte talmente radicali da rasentare l’epica. Il ciclo di vita e di morte senza soluzione di continuità, tra osteria chiesa e cimitero, con in mezzo una terra da lavorare e maledire, in un intrico violento e inestricabile di sentimenti elementari, umanità e animalità quasi indistinguibili, come la fede dalla superstizione,  fame e sesso allo stesso grado di urgenza brutale e immediata, disperata e sconvolta. Ubriachi, folli senza Dio, sciancati, nani, avventurieri, preti infoiati, mendicanti,  il dottore che visita il borgo solo per i morti, il sanatorio, l’osteria, il convento, la strada, la stalla, ecc. sfilano in queste pagine di suggestione a volte chagalliana come figure di una drammatica, eppure estremamente viva, rappresentazione. E il termine non è fuori luogo, confortato dagli incipit colloquiali e teatrali di questi racconti (E da cosa si potrebbe incominciare; mi sovviene allor che ci disse; dico del nano adesso; ed ecco qua il modo per raccontare), all’interno dei quali ogni lettore potrà operare eventualmente la propria scelta, tenendo comunque fermo il dato della coralità.

Un’ultima osservazione. Il rischio in casi come questo è di scivolare, magari senza accorgersene, nella falsificazione o peggio ancora nell’elegia indiretta di una realtà che certamente non la contemplava né la ammetteva. Contò se ne mette al riparo rimanendo, come scrive Gian Domenico Mazzocato nella presentazione (La carega di Agostino) “con il ciglio sempre asciutto”, soprattutto attraverso lo strumento linguistico, qualcosa che conosce e maneggia molto bene da lunghissimo tempo. Poeta, traduttore e manipolatore indefesso di generi e di codici linguistici vari, ben consapevole dello spessore anche materiale della parola, Contò spezza continuamente la tensione del racconto con una lingua che mescola con disinvoltura e freschezza reperti alti e bassi di dialetto e di forte letterarietà, giochi di parole, assonanze, allitterazioni, citazioni poetiche esplicite, inserti di altre lingue (latino, francese, tedesco), evocazioni di personaggi famosi che fanno quasi distrattamente capolino in quel mondo al contrario così basso (Ezra Pound, i futuristi, Boccioni, Gino Rossi, Comisso, ecc.).

Il laboratorio linguistico e poetico di Contò è sempre in fermento. Non ci resta, dunque, che attendere il seguito annunciato di questo per intanto riuscitissimo esperimento.

Mario Allegri

Storie dei Pra’ Longhi

Nella foto in alto, in primo piano Agostino Contò

Mario Allegri

L'autore: Mario Allegri

Mario Allegri ha insegnato letteratura italiana contemporanea alla Facoltà di Lettere di Verona. Ha pubblicato vari saggi letterari in riviste, giornali e presso editori nazionali (Utet, Einaudi, La nuova Italia, Il Mulino). Ha partecipato come indipendente alle primarie 2011 per l'elezione del sindaco a Verona. marioallegri9@gmail.com

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