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Prima di dividerci fra buoni e cattivi, fra accoglienti e razzisti, dovremmo tutti insieme approfondire la conoscenza dei meccanismi economici che innescano le migrazioni e trovare soluzioni che non possono limitarsi al dualismo fra accoglienza ed espulsione, ma passare da consapevoli scelte di politica economica.

Il tema dell’immigrazione è alla base delle svolte politiche internazionali dello scorso anno. Tale tema ha condizionato il voto nel referendum britannico della Brexit e la vittoria di Donald Trump negli USA, e certamente sarà determinante della campagna elettorale in Francia, dove il premier francese Hollande si è già ritirato e Marine Le Pen potrebbe vincere le prossime elezioni, ed in Germania dove Angela Merkel non è più tanto sicura di ottenere i voti per il 4° mandato.

Nel 2015 la Cancelliera aveva stupito il mondo annunciando l’accoglienza in Germania di un milione di profughi siriani, sospendendo il Trattato di Dublino ed innescando un esodo biblico attraverso i Balcani. Ma nel 2016 sono bastate alcune batoste elettorali del suo partito e la crescita di AfD (Alternative für Deutschland) per convincerla a cambiare rotta. Così alcuni Paesi dell’est Europa hanno fatto “muro”, l’Unione Europea ha finanziato la Turchia di Erdogan con 6 miliardi di euro perché tenga i siriani a casa propria nei campi profughi, e la stessa Cancelliera sta organizzando il rimpatrio di almeno 100.000 migranti in modo volontario o forzoso.

In Italia il governo Renzi ed i media nazionali avevano tenuto sotto traccia il tema immigrazione impostando la narrazione del fenomeno in chiave europea, con il nostro Paese eticamente gratificato dal soccorso ai profughi ed una UE “cattiva” che chiude le frontiere incapace di gestire il problema.

Ora però anche in Italia sono quotidiane le proteste di cittadini che in qualche caso fanno “barricate” contro l’invio da parte dei prefetti di gruppi di immigrati, di sindaci che rifiutano l’accoglienza nel loro Comune e di gruppi che protestano, spesso anche a ragione, contro uno smistamento talvolta improvvisato in aree non adatte e senza un progetto di integrazione.

Anche il Governo se n’è accorto tant’è che il nuovo ministro dell’interno Minniti ha cominciato ad usare linguaggi diversi ed a parlare esplicitamente di nuovi centri CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) e di un rafforzamento dei controlli e delle espulsioni effettive.

E sempre il ministro Minniti (degli interni non degli esteri) si è recato nei giorni scorsi in Libia per impostare con il governo locale accordi che, al di là delle belle parole di circostanza, hanno di fatto l’obiettivo della riduzione delle partenze degli scafi carichi di migranti. Né più né meno la replica degli accordi di Berlusconi con Gheddafi nel 2008, che avevano portato ad una secca diminuzione degli sbarchi, e di quelli più recenti dell’Unione Europea con la Turchia di Erdogan.

Una inversione di rotta dettata semplicemente dalla presa d’atto del crescente disagio ed insofferenza di parte della popolazione riguardo al fenomeno migratorio e quindi dalla paura dell’establishment di perdere le prossime elezioni. Nel 2017 si voterà probabilmente anche in Italia, oltre che in Francia ed in Germania, e se gli accordi con la Libia avranno successo, il lavoro “sporco” di trattenere i migranti lo faranno i libici, previo pagamento di cospicui importi mascherati da aiuti alla cooperazione, ma con l’effetto di un decremento almeno temporaneo degli sbarchi tale da disinnescare le crescenti problematiche sociali.

Proviamo a dire qualcosa di politicamente scorretto: perché nessuno sostiene che l’immigrazione è un male che va combattuto? Eppure un male lo è veramente. Non sono spensierati turisti quelli che affrontano viaggi impossibili nel deserto e traversate del Mediterraneo su gommoni sovraccarichi, in mano a trafficanti senza scrupoli di esseri umani, dove il rischio di finire in fondo al mare è già tutto sul piatto della bilancia. La migrazione è un male che va combattuto, ma non certamente rifiutando gli immigrati, ultimi anelli deboli della catena mondiale della globalizzazione dell’impoverimento.

Strumentalizzazioni politiche a parte, non sono tutti razzisti e xenofobi i cittadini che protestano contro la presenza massiccia di immigrati, spesso sono invece vittime di una perfetta e calibrata disinformazione che mette gli uni contro gli altri in una guerra tra poveri.

Per contro è apprezzato il lavoro di tanti singoli ed associazioni per dare accoglienza e dignità agli immigrati, ma serve anche consapevolezza che l’interminabile flusso di migranti non avviene per caso o per chissà quale maledizione, ma è conseguenza di precise scelte di politica economica internazionale e nazionale.

Pur con i dovuti distinguo, tra i 107.000 italiani che nel 2015 hanno lasciato l’Italia, per lo più giovani, qualcuno per opportunità ma la maggior parte per necessità, e gli immigrati africani che arrivano sui barconi, alla base ci sono le stesse ragioni e le stesse cause.

Se consideriamo una cosa buona e positiva la globalizzazione, la libera circolazione della finanza, la delocalizzazione degli impianti, non possiamo poi lamentarci delle migrazioni degli esseri umani.

La maggior parte degli immigrati, terminato il periodo della accoglienza che dura circa un anno, andrà ad ingrossare le fila dei disoccupati o dei lavoratori precari, o in nero, pagati 2-3 euro l’ora senza diritti e senza prospettive, senza una casa che non possono mantenere, lontani dalla loro cultura e non integrati nella società italiana. Gli immigrati oggi sono funzionali, in Italia ed in Europa, ad aumentare il numero di disoccupati, la precarietà del lavoro, e conseguentemente ridurre diritti e salari del mondo del lavoro; non deve sorprendere se qualcuno protesta contro l’immigrazione.

Prima di dividerci fra buoni e cattivi, fra accoglienti e razzisti, dovremmo tutti insieme approfondire la conoscenza dei meccanismi economici che innescano le migrazioni e trovare soluzioni che non possono limitarsi al dualismo fra accoglienza ed espulsione, ma passare da consapevoli scelte di politica economica.

Claudio Toffalini

 
Claudio Toffalini

L'autore: Claudio Toffalini

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

Commenti (2)

  • Giulia Cortella

    Caro Claudio il tuo articolo è limpido e chiaro e ti ringrazio per aver dato luce al problema. Sicuramente le cause dei movimenti migratori sono da indagare e conoscere: il prosciugamento del lago Ciad ha destabilizzato la vita di milioni di giovani ma è impossibile che l’Italia li accolga tutti.
    L’ aver creato un programma da primi della classe in Europa è stato irresponsabile e contrario ai principi dell’Unione Europea che tanto affermiamo sia importante: é importante nel momento della firma dei trattati ma quando si tratta di progettare una risoluzione di un problema così grave e che deriva anche dalle responsabilità dei paesi coloniali quali soprattutto Francia e Inghilterra, per un atavico senso di inferiorità, noi ci siamo lanciati per primi e soli alla difesa e al salvamento, dimostrando di fatto che l’Europa non esiste se non sulle carte, se non nelle firme. Così meritiamo gli elogi di Obama e, appena ci giriamo, dietro le spalle siamo considerati dei cretini.
    Perché ciò produce, ha prodotto e produrrà in futuro disordini e gravi problemi sociali e questo avverrà perché sono state sbagliate le premesse, le azioni e le prospettive di risoluzione del problema.
    A nulla sono valsi gli ammonimenti di illustri studiosi: chi si pronuncia contrario è considerato dal governo islamofobo, se gli va bene.
    Le soluzioni ci sono ma devono essere pianificate e condivise a livello europeo. Tantissime Ong e Associazioni che operano sul suolo africano si sono viste tagliare i fondi di sostegno che provenivano dall’Europa: perché?
    Non è che per caso veramente i grandi gruppi finanziari e industriali abbiano reale interesse a creare disordine e competitività tra la povera gente per lucrare di più?
    E intanto si fa fuggire il fiore della nazione all’estero.
    Nuove migrazioni che ci vedono protagonisti, e così, mentre andiamo a soccorrere gli altri, facciamo naufragare il futuro della nostra nazione. Si vede che abbiamo perduto quasi del tutto i valori di fondo che caratterizzavano la nostra cultura: la Pietas ovvero la devozione nei confronti dei padri, degli dei e della patria, sentita come l”insieme dei figli da far crescere forti, dando loro il buon esempio, per il futuro della nazione.
    E, come dice Ricolfi, il governo ha adottato l’etica dei principi e si è dimenticato delle sue responsabilità che rovescia su di noi, italiani generosi, gente di cuore, buona per essere sfruttata e poi disprezzata come debole e incapace.

  • Marcello

    Ottimo Claudio. Mi sembra che l’origine delle migrazioni di massa risieda proprio nell’abbandono mirato, da parte dei Paesi economicamente più sviluppati, di intere popolazioni del Medio-Oriente e dell’Africa, lasciate alla protervia dei piccoli e grandi dittatori locali, in cambio di benefici sullo sfruttamento dei giacimenti naturali sottostanti. Per Giulia: secondo me la Pietas, intesa come senso della Patria da ridestare, c’entra poco con quell’esodo, anche se non va dimenticata. La questione non si risolve cercando di essere più Italiani, Francesi, Tedeschi o Americani, ma semplicemente più umani aprendo canali di comunicazione e d’integrazione, anche in difformità se occorre alle regole del mercato, che porterebbe inevitabilmente ad incrementare le disuguaglianze tra “uguali”, solo perché nati in contesti diversi.

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