BannerAmazonVeronain615x60

Poeta veronese di sentimenti autentici, patriota e politico figlio del romanticismo, Aleardi aspirava a fare il pittore: «Non avendo potuto adoperare il pennello, ho adoperato la penna». Il suo monumento si trova in Piazzetta SS Apostoli.

Nel IV cap. del Gattopardo, l’amico di Tancredi, il conte Carlo Cavriaghi, regala a Concetta, figlia del Barone di Salina, una copia dei Canti di Aleardi rilegati in pelle azzurra: una dichiarazione d’amore piuttosto impegnativa, come al tempo quel dono poteva essere inteso.

Alla metà dell’Ottocento, forse nessuno più del conte Gaetano Maria Aleardi (Verona 1812-1878, il nome proprio fu presto mutato in Aleardo) incarnava il mito del poeta romantico e degli affetti: “S’Ella è di quelli che hanno bisogno di essere amati – confidava ad un amico – io son di quelli che, oltre questo bisogno continuo, hanno la necessità di amare. La mia vita è per tre quarti di affetto, il resto lo considero o interesse o vanità o altre miserie”.

Patriota sincero (attivo a Parigi, su incarico di Daniele Manin, nel biennio 1848-49 per la difesa disperata di Venezia), incarcerato due volte (nel ’52 a Mantova, rischiando persino gli spalti di Belfiore, e nel ’59 nella fortezza di Josephstadt da dove uscirà stremato nel fisico dopo Villafranca), di temperamento mite e malinconico, di grande dignità nei modi e nella persona, era destinato per tutto questo a far breccia soprattutto nei cuori femminili. Alle sue lezioni fiorentine di estetica, presso l’Istituto di Belle Arti, dove, dopo il primo esilio a Brescia, insegnò dal 1864, rifiutando la cattedra di letteratura italiana a Brera che un tempo era stata del Parini, o alle sue letture pubbliche di Lettere a Maria (1846, con la proposta di un amore platonico in nome della comune sofferenza) e dei Canti della campagna romana, rielaborati in seguito nei famosissimi versi del Monte Circello, le giovinette si recavano munite di boccette di sali per l’inevitabile svenimento. Versi come questi:

Dimmi, perché se a la campagna io sento / Un suono, un canto tu mi vieni in mente? / Dimmi perché se guardo il firmamento / In ogni stella tu mi sei presente? / Dimmi perché da qualche dì mi pare / Che il mondo non sia fatto che di te; / tu ne’ fior, tu nell’aere, tu nel mare… / sorridi?…Ah, dunque tu lo sai perché.

finivano regolarmente trascritti nei loro diari inghirlandati, ma ebbero anche una certa influenza, ormai accertata, su Fogazzaro, Pascoli, D’Annunzio e Gozzano. Perché Aleardi, pur nella discontinuità della sua scrittura, costellata di lunghi silenzi sino al definitivo abbandono nel 1864 con gli ultimi versi politici di Fuochi sull’Appennino, e nella disarmonia degli stili e dei temi (romantici e classici, anche i più aulici, mescolati assieme), fu tuttavia poeta di sentimenti autentici e più che dignitoso (lo riconosceranno anche Carducci e poi Croce), anche se accompagnato sempre dal dubbio di non aver assecondato la sua più genuina inclinazione artistica, come confesserà in una pagina autobiografica dei Canti:

Se io per avventura ero nato a qualche cosa, ero nato al pittore, e per questo se qualche cosa ci è di non cattivissimo nella roba mia, è tutta pittura. Non avendo potuto adoperare il pennello, ho adoperato la penna. E appunto perciò ella sente troppo di pennello, appunto perciò sono sovente troppo naturalista e amo troppo perdermi nei particolari.

Di famiglia, ma ancor più di indole, aristocratica nutrì in politica ideali democratici sinceri, maturati durante gli studi di legge a Padova nel circolo degli studenti patrioti riuniti attorno al giornale “Il Caffè Pedrocchi” (Arnaldo Fusinato, Giovanni Prati, Francesco Dall’Ongaro, Antonio Gazzoletti), anche se la sua estrazione nobiliare lo faceva naturalmente rivolgere ad un pubblico borghese. Esemplare in questo senso un’ode, Il comunismo (1859), dedicata non a Marx o a Engels ma all’economista francese Frédérich Bastiat, che sosteneva la naturale tendenza del capitalismo all’uguaglianza economica, e dove Aleardi, senza populismi di facciata e secondo una militanza coerente con la propria estrazione d’origine, già prospettava la minaccia del quarto stato all’ordine sociale.

Come molti altri reduci risorgimentali, per la sincerità e la coerenza degli ideali mantenuti sempre saldi nel difficile decennio rivoluzionario meriterà nei suo ultimi anni la nomina prima a deputato e poi a senatore del Regno, senza peraltro distinguersi troppo nella battaglia parlamentare. In effetti, gli studi e le conferenze di storia dell’arte lo occuparono per il resto della vita molto più della scrittura poetica e della lotta politica, cui dagli anni Sessanta preferirà un’intensa attività conferenziera, per la quale fu sempre molto richiesto ed apprezzato dal pubblico: per la sua voce suadente, i toni cordiali, i modi sempre gentili e contenuti nonostante la fama ‘eroica’ che lo accompagnava, e quell’aura di affezione malinconica che rimontava anzitutto alla sua debolezza caratteriale, già manifesta negli anni dell’adolescenza, ma anche frutto di quella ardente “educazione del cuore” impartitagli dalla madre Maria Canali.

Il destino postumo della sua scrittura poetica lo aveva affidato all’edizione fiorentina dei Canti, da lui stesso curata nel 1864, e con frequenti ristampe sin quasi alla fine del secolo, quando ormai tuttavia la sua fama era andata visibilmente declinando (sopravvissuto a se stesso, “l’ambiente che lo aveva fatto lo disfece”, scriverà Croce), per assicurargli in quello successivo per lo più una modesta presenza nelle antologie scolastiche: chi di noi, sopra i cinquant’anni, non si è commosso a scuola imparando a memoria i versi di Corradino di Svevia?

Un giovinetto / pallido, e bello, con la chioma d’oro, / con la pupilla del color del mare, / con un viso gentil da sventurato…

Difficile oggi dare una valutazione compiuta non soltanto della sua poesia, ma della sua stessa figura, perché il nodo critico tuttora assai problematico da risolvere è separare l’Aleardi dal cosiddetto aleardismo, che in sostanza fu il primo fenomeno di divismo letterario nell’Italia ottocentesca, ampiamente condiviso peraltro con l’amico trentino Giovanni Prati. Gli stessi contemporanei si divisero presto nel giudizio, oscillante tra apprezzamenti sinceri di personaggi pure non facili alle lodi (Carlo Tenca, Niccolò Tommaseo) e violente stroncature, come quella, celeberrima, di Vittorio Imbriani nelle sue Fame usurpate (1887: “Il nostro quinto gran poeta guaisce quasi femminetta”). Anche quello del suo più caro amico veronese, Gaetano Trezza, che nel 1879 curò la pubblicazione dell’Epistolario, non sarà, tutto sommato, molto generoso, parlando di una “Musa gentile, onesta e magnanima” in “una delle figure più simpatiche del nostro Risorgimento”.

A Verona lo ricordano un monumento eretto nel 1883 in piazzetta SS. Apostoli e un istituto scolastico a lui intitolato.

Mario Allegri

Mario Allegri

L'autore: Mario Allegri

Mario Allegri ha insegnato letteratura italiana contemporanea alla Facoltà di Lettere di Verona. Ha pubblicato vari saggi letterari in riviste, giornali e presso editori nazionali (Utet, Einaudi, La nuova Italia, Il Mulino). Ha partecipato come indipendente alle primarie 2011 per l'elezione del sindaco a Verona. marioallegri9@gmail.com

Commenti (1)

  • Giulia Cortella

    Mario grazie per lo scritto perfetto e limpido come i versi del nostro poeta. Ricordiamolo anche per il meraviglioso ricordo di un eroe della guerra contro i Turchi: quell’Antonio Bragadin che finì impagliato per aver creduto al crudele Mustafà durante l’assedio di Famagosta, nel 1571. Racconto intenso a monito perpetuo per tutto l’Occidente contro i fraudolenti nemici turchi musulmani che aspireranno dopo tanti anni anche alla conquista di Vienna e di tutta Europa dopo aver distrutto Cipro e i possedimenti secolari della Serenissima!
    I resti di Marco Antonio Bragadin (finito scuoiato, impagliato e caricato su un asino esposto a Costantinopoli al pubblico ludibrio dopo essere stato sottoposto a terribili torture e che appunto Aleardi ci descive con precisione scientifica da storico) si possono venerare in San Giovanni e Paolo a Venezia, mentre la tomba del nostro grande poeta si trova nell’Ingenio Claris del Monumentale, dove una lapide così lo ricorda: «Aleardo Aleardi/ dando cuore e intelletto alla Patria/ sofferse imperterrito il carcere e l’esilio/ e irradiò di nobili canti/ le sventure, le battaglie, il riscatto d’Italia». Un anno dopo la morte Verona gli intitolerà il ponte che conduce al cimitero monumentale. Nel 1883 verrà eretto in piazzetta Santi Apostoli il monumento scolpito da Ugo Zannoni. Un monumento ad Aleardi si trova anche a Villa Medici a Roma.

    Aleardo Aleardi – Marcantonio Bragadino all’assedio di Famagosta – Centro Studi Aleardi – 1978

commenti (1)

*

Il tuo indirizzo mail non verrà pubblicato

Puoi usare questi tag HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>