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Ed il momento sembra arrivato. Il salvataggio di “mercato” tentato fino all’ultimo non è riuscito: non solo non si è trovata disponibilità ad investire in azioni di MPS ma gli stessi correntisti fuggono. MPS ha perso circa 20 miliardi di euro di raccolta da gennaio a dicembre 2016.

In situazione di grave crisi il “mercato” non si salva da solo e, per evitare un crollo a catena del sistema bancario italiano, la banca MPS dovrà alla fine essere capitalizzata dallo Stato, ovvero nazionalizzata. Una parola questa che è tabù per la dottrina economica liberista, ma della quale non bisogna aver paura se non si vogliono guai peggiori.
Qualche riflessione: poco più di un anno fa sarebbero bastati 3 miliardi di euro per salvare Banca Etruria ed invece si era preferito il Bail-in con un danno diretto per i tanti sottoscrittori delle obbligazioni subordinate, ed indiretto per il panico che tale decisione ha creato nel mercato del risparmio bancario. Bisognava intervenire prima, ma il governo Renzi ha perso tempo con la revisione della Costituzione anziché occuparsi del traballante ma strategico settore del credito. Oggi per MPS il nuovo governo Gentiloni ha stanziato 20 miliardi di euro nel tentativo di aumentarne il capitale sociale e nel contempo evitare l’azzeramento delle obbligazioni. Miliardi che data la situazione potrebbero non bastare.
MPS è forse un caso a sé essendo ben noto a tutti il perverso intreccio tra politica e mala gestione degli amministratori che l’hanno guidata, in particolare con l’acquisto della Banca Antonveneta che alla fine del 2007 nel giro di una notte passò di mano da Santander a MPS con il prezzo in rialzo da 6,6 a oltre 10 miliardi di euro. Un azzardo per MPS dal quale cominciarono tutti i guai successivi. Dove guardavano la CONSOB e la Banca d’Italia ed il suo presidente di allora Mario Draghi invece di vigilare attentamente sulle opache transazioni di MPS?
Ma sarebbe troppo semplicistico e parziale liquidare i problemi odierni del sistema bancario italiano incolpando solo casta e corruzione, perché sappiamo bene che questi sono fenomeni antichi, ben presenti anche nella prima repubblica, quando la situazione economica e patrimoniale degli Istituti di credito era più che florida. Tangenti ed evasione fiscale sono fenomeni da combattere, e farlo è meno difficile di quel che si crede, ma non sono tali da compromettere un sistema economico, tant’è che la stessa ISTAT li valuta e li fa rientrare nel PIL.
Questo grafico che mette in relazione per gli anni dal 2006 al 2015 la diminuzione della produzione industriale italiana con l’aumento delle sofferenze bancarie non ha bisogno di commenti. L’Italia dal 2007 al 2015 ha perso il 25% della produzione industriale, c’è bisogno di dire altro?

La crisi del sistema bancario, a parte casi particolari, sta per la maggior parte nella crisi economica che ha travolto l’Italia. Troppe imprese fallite dal 2009 ad oggi hanno lasciato in panne altrettanti fornitori, falliti a loro volta, e tutti insieme questi conti in rosso sono diventati NPL (Non Performing Load) ovvero crediti inesigibili da parte delle Banche. Anche l’abbattimento del costo del denaro, gestito dalla BCE, in altre condizioni utile a stimolare gli investimenti, in realtà è stato un ulteriore danno per gli Istituti di credito che hanno visto ridursi al minimo i margini di intermediazione, da sempre fonte non trascurabile di reddito.
In questi giorni la Unione Europea strepita e minaccia contro l’Italia temendo aiuti di stato al sistema bancario, ma forse dovremmo rinfrescarci la memoria.
Molti Paesi europei negli scorsi anni hanno sostenuto e ricapitalizzato le loro banche con soldi pubblici a fondo perduto, la Germania in testa con 238 miliardi di euro. Aiuti allora indispensabili dopo gli scossoni al mercato finanziario prodotti dal fallimento della americana Lehman Brothers. Ed ora la UE vuole negare allo Stato italiano una ricapitalizzazione temporanea e preventiva di una Banca italiana in difficoltà?
Le Banche italiane, solide e ben capitalizzate fino al 2008, e non coinvolte nelle speculazioni della Lehman Brothers, sono andate in difficoltà successivamente a causa della crisi economica e della politica di austerità voluta dalla UE. Ed è stata proprio tale politica economica, beffardamente chiamata “Salva Italia” da Mario Monti, che ha acuito e stremato l’economia italiana ed il settore bancario, aumentando il debito pubblico in valore assoluto e relativo fino al 135% del PIL.

La UE sembrerebbe assumere anche il ruolo di paladina dei contribuenti italiani che non dovrebbero pagare i conti in rosso delle banche private. La UE vuole difendere i contribuenti italiani? Non scherziamo.
La UE dimentica qualche dettaglio importante: innanzitutto siamo tutti, come cittadini, sia risparmiatori che contribuenti e salvaguardare gli uni piuttosto che gli altri diventerebbe una guerra fra poveri. Far fallire una banca con il Bail-in vuol dire distruggere inutilmente risparmio, che sappiamo essere tutelato dall’art. 47 della Costituzione italiana. Gran parte dei piccoli risparmiatori che hanno investito in obbligazioni subordinate sono stati truffati essendo stati loro nascosti i rischi che avrebbero corso. Il governo Letta avrebbero dovuto non accogliere o posticipare nel tempo la clausola del Bail-in, invece di ratificare trattati a scatola chiusa senza informare adeguatamente Parlamento ed opinione pubblica. Fino a prima dell’euro nelle crisi bancarie, in ogni parte del mondo, è sempre stata la Banca Centrale ad intervenire a tutela e garanzia del risparmio. I 20 miliardi di euro pubblici sono soldi di noi italiani per i quali vorremmo autonomia nella gestione delle priorità di spesa.
Infine i 20 miliardi pubblici stanziati dal Governo, da utilizzare per ricapitalizzare MPS, se ben gestiti, potranno essere recuperati una volta ristrutturata la banca ed avviata la ripresa economica.
In realtà ciò che la UE e la Germania vogliono insistentemente dall’Italia è l’intervento dell’ EMS (European Stability Mechanism) meglio noto come Fondo Salva Stati, ovvero della Troika, per togliere al nostro Paese ogni residua autonomia di gestione di politica economica e costringerci a svendere quel che resta del nostro patrimonio industriale e bancario.
I problemi strutturali della moneta unica sono ormai del tutto evidenti. Rimanere nell’euro od uscirne? Per Stiglitz, premio Nobel per l’economia, ormai i costi di mantenere in piedi l’eurozona sono superiori a quelli di smantellarla, Qui l’intervento sul sito della London School of Economics tradotto in italiano a cura di Voci dall’estero.
L’uscita dall’euro è una decisone storica che richiederà verità, coraggio e responsabilità, l’importante per il momento è evitare nel modo più assoluto l’abbraccio mortale della Troika.

Claudio Toffalini

Claudio Toffalini

L'autore: Claudio Toffalini

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

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