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Il colore del drappo rimanda inevitabilmente al tema dell’amore e tuttavia il volto di Maria non è in contemplazione del proprio bimbo, ma è rivolto altrove. Dove?

Icona della Natività di Andrei Rublev

L’icona della natività è una delle opere più famose del monaco Andrei Rublev (1360-1430), chiamato a lavorare a Mosca assieme all’altrettanto famoso iconografo Teofane il Greco. In questa città i due, e la scuola iconografica da loro fondata, regalarono all’umanità le opere d’arte più belle di tutta la tradizione ortodossa.

L’icona di Rublev ci trascina, con i suoi colori e con la sua struttura direttamente al centro della fede cristiana. Il grande drappo rosso che campeggia al centro raccoglie Maria che, con la sua postura sembra proteggere la grotta dove è deposto Gesù bambino.

Il colore del drappo rimanda inevitabilmente al tema dell’amore e tuttavia il volto di Maria non è in contemplazione del proprio bimbo, ma è rivolto altrove. Dove? Di quel bambino le era stato profetizzato che sarebbe stato il salvatore del mondo, il Cristo e il Signore. Maria sembra meditare queste parole nel suo cuore cercando di darsene una ragione. Il suo sguardo è rivolto verso la montagna che contiene al centro una grotta, questa volta protetta da tre angeli: è il sepolcro nel quale verrà deposto il corpo di suo figlio il venerdì santo.

In effetti, se guardiamo da vicino il bambino vediamo una piccola mummia con il volto da adulto e non da bambino e allora ci chiediamo che senso abbia tutta l’icona. Il messaggio del natale è quello di un Dio che entra nella storia facendosi carne, diventando uomo e, come tale, costretto anche a morire.

L’incarnazione, questo è il dogma più importante della fede cristiana, fa di Dio un Padre che nel suo Figlio Gesù è diventato Padre per ogni uomo, facendo di noi tutti una grande famiglia di fratelli. Il primo di questi fratelli è Gesù Cristo. L’icona ci mostra molto bene questo particolare indicandoci la grotta della sepoltura vuota, senza alcun cadavere, anticipando così il secondo grande tema del cristianesimo; quello della risurrezione. Restano, tuttavia, questi due buchi neri che colpiscono la nostra attenzione. Abbiamo oramai capito che sono i luoghi della morte, vinta definitivamente dalla risurrezione di Gesù.

Ma per ogni uomo, come per Maria, la risurrezione è un traguardo finale, intanto dobbiamo camminare su questa terra facendo i conti con il male e con il dubbio. Questa intuizione è espressa nell’icona osservando l’immagine di Giuseppe (in basso a sinistra), completamente avvolto in un manto che si confonde con la terra e di fronte a lui un pastore completamente vestito di una pelliccia nera che sta ad indicare il male presente nel mondo, male con cui lo stesso Gesù dovrà fare i conti.

Ma la risposta di Dio Padre è appunto la risurrezione. Una linea immaginaria congiunge la sagoma di Giuseppe e il sepolcro vuoto passando dal corpo di Maria. È come se l’icona ci ricordasse che il Natale è il più grande atto d’amore compiuto da Dio nella storia dell’umanità: incarnandosi nel corpo di Maria, Dio decide la salvezza di ogni uomo che in Gesù Cristo può vedere la soluzione positiva al più grande dei mali che affligge l’uomo: la morte.

Tutte le scene dell’icona sono distribuite in un paesaggio che sembra un deserto roccioso dove i cespugli che di tanto in tanto spuntano rigogliosi ci ricordano la promessa di Dio proclamata dal profeta Isaia 55, 10-11:  Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata”. Infatti il deserto sta germogliando e sta diventando terra promessa.

Ecco il senso del Natale secondo questa icona: Dio manda il suo Figlio perché sia detta l’ultima parola sulla creazione e finalmente si attui il “Regno di Dio”.

Un augurio speciale di buon Natale ad ogni donna e uomo di buona volontà.

Pietro Ganzarolli

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