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Il Teatro Nuovo di Verona. 1846-2016. 170 anni di cultura è il titolo del libro curato da Tiziana Cavallo che mercoledì 21 dicembre è stato presentato al Nuovo davanti ad una platea affollata, entusiasta, commossa, incuriosita e orgogliosa della propria città.

Verona ha il Teatro nel sangue. Un legame forte. Tra Seicento, Settecento e Ottocento la città pullulava di luoghi da teatro, a servizio di una doppia anima, colta e popolare. Dai teatrini di legno, alle sale da teatro nei Palazzi, a chiese convertite a teatri, a quelli più importanti, nell’ordine Filarmonico, Ristori e Nuovo. Una doppia anima anche tra privato e pubblico. Tra diurni e notturni.

Alla stessa stregua tra Settecento ed Ottocento gli architetti veronesi si misurarono assiduamente sulla “linea curva”, moltissimi i disegni di progetti per teatri in città, oltre a quelli esistenti. Una vera vocazione territoriale. Un modello sociale ed economico. Sistema.

Accadeva infatti che i Teatri cosiddetti minori sparsi un po’ ovunque in centro storico, spesso venivano in soccorso di quelli “maggiori”, a causa di un incendio, in fase di costruzione, senza che venisse mai a mancare la possibilità, per tutti di andare a teatro. Non doveva mai mancare un’offerta di luoghi e rappresentazioni, dalla lirica al melodramma alla tragedia alla commedia, senza soluzione di continuità. Cultura.

E i luoghi pubblici si intersecavano di relazioni spaziali con quelli privati, il teatro diventava cifra d’unione tra economia architettura territorio. Bellissimo. Una Verona meravigliosa, dentro e fuori. Bella, come belli i disegni custoditi in Biblioteca Civica testimoni di questo fermento che scorreva in città, spesso a fare il verso, con continuità progettuale ed estetica al Teatro per antonomasia, l’Arena.

Ecco allora il progetto del Pinali, con disegno del Ronzani di Mercato Teatro diurno in piazza Brà del 1822, o del 1820 quello del Trezza, “Progetto per il fabbricato del pubblico mercato dei grani da potersi erigere sulla Piazza della Brà” che vede la facciata, ripresa e rielaborata, simile a quella per il teatro Nuovo, in un disegno del 1846 non firmato.

Il dubbio viene: è del 1836 un disegno molto semplice del Barbieri – quell’Ingegnere municipale che ha sempre avuto il vezzo di “scopiazzare” qua e là tra i progetti di suoi colleghi contemporanei – per la pianta di un Teatro diurno in piazza Navona, appunto. Luoghi e Persone, un teatro diffuso, la città e i suoi abitanti. Prima ancora, quel Teatro del Territorio che sorgeva tra piazza Navona e i giardini di piazza Indipendenza, una sala che si apriva all’interno di un edificio, detto del Territorio perché durante la dominazione veneziana vi aveva avuto sede l’Amministrazione del Territorio di Verona. Interazione.

E i teatri minori furono propedeutici alla costruzione di quelli più grandi, come narrano ad esempio le vicende del Teatro Ristori (1837-1866), da quel Teatrino in piazza Cittadella di Pietro Venier al progetto dell’Ingegner Massalongo per quel Teatro in vicolo Valle, luogo di gare equestri e giochi circensi.

Per Verona il Teatro è una vocazione, ne è il carattere. Così, basterebbe magari oggi a quella Fondazione Arena, girare lo sguardo alla città, guardarla, per trovare soluzioni, legami. Sangue.

Così, mi viene in mente, inevitabilmente, il lavoro fatto con amore e dedizione insieme a Paolo Rigoli per ritrovare quel Ristori, senza fondi, ma con un gruppo di ragazzi, laureandi o appena laureati, in discipline diverse, con i quali fu bellissimo lavorare, credendo già allora nel potere di squadra della contaminazione dei saperi. Era tra il 2000 e il 2001.

In quegli stessi anni, e in quel gruppo c’era una ragazza appena laureata all’Università di Verona con una Tesi sul Teatro Nuovo, Teatro quasi contemporaneo nelle vicende costruttive al Ristori, alla quale affidammo una parte del lavoro di riordino e schedatura. Era Tiziana Cavallo.

Tiziana Cavallo è la giornalista che ha curato la stesura del libro Il Teatro Nuovo di Verona. 1846-2016. 170 anni di cultura che mercoledì 21 dicembre è stato presentato nel Foyer del Teatro Nuovo, davanti ad una platea affollata, entusiasta, commossa, incuriosita e orgogliosa della propria città.

Tiziana Cavallo è accorta, nella dovizia di particolari, attenta a coinvolgere il lettore come se vi fosse una messa in scena, protagonista il teatro stesso, il luogo, la sua storia, persone e racconti che lo hanno legato alla città.Tiziana Cavallo è mia sorella. Ed è bravissima!

In tempi dove stiamo sempre attenti a dire il peggio di tutti, a distruggere, ad avere paura a mettere la faccia, la firma, non ho nessuna timore: Tiziana, mia sorella, ha fatto un bellissimo lavoro. Orgoglio.

Se mi chiama, ha sempre fretta e accorcia anche il nome: «Da! Vieni!?! Devi venire! Ho trovato una cosa, tante cose, devi vedere!». Così cominciò quell’avventura con una scoperta, con una magia, un’emozione la stessa che accompagnò Tiziana poco più che ventenne nell’aprirmi quell’armadio, custode silente di una porta per i sogni. La stessa magia che accompagna il racconto nel libro, seppur vi siano sequenze di vicende storiche, nomi, date, eventi, tutto ciò che serve per tessere la storia di questo luogo.

Se torno ancora più indietro mi ricordo questa bimba, da sorella molto più grande, portata a vedere Mary Poppins in quel Teatro Nuovo che era allora tanto Cinema, evento che viene citato dall’autrice in premessa. E di Mary Poppins, personaggio creato dalla scrittrice Pamela Lyndon Travers, ho molto in comune. Di sicuro la borsa. E forse quel riuscire a trasportare nei sogni, in luoghi fantastici. Felice che quel sogno sia diventato questo libro.

Così, in orari improbabili arrivavano domande, (che magari sei sul divano e hai staccato ormai la spina della giornata…): «Da! Ho un nome non ho la data…!» – «Dammi cinque minuti. Trovato» – «Si, è questo! Grazie notte!» oppure, «Da! La uno la due o la tre?!» – «La tre!» – «Pensavo la uno. Ok, Grazie notte!». Fino a una settimana fa, «Da! Vieni!?! Devi venire! Tieniti libera», che poi non ti da nemmeno il tempo di rispondere – «Certo!». Supercalifragilistichespiralidoso.

Il Teatro è una grande famiglia. Il Teatro è la storia degli uomini, delle relazioni che si intrecciano tra persone nello spazio, tra gli attori ed il pubblico, tra gli abitanti e la città, e se l’altra sera fosse stato possibile avere uno strumento che svelasse i fili invisibili di questa bellissima tela di ragno che si andava creando avremmo avuto un tessuto ricco, un broccato di seta, lucida come i miei occhi, dai colori cangianti e luminosi, specchio di quel Tonalismo che di questo territorio è proprio.

Parole come aghi innocui e fattivi, quelle del Presidente della Società del Teatro Nuovo di Verona, Zeno Poggi, nel ricordare la vocazione Teatrale di Verona, le doppie anime, parole affettuose quelle di Guglielmo Pellegrini, già Presidente della stessa Società quando questa avventura cominciò come Tesi di Laurea, e quelle di Paolo Valerio Direttore e custode del Teatro stesso che fu relatore anch’egli di quella tesi, con la Professoressa Marzia Pieri che firma oggi una dolcissima prefazione.

L’altra sera ho visto una Verona che vorrei vedere più spesso, unita, emozionata, accorata, incuriosita, operosa. Una bellissima Rappresentazione. Teatro.

Una nota a margine, nel Seicento il luogo dove sorge il Teatro Nuovo oggi era la Corte dei cavallai, sede dei Messaggeri a Cavallo. Ecco, nessun’altra poteva scrivere questo libro, essere Messaggero di tanta Bellezza. La storia del Teatro Nuovo, dovete leggerla nel libro.

Applausi.

Daniela Cavallo

Daniela Cavallo

L'autore: Daniela Cavallo

Daniela Cavallo è libera professionista dal 1997 e titolare, insieme all’architetto Damiano Castelli, dello StudioLineaCurvArchitetti. Dal 2010 è Professore a contratto di Marketing Territoriale all’Università di Verona, facoltà di Economia. Ha scritto saggi, articoli e cataloghi; collabora con riviste di settore, partecipa come relatore a convegni per la “contaminazione” dell’architettura e del territorio nel sistema Impresa. arch.dcavallo@alice.it

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