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Ha usato la bellezza per rendere visibile l’amore. Ti salutava come fossi il suo unico amico, con un’attenzione e una disponibilità che faceva sentire tutti speciali.

Sospeso. Il corpo parallelo al pavimento, e che pavimento. Lo sguardo verso l’alto. Nuova prospettiva, quella che supera muri e confini, vede oltre, al di là. Ma questo Mauro Fiorese era già capace di farlo, superare limiti, svelare, rendere visibile l’invisibile. Bellezza. Quell’armonia fatta di percezione, senza regole, fatta di fili sottilissimi come tela di ragno che i più spezzano passando, pochi mettono a fuoco.

Così, nella navata centrale, uno scrigno di legno, dipinto a girali e fogliame da mani amate, specchio di quelli stessi decori ottocenteschi che lo proteggono dall’alto, oggi custodiva un tesoro. Tutto l’invisibile della stessa materia stava invece ovunque. Lo si respirava. Lo si vedeva. A sorridere di noi, con dolcezza.

Un lampo di flash e nella memoria compare Tiziano Malagutti, fotografo anche lui, anche lui non c’è più, tantissimi anni fa mi regalò una sua fotografia, di quelle che si stampavano su carta fotografica, ruvida, opaca, in bianco e nero. Aveva raccolto l’ombra del crocefisso nell’abside, che come un uccello si allargava sopra le vele della cappella centrale, unico gioco di luce in una Sant’Anastasia ancora senza sfavilli e dove bisognava stare attenti a mettere i piedi per non inciampare in un catino che raccoglieva le gocce di pioggia che cadevano dal tetto malandato delle navate. Sempre, bella da mozzare il fiato. Umana e sacra agli occhi di chi ne fosse sedotto. Ai suoi.

Un crocefisso, spesso presente negli sguardi di Fiorese.

Sguardi, mettono a fuoco una bellezza che circonda che seduce, fa aprire la bocca guardando in alto. Una bellezza fotografata nella sua semplicità, nel suo carattere, in quell’ironia della vita che sembra complicata ma che in realtà è semplicissima. Umile. Come il pavimento dove Mauro Fiorese si distendeva per fotografare le volte della Basilica di Sant’Anastasia: rosso Verona, biancone di sant’Ambrogio, nero Canale di Roverè, pietre. A terra, per guardare il cielo.

Così oggi, nella stessa basilica, l’uomo, era in ogni piccolo segno dipinto, in ogni colore, in ogni pietra, in ognuno dei presenti. Il fotografo, era nella mano di Pisanello: quei volti, San Giorgio che combatte il drago per conquistare la bellezza, la stessa del volto della Principessa Trebisonda, rimando di una città bellissima nello sfondo, Verona. Ritratti, persone.

E i legami che tra le persone si creano, quei fili invisibili. Coppie. Luoghi, dove la bellezza è l’unione di due che diventa uno, una bellezza meravigliosamente umana, quel sacro quotidiano che ritroviamo per strada e magari non vediamo.

Incontrare Mauro per strada voleva dire incontrare una persona sempre sorridente aperta, in pace con se e con il mondo, ti salutava come fossi il suo unico amico, dando un’attenzione ed una disponibilità che faceva sentire tutti speciali. L’arte di essere umani. Quell’arte che ritrovo nelle sue fotografie, piccole architetture con un respiro lunghissimo.

E mi ritornano le parole del Professor Italo Zannier, pioniere della Storia della fotografia alla facoltà di Architettura a Venezia, le stesse che aveva sentito Fiorese nel percorso successivo al mio: i francesi hanno regalato gratis al mondo la fotografia, da allora si guarda il mondo con un altro sguardo, le immagini hanno rivoluzionato la nostra vita. Anche la morte, che è un tutt’uno con la vita. Ha ragione Maria Teresa Ferrari, nel suo ricordo leggero di Fiorese, la morte non fa paura a chi ha vissuto, a chi ha conosciuto bellezza.

Oltre alla bellezza resa visibile, oltre alla professionalità, oltre all’umanità, oltre al sacro, di Fiorese voglio ricordare l’amore. Tutto quello che vedo nelle fotografie dove Fiorese si ritrae insieme alla sua piccola Leda. Un’intelligenza che è cura, amore, quello di creare nel percorso per immagini il legame più forte, in quel tempo messo a disposizione dal destino, la presa di coscienza di una crepa riempita d’oro che tiene insieme due parti rotte di uno stesso vaso. Un’impresa. Mauro Fiorese ha compiuto l’impresa, ha usato la bellezza per rendere visibile l’amore. Verso ognuno di noi.

Grazie, per l’opportunità che ci hai dato, con i tuoi sguardi, e anche oggi, di toglierci la cataratte dagli occhi per guardare il mondo e vederlo pieno di bellezza, l’opportunità di dire a chi ci sta vicino il bene che vogliamo. Come in una fotografia, quell’istante, che durerà all’infinito, catturando amore.

La fotografia di Mauro Fiorese, ovvero, l’arte di amare.

Daniela Cavallo

Daniela Cavallo

L'autore: Daniela Cavallo

Daniela Cavallo è libera professionista dal 1997 e titolare, insieme all’architetto Damiano Castelli, dello StudioLineaCurvArchitetti. Dal 2010 è Professore a contratto di Marketing Territoriale all’Università di Verona, facoltà di Economia. Ha scritto saggi, articoli e cataloghi; collabora con riviste di settore, partecipa come relatore a convegni per la “contaminazione” dell’architettura e del territorio nel sistema Impresa. arch.dcavallo@alice.it

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