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Un graffito a Santa Libera commuove i restauratori: abbiamo ricostruito la storia di chi lo scrisse nel 1948, il poeta e musicista Uberto Zanolli. Allora Verona usciva in rovine dalla guerra, oggi ha una nuova sfida: conservare e far conoscere un patrimonio storico meraviglioso

La scritta sullo stipite della porta nella chiesa di San Siro e Libera al Teatro Romano (Verona)
La scritta sullo stipite della porta nella chiesa di San Siro e Libera al Teatro Romano (Verona)

La scritta, a matita sullo stipite di marmo, è datata 13/6/48: “Iddio voglia riaprire queste porte al popolo”. È riapparsa tagliando le ortiche cresciute nel cortiletto accanto alla chiesa dei Santi Siro e Libera, al Teatro Romano. «Ci siamo commossi», ha raccontato monsignor Martino Signoretto il 26 novembre scorso a San Giorgio in Braida, presentando nella chiesa affollata il progetto Verona Minor Jerusalem: tenere aperte ai visitatori cinque chiese monumentali. Riaprire dopo decenni, nel caso di San Siro e Libera. Merito di volontari (già 420), studenti e laureandi in storia dell’arte. Un progetto ambizioso, che le prime tre settimane hanno già avviato con successo: «Solo su Facebook 4.000 fans», informa monsignor Signoretto, vicario episcopale per la Cultura della Diocesi di Verona. Ma soprattutto moltissimi visitatori. Quanti? «Faremo un primo bilancio solo in gennaio», dice monsignor Signoretto. «Non stacchiamo biglietti, per cui non c’è un dato oggettivo da comunicare. Comunque viene tanta gente davvero, e Santa Libera è la chiesa che forse richiama di più tra le cinque, ora aperte da ogni giovedì a domenica, dalle 10 alle 17,30».

Un pellegrinaggio continuo al Teatro Romano. Per vedere San Siro e Libera si entra dall’ingresso del Museo Archeologico, senza pagare il biglietto, poi i volontari ti mostrano la strada per “la cesèta, la sola in pulpito su par do scalète” (Berto Barbarani). Il graffito che ha commosso i restauratori è in un cortiletto per ora inaccessibile al pubblico: pericolo di crolli in quell’area, hanno ammonito i Vigili del fuoco. Ma una fotografia mostra la scritta sul pieghevole offerto ai visitatori. Offerto, appunto: offerta libera, per sostenere il progetto. Nella cassettina trasparente, monete da 50 cent ma anche banconote da 50 euro.

Chi lasciò quella vecchia scritta che, è scritto nel pieghevole, “rappresenta appieno la volontà dei cittadini di vedere riaperta la chiesa, auspicio forse finalmente avverato”?

L’ultimo prete ad abitare lì risulta don Giuseppe Trecca (1871-1955), storico dell’arte autodidatta, battagliero difensore dei monumenti veronesi, polemista sui giornali cittadini. «Sarebbe un colpo eccezionale identificare in don Trecca l’autore del graffito», si entusiasma Margherita Ferrari di Legnago, autrice della biografia Don Giuseppe Trecca (Stella Edizioni, 2014) in cui c’è la ristampa anastatica dell’opuscolo S. Salvaro di S. Pietro di Legnago e i suoi restauri, edito dal Trecca nel 1907 per salvare la pieve romanica nel Basso Veronese. Un’impresa da continuare (a proposito di chiese monumentali da tenere aperte…) e che Margherita Ferrari sostiene anche con questo suo libro. «Ma la grafia è molto diversa», continua la studiosa, «il don scriveva quasi in tondo, in maniera regolare». Eppoi la presenza del Trecca sul posto è documentata sì, ma in anni più lontani. In una lettera datata 12 luglio 1921 il sacerdote scrive ad Albano Pontedera, l’ultimo sindaco socialista di Verona prima che si imponesse il fascismo: “Domani farò l’ingresso a S. Libera al Teatro Romano”. Sulle pertinenze della chiesa vantava diritti infatti il Comune, dopo gli scavi che avevano riportato alla luce le gradinate e i resti archeologici. «Da quanto posso ricordare», conclude la ricercatrice legnaghese, che ha consultato le carte di don Trecca conservate all’Archivio storico della Curia veronese, «il sacerdote aveva preso in affitto un paio di stanze addossate alla chiesa e rimase lì fino al 1923, quando morì sua mamma».

Torniamo a Santa Libera e al graffito-preghiera. Se non è di don Trecca, di chi? C’è una data, si diceva: 13 giugno. «E’ la festa di sant’Antonio da Padova. Lo so perché vengo da San Antonio, Texas», dice Mark Fisher, americano innamorato di Verona che è tra i primi visitatori. C’è forse qualcosa di americano anche nella sigla che sta sopra il graffito – “U.S.V.S.” – e pure datata 13 giugno 1948? Se sta per “United States Vehicles Service” forse passava dal Teatro Romano un anonimo autista militare delle truppe alleate rimaste in forze a Verona dopo il 1945…

Ma cos’è successo in quella domenica di prima estate nel 1948? In prima pagina sul giornale L’Arena di quel giorno c’è il processo Kappler, per l’eccidio nazista delle Fosse Ardeatine. Nella cronaca veronese, l’annuncio di uno spettacolo al Teatro Romano, la Passione di Cristo, regista Raffaello Tolfo, orchestra diretta dal maestro Zanolli. C’è quella che pare proprio una firma in calce alla scritta sullo stipite e si legge proprio “Zanolli”.

Umberto Zanolli, la scritat e don Trecca
Uberto Zanolli e don Giuseppe Trecca

Uberto Zanolli (1917-1994), musicista veronese poi emigrato per far fortuna in Messico, in quel 1948 stava riprendendo una carriera interrotta dalla guerra. È di quell’anno un suo libro di versi, Non una stella, dove ricorda anche l’esperienza di internato nei campi nazisti. Una poesia impressionò Piero Calamandrei, Prigioniero:

Quarantadue sei ottantasette.
Non più uomo: numero.
Bucce marce di patate
rape bianche gialle e rosse
– da foraggio – margarina minerale
– qualche grammo –
pan di paglia triturata
– segatura d’alti fusti iperborei –
acqua e sale.
Poco perché tu viva.
Troppo perché tu muoia.
Dura
prigioniero.

Quella domenica 13 giugno 1948, chiamato dall’Ente cattolico per lo spettacolo, come annunciato dal settimanale Verona Fedele, Zanolli doveva dirigere al Teatro Romano un’orchestra di 70 elementi in laudi medievali, assieme al coro della cattedrale diretto dal maestro don Carlo Stoppato: 500 elementi in tutto, ma “occorrono inoltre 200 comparse”, avvisava il settimanale diocesano. “Per le iscrizioni rivolgersi direttamente al teatro Romano dalle ore 21 alle 22”. Ma quella domenica sera venne a piovere. L’orchestra corse a cercare rifugio in Santa Libera, o forse era già lì perché proprio nella chiesa doveva suonare? I musicisti potevano vedere davanti a loro l’ansa dell’Adige: il panorama più bello di Verona, ma allora triste, ancora con macerie dei bombardamenti e in primo piano il Ponte Pietra in rovina (sarà ricostruito solo nel 1959). In altri versi dal libro di Zanolli, nella poesia Ansa del fiume:

Aspetto all’ansa del fiume
arpeggi d’accordi minori
calanti
con gli occhi consunti dal lungo
guardare.
Nulla di vivo in quest’angolo triste.

È lo stretto spazio dello stipite, sulla porta che dà al meraviglioso coro di Santa Libera, ora riaperto, a dare il metro all’iscrizione che vi fu scritta quel 13 giugno, una parola per riga:

Iddio
voglia
riaprire
queste
porte
al popolo.

Giuseppe Anti

Nella foto in alto: la chiesa dei Santi Siro e Libera al Teatro Romano (Verona).
Leggi anche San Siro e Libera, profezia confermata

Giuseppe Anti

L'autore: Giuseppe Anti

Giuseppe Anti è nato a Verona il 28 agosto 1955. Giornalista, si è occupato di editoria per ragazzi e storia contemporanea; ha curato fino al giugno 2015 gli inserti “Volti veronesi” e le pagine culturali del giornale L’Arena. giuseppe.anti@libero.it

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