BannerAmazonVeronain615x60

A Verona e provincia è la santa signora, che passa la notte tra il 12 e il 13 dicembre col fedele asinello e sacchi di cenere e carboni per visitare di notte i bambini; in alcune località è affiancata da un altro accompagnatore, il Gastaldo.

Lucia nacque in Sicilia agli inizi del IV secolo, un 13 dicembre, da una nobile famiglia siracusana. La giovane venne martirizzata durante la persecuzione di Diocleziano, infatti, dopo essere stata minacciata di finire i suoi giorni in un lupanare e in seguito a tremende torture fisiche, essendo rimasta irremovibile rispetto i suoi propositi di fede cristiana, perì per decapitazione.

Nell’878, anno in cui la Sicilia venne invasa dai musulmani, i siracusani, temendo lo scempio del corpo della martire, lo nascosero in una catacomba. Liberata Siracusa nel 1039, il generale bizantino Giorgio Maniace trasportò le spoglie a Costantinopoli per farne omaggio all’imperatrice Teodora. Infine nel 1204, caduta Costantino­poli in mano ai crociati, il doge Enrico Dandolo lo trasferì a Venezia, dove è venerato ancora oggi nella chiesa dei Santi Geremia e Lucia.

Siracusa, processione per la festa di Santa Lucia
Siracusa, processione per la festa di Santa Lucia

Quello di Lucia è un nome facilmente associabile ad una umanità ossessionata dalle tenebre, alla ricerca, nella traduzione delle antiche divinità nelle nuove forme cultuali, di entità spirituali a cui affidare la protezione sulla maggior ricchezza: la luce.

La patrona di Siracusa divenne la protettrice della vista ereditando grazie al nome, che ricorda la luce, una funzione della dea lunare Artemide. La leggenda, affermatasi dopo il Mille, parla di occhi strappati dalle orbite per sottrarsi al suo pretendente ed è questo l’emblema di Lucia nelle rappresentazioni pittoriche: infatti dal XIV sec. è ubiquitario l’attributo degli occhi che la santa tiene in un piatto in ricordo del suo martirio. Probabilmente la sua funzione di protettrice della vista è proprio legata al nome, visto che nelle passio non si fa cenno alcuno a questo tipo di martirio.

Lucia, la cui festa cadeva, secondo il calendario Giuliano, nel giorno più corto dell’anno, diffonde lo splendore dei suoi occhi accecati sulla corrispondente lunga notte del solstizio invernale.

Lucia, può essere definita una Santa “astronomica” (Lucia significa portatrice di luce), dunque un nume tutelare apotropaico contro il timore che la luce non torni più ad illuminare la Terra, dopo il suo affievolirsi decembrino.

Nel Veneto la visita tradizionale di Santa Lucia è preannunciata dal suono di un campanello che ne annunzia l’arrivo. Per un’antichissima tradizione, i bambini, alla vigilia della festa di Santa Lucia (13 dicembre), per riconoscenza delle fatiche del cammino preparano all’esterno della casa del pane, un bicchiere di vino o una scodella d’acqua per la santa e un piccolo cesto con un po’ di fieno e qualche grano di sale per l’asinello.

Questa consuetudine, che identifica con Santa Lucia la benefattrice che porta i doni ai bambini buoni, nel Veneto probabilmente si irradiò da Venezia: la tradizione, infatti, è largamente diffusa nelle regioni italiane un tempo dominato Repubblica di Venezia (Veronese, Trevigiano, Bergamasco), e nelle aree limitrofe (Mantovano, Trentino).

A Verona e provincia è la santa signora, che passa col fedele asinello e sacchi di cenere e carboni per visitare di notte i bambini; in alcune località è affiancata da un altro accompagnatore, il Gastaldo.

Se la santa trova ancor svegli i bambini, getta sui loro occhi la cenere per castigo; se invece dormono beati lascia in un piatto sulla tavola della cucina dolci e frutti. Tra i monti, qualche decennio fa, quando le risorse economiche non erano abbondanti, era tradizione che la santa lasciasse sul tavolo una collana di castagne. In soccorso all’opera pedagogica dei genitori più severi, per punire i bimbi più disobbedienti, si dice ai piccoli che la santa lascia nel piatto del carbone al posto dei dolci.

In questa sede possiamo ipotizzare che la storia narrata ai bambini e il mascheramento da Santa Lucia che passa per le case a portare dolci e leccornie il 12 dicembre, potrebbe essere il prodotto di una fusione in chiave di tradizione popolare di un precedente culto sulla scorta di alcune osservazioni relative ad alcune antiche divinità presenti in zona, che nel tempo vennero ad essere associate ad esseri sovrannaturali femminili del tempo invernale.

Per ritrovare nelle pieghe della tradizione popolare le continuità con gli antichi culti è necessario analizzare le funzioni propiziatorie di Santa Lucia, conosciuta innanzitutto come protettrice degli occhi e che, nel nome, diviene una rassicurante promessa di colei che porta la luce.

Ne risulterebbe da questi elementi una divinità sanante e che presiede i cicli vitali, probabili echi devozionali che riconducono all’antico, infatti, queste funzioni sono accostabili con quelli della dea Artemide conosciuta presso i Romani col nome di Diana.

Alcune testimonianze archeologiche presenti in area alpina hanno confermato la venerazione di divinità femminili riconducibili, per funzione, ad una stessa identità.

Una raffigurazione femminile in bronzo che ritrae questa dea venne ritrovata a Sanzeno in Val di Non. La figura tricipite reca un sole splendente al posto del capo, due teste equine al posto degli arti superiori e un uccello è inciso al centro del sul petto. I suoi attributi e i suoi doni sacri fanno supporre che si trattasse di una dea associabile alla Triprosopos cioè la divinità dalle tre facce che starebbero ad indicare la nascita e generazione, la salute e la morte.

E stato ipotizzato che i pendagli del tipo “Signora dei cavalli” rappresentino in territorio alpino la dea veneta Reitia che, in base all’assonanza con il nome dei Reti, sarebbe stata oggetto di culto anche presso le popolazioni alpine retiche. Sebbene questa opinione abbia incontrato un certo seguito, allo stato attuale delle ricerche non trova solide argomentazioni sul piano concreto della documentazione archeologica ed epigrafica, tanto più che nei santuari di Este le tracce del mondo alpino appaiono esigue, anche se gli altari con ceneri sono un fenomeno comune nel mondo retico.

In area alpina, a Lagole, è attestata soprattutto la dea Trumusijat che in periodo romano venne sostituita da Apollo: entrambe, sono riconducibili alla figura onnicomprensiva di dea madre accostabile al tipo di Artemide dell’età del Ferro recente.

A Santa Lucia e al sacro servitore, vengono offerti doni, forse retaggi di antichi sacrifici, a cui, in cambio, vengono corrisposti donativi divini suggellanti una reciproca riconoscenza e, poiché sono dedicati ai bimbi, divengono la propensione di una continuità del rapporto che perdurerà nelle successive generazioni. Anche in questo caso, ci troveremmo quindi innanzi ad una figura onnicomprensiva di dea madre accostabile ad Artemide; forse una ulteriore interprete di quelle antiche divinità caratterizzate dalle stesse funzioni di cui se ne trovano tracce nei siti archeologici di Lagole in Cadore e Sanzeno in Val di Non. Con questo potremmo asserire che la presenza del mascheramento, o del creduto passaggio di Santa Lucia, potrebbe essere una ritualità cristiana agevolata dalla presenza cultuale preesistente di divinità assimilabili a quelle lunari.

Francesco Norsa

Commenti (2)

  • Santa Lussia benedetta fermete quà ne la me caseta lassa zo on sc’iopetin una spada eon bel cavalin lassa na pua par me sorela par me mama na brasadela tre naranse par me pupà Santa lussia fermete quà

    • Redazione

      Bellissima Silvana! Ci fa anche capire le sfumature del nostro dialetto, di cui si parla molto in questi giorni. Grazie. g.m.

commenti (2)

Il tuo indirizzo mail non verrà pubblicato

Puoi usare questi tag HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>