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Precise scelte politiche hanno deciso che l’Italia deve continuare a condividere la stessa moneta con la Germania e pertanto, per recuperare il gap, non c’è altra soluzione che “svalutare” il lavoro, ovvero diminuirne il costo riducendo stipendi e salari.

La grande crisi è iniziata nel 2008 con il fallimento della Lehman Brothers negli USA, ma dopo otto anni come vanno le cose in Italia? Il prospetto che abbiamo preso a prestito dal sito di Vincitori e vinti, e che riporta l’andamento del PIL delle maggiori economie del mondo (G7) dal 2008 al 2016, non ha bisogno di commenti. La crisi c’è stata per tutti, ha avuto la maggiore gravità nel 2009 e per quasi tutti si è risolta nel giro di pochi anni. Ma non per l’Italia.

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Qualche osservazione: 1) l’eurozona, cioè l’insieme dei 19 Paesi che condividono l’euro, sta praticamente in fondo alla classifica; 2) la Germania (che fa parte della eurozona) è invece in buona posizione, anche se non ai primi posti; 3) l’Italia (che pure fa parte della eurozona) è in questa classifica all’ultimo posto e con notevole distacco.

Ci era stato raccontato che la moneta unica avrebbe consentito all’Europa di essere la locomotiva del mondo intero garantendo crescita e prosperità, ed invece l’eurozona è ultima nella crescita. Ci era stato raccontato che la moneta unica avrebbe colmato le differenze fra le varie economie europee ed offerto opportunità di crescita per tutti, e invece le disparità non solo non si sono ridotte ma si sono invece ampliate. In Europa (a parte la Grecia definita da Mario Monti il più grande successo dell’euro) l’Italia è ultima fra gli ultimi, con una crescita zero virgola, e con un PIL reale nel 2016 ancora inferiore di circa il 7% di quello del 2008 ante crisi.

Qualche legittima domanda: la crisi ha colpito tutti, perché l’eurozona è stata l’ultima fra le grandi aree del mondo a riprendersi? E perché all’interno della eurozona, l’Italia è fanalino di coda e con grande distacco?

Quando il problema è macroscopico, in genere non è difficile trovare la risposta. D’altronde, l’economia ha le sue leggi ed alcune sono particolarmente semplici e comprensibili da chiunque. Una traccia di soluzione l’ha data lo stesso Fondo Monetario Internazionale (FMI) nell’ External Sector Report del luglio 2016 che contiene anche una analisi sugli squilibri delle maggiori economie e lo scostamento del tasso di cambio effettivo reale rispetto al proprio valore di equilibrio.

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La Germania gode di una moneta (l’euro) che è svalutata del 15% rispetto al suo valore di equilibrio. Per contro l’Italia è penalizzata da un tasso di cambio sfavorevole dovendo utilizzare una moneta (sempre l’euro) sopravalutata di circa il 5%. Ciò comporta che nella competizione internazionale fra Germania e Italia c’è un gap, a parità di prodotto e qualità, che favorisce la Germania per un 20% per sole ragioni monetarie.

Come può l’Italia recuperare questo gap monetario? Il modo più semplice e naturale, trattandosi di gap monetario, sarebbe quello di tornare alle monete nazionali e lasciare liberamente fluttuare il cambio. Tra la nuova lira e il nuovo marco si stabilirebbe un nuovo equilibrio con il nuovo marco rivalutato di circa il 15% e la nuova lira svalutata di circa il 5%, così come i fondamentali delle due economie esigerebbero.

Purtroppo non sta andando così. Precise scelte politiche hanno deciso che l’Italia deve continuare a condividere la stessa moneta con la Germania e pertanto, per recuperare il gap, non c’è altra soluzione che “svalutare” il lavoro, ovvero diminuirne il costo riducendo stipendi e salari. Poiché stipendi e salari non si possono ridurre con decreti legge (meno male, almeno per ora) ci ha pensato il “mercato” nel 2011-2012 aumentando lo “spread” sui titoli di stato italiani e tagliando i finanziamenti alle imprese, nonché i governi Monti, Letta e Renzi con la riduzione degli investimenti pubblici e delle spese correnti. Tutte queste azioni hanno portato alla chiusura di migliaia di stabilimenti, alla riduzione della produzione italiana, alla riduzione del PIL ed all’aumento della disoccupazione e della precarietà.

Oggi tanti giovani, ed anche meno giovani sono senza lavoro, se occupati vengono pagati in voucher, e quando va bene sono assunti con contratti a termine con stipendi di nemmeno mille euro, in uno stato di perenne precarietà che impedisce di condurre una vita dignitosa ed indipendente. E non dimentichiamo gli oltre centomila italiani che nel 2015 sono emigrati all’estero. La competitività dell’Italia nel mercato internazionale è pagata con il sacrificio la fatica ed il dolore di una generazione di italiani a cui è negato di poter vivere con dignità del proprio lavoro.

Quanto la Germania sia gratuitamente avvantaggiata dall’euro e non abbia alcuna intenzione di smantellarlo, lo aveva ammesso candidamente l’esponente dei verdi tedeschi Ska Keller nella puntata di Ballarò del 6 maggio 2014. Il ritorno al marco per la Germania vorrebbe dire rivalutazione della moneta di circa il 20% rispetto ai propri competitori con temporaneo crollo delle esportazioni, crisi economica, disoccupazione e aumento del deficit pubblico. Parallelamente per l’Italia ciò sarebbe l’inizio di un felice periodo di ripresa economica con riassorbimento della disoccupazione, aumento del PIL e riduzione del debito pubblico.

Uscire dall’eurozona per riprendersi la sovranità della propria moneta e della Banca d’Italia è possibile e previsto dai trattati. Uscire dall’euro non sarebbe certo una passeggiata, ma è prima di tutto una questione di volontà politica, come politica era stata la sciagurata scelta di entrare nell’eurozona. Ed è proprio questa la grande scelta che dovrebbe avere il coraggio di fare Matteo Renzi per uscire finalmente dalla crisi, invece di continuare a traccheggiare inutilmente con Bruxelles.

Claudio Toffalini

Claudio Toffalini

L'autore: Claudio Toffalini

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

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