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L’incontro 2016 di Confartigianato Giovani Imprenditori Verona si è svolto con il titolo “Artigiano sarai tu” e una formula nuova, quella del racconto teatrale sul palco del Teatro FonderiaAperta. Ricordo dell’architetto Luigi Caccia Dominioni.

Gli artigiani hanno scelto il teatro, come luogo di reazione allindustria, alla società, come dimostrazione sociale di partecipazione, di condivisione. Reazione.  Artigianato, Industria ed Arte sono modi, espressioni di un Territorio unico, come il nostro, ed oggi più che mai devono essere nodi di un sistema unico, per condividere e non dividere, essere rete d’impresa. Made in Italy.

Questanno, lincontro annuale di Confartigianato Giovani Imprenditori Verona ha avuto una veste nuova, un abito cucito su misura, con il titolo Artigiano sarai tu”, e una formula quella del racconto teatrale, sul palco del Teatro FonderiaAperta di Verona, dove i giovani artigiani nel ruolo di protagonisti di un racconto per tappe, 1946, 1986, 2016, hanno messo la faccia per ricordare chi sono, da dove vengono, quale futuro vogliono.

Sopra a un palcoscenico, i Giovani artigiani di Verona hanno puntato sul capitale umano, quell’insieme di conoscenze, competenze, abilità, emozioni, acquisite durante la vita e finalizzate al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, singoli o collettivi. Hanno dato valore alle persone. Persona, era la maschera dellattore, ma filosoficamente, indica colui che è dotato di coscienza di sé e di identità. Così, in un racconto scandito temporalmente, hanno messo in scena la ricostruzione identitaria del mestiere di artigiano, prendendone coscienza essi stessi e mostrandola con meraviglia ed orgoglio. Artigiano sarai tu, non in senso dispregiativo, ma Tu sarai artigiano, anche solo di te stesso, diventa un complimento e un augurio. Quale luogo più idoneo di un teatro, lo spazio per guardare, fondere arti diverse affinché lo spettatore sia coinvolto in una presa di coscienza. Il teatro è il luogo delluomo, lo spazio per conoscersi e farsi conoscere, rappresentare se e gli altri, rendere visibile linvisibile, attraverso tutto il corpo, non solo le mani, mani collegate al cuore ed alla testa. Elinsieme di tutte le arti e di tutti i mestieri. Einterazione emotiva e visiva tra chi guarda e chi agisce. Azione.

Gli artigiani hanno scelto il teatro, come luogo di reazione allindustria, alla società, come dimostrazione sociale di partecipazione, di condivisione. Reazione. Così come aveva fatto il Movimento artistico Arts and Crafts (“arti e mestieri”) a fine Ottocento: esso considerava l’artigianato come espressione del lavoro dell’uomo e dei suoi bisogni, ma soprattutto come valore durevole nel tempo, disprezzando i prodotti dozzinali, la bassa qualità dei materiali e lassenza di stile della produzione industriale. Esponente fu William Morris che propose, sulle orme delle antiche corporazioni medievali, attraverso arte e mestiere il recupero di una società più coesa. La sua produzione di tappeti, tessuti, mobili, metalli, ebbe una forte componente collaborativa, sociale ponendo le basi dei principi del design moderno, formulando una produzione eclettica, ariosa, molto più moderna dell’industria del tempo; nonostante ciò fu destinata a fallire per i suoi costi elevati, ma il messaggio è da recuperare. Rielaborare. Artigianato, Industria ed Arte sono modi, espressioni di un Territorio unico, come il nostro, ed oggi più che mai devono essere nodi di un sistema unico, per condividere e non dividere, essere rete dimpresa. Made in Italy.

Quello stesso spirito che nel 1401 aprì le porte del Rinascimento, quando venne bandito il concorso per la Porta del Battistero di Firenze dallArte dei Mercatanti, e poi quello per la cupola vinto da Brunelleschi qualche anno dopo, dalla corporazione dei Maestri di Pietra e del Legname. Arte, Artigianato, Economia, Società, Cultura. Questo erano le nostre corporazioni delle arti e mestieri, nel passato, associazioni create a partire dal XII secolo in molte città europee per regolamentare e tutelare le attività degli appartenenti ad una stessa categoria professionale. In Italia esse furono definite genericamente arti, in Veneto erano chiamate fraglie (dal latino medievale fratalea, cioè “fratellanza), ma il nome ufficiale era in latino: universitates.

Esse si fondavano sul sodalizio dato dal giuramento che impegna i loro membri all’assistenza reciproca e alla difesa degli interessi comuni, ovvero, la tutela della qualità dei manufatti, il principio dell’uguaglianza tra i soci, lattenzione rivolta verso la formazione dei giovani nelle botteghe. Fare artigiano, fare artistico, modi di essere che ritornano. Identità.

Se Morris mise in atto il contagio positivo tra mani testa e cuore – ed egli stesso si fece contagiare dallo stile di Dante Gabriel Rossetti, esponente dei Preraffaelliti –  Gabriele Garmigli, presidente dei Giovani di Confartigianato Verona, ha mani, cuore e testa in continuo fermento, sempre pronto a mettersi in gioco, a rischiare del suo, come un vero artigiano di se stesso sa fare, e deve fare. Felice di unire operosità, creatività e intelligenza, e anche un podi follia necessaria, ha guidato i suoi in questa avventura. Innovazione.

artigiani

E artigiani, innovativi e folli, sono stati Roberto Totola e Marina Furlani, nel rendere visibile il loro Teatro, questa fusione di creatività e operosità che si fa fucina per tutti coloro che vogliano essere partecipi della scena urbana, del territorio, dellessere uomini e donne, del vivere quotidiano. Luogo aperto a tutti. Tenacia.

Caparbietà, e quellessere visionario al tempo stesso, che contraddistingue il Presidente di Confartigianato Verona, Andrea Bissoli, con il quale anni fa abbiamo condiviso, creduto e arato il terreno dei consociati, in una missione di apertura e di presa di coscienza, di recupero di identità, che ci ha visti incontrare veri muri e chiusure, che oggi si stanno sgretolando. Felice, sentirsi utile è importante, a volte è ciò che resta. Futuro.

Un futuro presente nelle parole e negli occhi di un giovane, Pietro Farneda, che nel 1946 aveva 16 anni ed insieme ad altri prese parte alla nascita di Confartigianato Verona, con la sua testimonianza ha commosso e rovistato in ognuno di noi, facendosi pilastro. Avrei voluto danzare con lui quel valzer che è preludio in Traviata, sintesi dellopera intera. Musica.

La stessa che sapientemente ha scandito il tempo del palcoscenico, nel racconto di uomini, donne, territori, arti, fatto dai giovani artigiani. Aida di Rino Gaetano, un nome di donna per dire Italia, un affresco, dal fascismo alla guerra, dal dopoguerra agli scandali e alle difficoltà enormi degli anni 70, nel titolo un nome simbolico, lopera di Giuseppe Verdi scritta per celebrare lapertura del canale di Suez, a glorificazione del genio italico (italiano fu il progettista), ma anche lopera con cui si diede avvio nel 1913 al Festival lirico allArena di Verona. Questo Rino Gaetano non lo sapeva. Tempo.

Larte è segno dei tempi, è espressione della società, altra musica, diversamente celebrativa, Sign othe Times, 1987 di quel Principe, anchegli genio, che troppo presto ci ha lasciato. Racconti.

Di nascosto da mia madre, che me lo vietava, adoravo cucire scarpe, destate al paese dei nonni. Così mi infilavo nei cortili delle vicine che, per arrotondare il lavoro del marito nei campi o in mare, cucivano tomaie scomposte di mocassini sistemate in corone che una fabbrica vicina portava a domicilio. Eravamo sul finire degli anni Settanta. Quellodore di colla di cui i fili spessi erano imbevuti mi faceva sentire a casa, quella di mio nonno, la falegnameria. Ma più di ogni cosa adoravo ascoltare i racconti che lazione del cucire tutte insieme faceva venire fuori, una umanità che ritrovo oggi raramente. Ed ogni volta, venivo scoperta da mia madre quando mi chiedeva di farle vedere le mie mani, perché quei fili nodosi pieni di colla lasciavano calli e ferite, ma non mi importava. A mia madre si. Diceva che non dovevo farlo, era sconveniente che una signorina di buona famiglia avesse le mani ridotte a quel modo. Adoravo le mie mani, un modo per sentire, toccare, imparare. Un ponte tra me e il mondo. Le stesse mani che usavo infilare tra i trucioli di legno quando andavo a trovare mio nonno. Quellodore meraviglioso. Stavo ore incantata a guardarlo, innamorata, nella magia di tirare fuori oggetti duso quotidiano. Immobile, in un silenzio fattivo. Ricordo tutti i rumori, musica che non dimentico. E ugualmente, mi alzavo presto la mattina per fare la pasta con la nonna, il sapore del grano crudo, rubato da mani sapienti e veloci. Mangiavo con gli occhi. E non solo! «Non mangiare la pasta cruda – mi diceva – che ti cresce troppo seno!»Eh, averla ascoltata!… Mia nonna era figlia di un pescatore, non aveva finito le elementari, ma quando mia madre andava al ginnasio le prendeva il libro di greco e la faceva ripetere, si accorgeva se sbagliava dal tono della voce. Mio nonno era di famiglia benestante in paese, faceva il falegname, un imprenditore senza ancora saperlo, sapeva fare squadra, andava dal sarto per farsi cucire un abito su misura, perché faceva agli altri quello che avrebbe voluto per sé. Riconoscenza.

Bellezza. Da mio nonno ho imparato molte cose. E così ancora oggi sento il mio mestiere uno strumento di unione tra i modi di fare diversi del territorio, così ascolto gli industriali, gli artigiani, i professionisti, cerco di esserci, come se io potessi essere legame tra tutti, perché tutti mi sono casa, quella che un architetto assolve di costruire per luomo, a volte con un peso ed una responsabilità che magari gli altri non si accorgono, non vedono, non sentono. Quella di farsi contaminare, quella di condividere. Quella dellessere artigiano. Ponte.

Così ci definiva larchitetto Luigi Caccia Dominioni. Arriva ora mentre scrivo la notizia della sua morte a 102 anni, un vero artigiano dellarchitettura, un gentiluomo colto, raffinato, uno tra i pochi che ha fatto la storia e ha dato forma al nostro abitare, dalle posate agli arredi alle case alle fabbriche. Ho avuto lonore molti anni fa di incontrarlo a casa sua, nel suo studio, in quel bellissimo palazzo a fianco della basilica di SantAmbrogio a Milano, di avere con lui lonore di una lunga chiacchierata, insieme ad un altro collega che con lui lavorava, Mario Bellavite, ne nacque unintervista. Ma anche unemozione profonda che oggi è memoria, amore profondo per il mio mestiere. A Verona lascia la sede centrale della Società Cattolica.

Tu sarai artigiano, un augurio e un testimone che passo ai Giovani Industriali di Verona che il prossimo Giovedì 17 novembre si ritroveranno nel loro incontro annuale in un altro Teatro, il Ristori, quel teatro di Verona così legato ai suoi abitanti, identitario, e ritrovato da non molto tempo.

Dal passato, un futuro condiviso. Politica.

Daniela Cavallo

 
Daniela Cavallo

L'autore: Daniela Cavallo

Daniela Cavallo è libera professionista dal 1997 e titolare, insieme all’architetto Damiano Castelli, dello StudioLineaCurvArchitetti. Dal 2010 è Professore a contratto di Marketing Territoriale all’Università di Verona, facoltà di Economia. Ha scritto saggi, articoli e cataloghi; collabora con riviste di settore, partecipa come relatore a convegni per la “contaminazione” dell’architettura e del territorio nel sistema Impresa. arch.dcavallo@alice.it

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