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Intervista con Michele Corso, Segretario generale della CGIL scaligera che interviene sulle Amministrative 2017: «Dalla crisi si esce con ricerca e innovazione, creando nuovi modelli aziendali, moderni anche per quanto riguarda il modo di intendere il lavoro. Interessa alla città?». Il ruolo dell’Università nella formazione.

Quella che si sta preparando alle prossime elezioni amministrative è una Verona diversa da quella che dieci anni fa aveva portato per la prima volta a Palazzo Barbieri la Lega e Flavio Tosi. E i problemi che la nuova Giunta si troverà ad affrontare passano anche da un tessuto economico e sociale logorato, invecchiato, impoverito. Verona In ne ha parlato con Michele Corso, Segretario generale della CGIL scaligera.

–  Le amministrative 2017 sono alle porte: quale sarà la Verona che andrà al voto?

«Andrà al voto una città che rispetto a dieci anni fa è molto cambiata, una città in cui il lavoro da tempo non è più al centro – ma nemmeno vicino al centro – dell’agenda politica. Come sta succedendo a livello nazionale. Una città capoluogo di una provincia in cui dall’inizio della crisi economica si sono persi 11 mila posti di lavoro. Le scelte politiche locali negli ultimi dieci anni hanno mirato a far crescere, mi si passi la provocazione, solo supermercati e rotonde senza pensare a come frenare la crisi del settore manufattoriero. Così in città ha prevalso una visione “affaristica” e non imprenditoriale dell’economia, con l’Amministrazione Tosi che ha garantito questa logica “finanziaria” a scapito dell’impresa. E questo pone un grosso problema su come far evolvere e sviluppare la città nei prossimi anni».

– Però i nuovi supermercati hanno anche assorbito una parte di disoccupati lasciati a casa dal settore industriale…

«Bisogna valutare anzitutto il tipo di impatto che un centro commerciale ha all’interno di un quartiere e di una città, e dopo bisogna valutare il tipo di occupazione che offre. Verona ha il triste primato, che a me piacerebbe non avere, di essere la prima città in Veneto e la quinta in Italia per numero di voucher utilizzati. Questo si innesta su una situazione complicata, perché i lavori a tempo indeterminato persi sono sostituiti, e solo parzialmente, da lavoro precario. È vero, Verona si difende meglio di altre città, abbiamo un settore agroalimentare in netta controtendenza, e abbiamo aziende che grazie alla loro vocazione all’export tengono bene, ma la qualità dell’occupazione è calata vertiginosamente».

– E l’edilizia?

«Verona è stata letteralmente massacrata in questo settore, e non so se oggi si possa dire che vi sia ripresa. Però l’edilizia potrebbe avere ancora un ruolo importante: perché, ad esempio, se riuscissimo ad escludere dai Patti di Stabilità almeno gli investimenti realmente finalizzati a ristrutturazioni, riqualificazioni e manutenzioni dell’enorme patrimonio comunale e provinciale, gli interventi diventerebbero volano per una serie di altri settori, industriali come il metalmeccanico, ma anche artigianali. Ma deve essere un’edilizia intelligente, in grado di recuperare efficacemente il patrimonio vuoto che già esiste e metterlo a disposizione per rispondere ad esigenze sociali ed economiche».

– Con un tessuto industriale impoverito, come si comportano i settori tradizionali? C’è ancora spazio per loro?

«Io credo che si debba lavorare per ottenere un mix efficace tra aziende tradizionali e aziende innovative. Però è chiaro che per procedere in questa prospettiva ci deve essere la massima collaborazione da parte della politica, delle realtà imprenditoriali e del sindacato, che è pronto a fare la sua parte. In pratica, ammettiamo che con Industria 4.0 si aprano interessanti opportunità per lavoratori soprattutto giovani, diplomati e laureati; questo significa inserire nei processi lavorativi personale qualificato. E allora la “qualità” lavorativa si salvaguarda aprendo un altro fronte, quello della formazione, e in particolare della formazione professionale continua (FPC) e della ricerca. Un tema che deve essere necessariamente incluso in specifiche politiche industriali territoriali. Perché se tu devi affrontare nel tuo territorio la trasformazione industriale, devi investire nel tuo territorio risorse massicce su FPC e ricerca».

– Tiriamo in ballo l’Università?

«Il Governo ha inserito tra i Competence center per l’Industria 4.0 anche la rete delle Università venete, di cui fa parte anche l’Ateneo di Verona. Questa rete ha già fatto pervenire al Governo il suo progetto per supportare le imprese. Benissimo, ma ora ci si deve impegnare su progetti che portino l’Università a essere punto di riferimento per la ricerca anche nel proprio bacino. A Verona non abbiamo tante grandi aziende e se la media è di 7 dipendenti per impresa non si può certo fare ricerca con questi numeri. Per questo penso che l’Università di Verona sia fondamentale per lo sviluppo del territorio e su questi temi abbiamo trovato nel rettore Nicola Sartor un interlocutore attento. Infine si devono fare reti d’imprese in cui le piccole realtà lavorino a fianco di player rilevanti e a soggetti dove ricerca e innovazione sono già valori acquisiti, in modo che possano fare da traino. Questo però deve essere pianificato, promosso e diretto da una figura politica locale. E adesso questo soggetto non lo vedo».

– Però adesso sembra che potenziali nuovi interlocutori si stiano materializzando: per le Amministrative 2017 il Centrodestra ha schierato alcuni suoi campioni, per il M5S dovremo attendere le primarie via web e anche il centro sinistra con il “caso Bertucco” ha aperto le danze, presentandosi in ordine sparso…

«Ancora una volta partiamo dalla fine del processo parlando di nomi invece che di contenuti. Oggettivamente, per come è tradizionalmente posizionato il mio sindacato, guardo con attenzione al Centrosinistra e alla sua maggiore forza, e con curiosità il M5S, perchè su molti temi sembra esserci vicino, anche se mi pare in una situazione un po’nebulosa. Mi piacerebbe che il Centrosinistra avesse un idea chiara di come si potrebbe sviluppare la città e che  manifstasse maggior attenzione per il mondo del lavoro, che fino a oggi non è mai stato preso in considerazione, né dal Centrodestra né dal Centrosinistra».

Michele Corso
Michele Corso

– Nemmeno dal PD? Nemmeno durante l’incontro di giovedì 3 novembre, che ha visto riunite buona parte delle forze di centro sinistra e VeronaPolis per il mondo civico? Non eravate presenti per dare il vostro contributo?

«No, non c’eravamo. Perché evidentemente il sindacato e i sindacati non sono interlocutori della politica. E questo è un problema per noi, che dobbiamo diventarlo, ma anche per la politica, se pensa di poter fare a meno di confrontarsi con le forze sociali. E il discorso vale specularmente anche per gli imprenditori: perché è segno che ancora il lavoro non entra nell’agenda politica veronese, ed è un dramma se ognuno continua ad andare per conto suo».

– Però in questi giorni il deputato Diego Zardini (PD) ha dichiarato che il Pd «non ha pretese di indicare un candidato sindaco iscritto al Partito; anzi, si stanno esplorando mondi civici, del volontariato, delle categorie economiche». Lei vede figure che potrebbero aprire questo nuovo dialogo con il mondo sindacale, per lavorare sui programmi?

«Non so se ci possono essere figure o soggetti specifici, come dice Zardini, che facendo riferimento ai programmi siano interessate a questo dialogo. Io vorrei proprio sfidare la politica: vi interessa un discorso a 360° che tenga conto di economia, lavoro, finanza, sviluppo? Se sì, quali soggetti volete incrociare su questi temi? Perché in questo ragionamento si potrebbero anche condividere interi pezzi di programma. Ma a oggi, salvo qualche rara dichiarazione, non c’è stato alcun segnale in questo senso. Non vedo una seria presa di coscienza del problema, neppure da parte del PD».

– Crede che l’attuale situazione interna del PD possa favorire o ostacolare questo eventuale dialogo? Il fatto che Bertucco non sia più capogruppo in Comune vi farà mancare un interlocutore?

«A me pare che sul caso Bertucco nel PD sia prevalsa l’idea di dare soluzione a una situazione che vedeva una posizione di dissenso personale rispetto alla linea maggioritaria nel partito. Cosa che peraltro avviene anche a livello nazionale senza tanti scandali, ma non dimentichiamo che Verona vedrà renziani e tosiani dalla stessa parte della barricata nel “laboratorio nazionale” del porta-a-porta per Sì al referendum… Tornando a Bertucco, Michele è stato in questi anni una persona importante per noi, perché in tutte le vicende che hanno coinvolto il mondo del lavoro e dell’economia locale (Aeroporto, Fondazione Arena, Officine Ferroviarie) ha favorito il dialogo cercando di portare i problemi in Consiglio Comunale. Per cui credo che perderemo un elemento con cui ci siamo confrontati bene. Però, al di là di Bertucco, quello che chiedo è la possibilità per il sindacato di essere un interlocutore costante per questa parte della politica locale».

– Anche se le voci, reali o presunte, di una convergenza tra PD e Tosi in un eventuale ballottaggio divenissero realtà?

«Guardi, questo non lo so, io non sono nel PD e lo vedo da fuori come potete vederlo voi della stampa. Posso dire che la cosa mi preoccupa un po’. Perché se l’obiettivo fosse quello di un patto più o meno segreto tra PD e lista Tosi al ballottaggio, la questione diventerebbe veramente complicata. Mi sembrano due posizioni nettamente alternative: Tosi ha rappresentato per dieci anni una Verona completamente diversa rispetto a quella rappresentata dall’ex capogruppo PD. Una Verona degli affari, diametralmente opposta a una Verona del lavoro, una Verona sostenibile, una Verona accogliente. In più, se non ho letto male, gli ultimi sondaggi elettorali pronosticano la Lega come unico vincitore. E quindi il rischio di questa ipotetica strana unione è quello di mettere insieme due debolezze, che però insieme non farebbero una forza. Insomma, si torna sempre al programma: è lì la differenza, perché è attorno a questo che sei in grado di coalizzare».

– I numeri sembrano indicare che anche polarizzando attorno a un programma condiviso  il mondo politico di centrosinistra e varie realtà della società civile ancora non sia certa la possibilità del ballottaggio. E quindi?

«A conclusione del percorso di costruzione di un programma certo diventa fondamentale il candidato che si sceglierà, che spesso è in grado di muovere voti che né programmi né coalizioni spostano. A quel punto, il candidato sindaco potrà fare la vera differenza, ma solo dopo aver sposato in toto un programma».

– Indichi tre priorità.

«Primo, una strategia per riportare a Verona gli investimenti dell’industria e che preveda interventi infrastrutturali come la banda larga e accordi specifici tra attori economici per favorire l’inserimento lavorativo attraverso contratti di qualità, diversi da quelli che rendono i giovani precari a tempo indeterminato. Secondo, approfittare in maniera intelligente della fortuna geografica di Verona, al crocevia delle direttrici Nord-Sud, Est-Ovest. Pensiamo all’Aeroporto: abbiamo regalato il Catullo a Venezia, lasciato a casa 100 persone. C’era un’offerta di Monaco, a cui Verona tradizionalmente è legata anche economicamente molto più che a Milano o Venezia. Come si è potuto pensare che Venezia potesse favorire lo sviluppo di un aeroporto concorrente? Terzo, potenziare con politiche adeguate il settore culturale e turistico: viviamo in un territorio con un patrimonio storico culturale unico e sono stati capaci di mettere la fondazione Arena, che potrebbe essere un gioiello di industria culturale, nelle condizioni di una sagra paesana».

– Ci fa dei nomi che potrebbero condividere queste priorità?

«No, nomi non ne faccio. Non sono un politico, faccio il sindacalista, e fare nomi andrebbe proprio contro il mio ruolo».

– A proposito, dal sindacato non ci prova nessuno, a impegnarsi?

«No, sa che il sindacato è incompatibile con l’attività politica».

– Beh, non sarebbe certo il primo caso di un sindacalista che si butta in politica…

«Certo, ma se uno decide di prendere la strada della politica deve uscire prima dal sindacato, o è a fine carriera e decide che dopo vuole iniziare a fare altre cose».

– E Michele Corso non la prenderà, questa strada?

«No, no! Michele Corso è nel sindacato, e fa e continuerà a fare il segretario generale Cgil, un ruolo che è estremamente pieno ed impegnativo, ma impagabile. La politica la guardo, la frequento, me ne interesso; ma nel sindacato vedo un elemento di solidarietà che nella politica mi sembra di non poter trovare».

Francesco Premi

Francesco Premi

L'autore: Francesco Premi

Francesco Premi – laureato in Scienze Politiche e in Geografia e Processi Territoriali – entra poco più che ventenne nel mondo del giornalismo, prima come stagista per un quotidiano trentino, poi come capo redattore in un settimanale veronese, dedicando particolare attenzione alla cronaca amministrativa, alle politiche territoriali e all’economia locale. Successivamente è per dieci anni Export Area Manager di un’importante azienda veronese. Attualmente lavora presso Habitech – Distretto Tecnologico Trentino, dove si occupa della promozione di servizi per l’innovazione e la sostenibilità in campo edilizio ed energetico. Tali esperienze gli hanno permesso di sviluppare importanti rapporti con soggetti economici, scientifici e culturali di rilevanza internazionale. Divide il suo tempo libero tra viaggi (con la famiglia), sport (alpinismo, nuoto e corsa), e ricerca (storia e geografia militari). Ama visceralmente – spesso chiedendosene il perchè – la sua città, e cerca con accanita curiosità in ogni angolo del pianeta “buone pratiche” da raccontare, importare e impiantare a Verona. f.premi@tin.it

Commenti (1)

  • Martino Franceschi
    Martino Franceschi Rispondi

    ottimo articolo denso di contenuti, purtroppo il trend della terziarizzazione dell’economia è generale e difficile da contrastrare e proprio per questo si dovrebbero incentivare le nostre eccellenze manufatturiere, vedi agroalimentare, marmo…
    Per quanto riguarda le elezioni comunali credo che l’onda lunga del “trumpismo” lasci poche speranze…

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