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Intervista con Mauro Previdi, uno dei cinque fotografi autori di Periferika, la mostra allestita in Biblioteca Civica: «La scelta del fotografo mira alla conoscenza e non al mero riconoscimento del soggetto. La conoscenza comporta un approccio consapevole, meditato, attento e informato».

Continuano gli eventi di approfondimento legati alla mostra Periferika visibile fino al 29 ottobre dietro le vetrine della libreria Civica, lato via Cappello. Dopo la presentazione in Sala Farinati dello scorso 3 ottobre, l’Associazione Culturale Verona Off giovedì 13 ottobre alle 21 organizza al Centro Toniolo di via Seminario 8 un incontro dal titolo Fotografia ai margini della città, relatrice Daniele Tanto. Il 20 ottobre Silvano Bicocchi, sempre al Toniolo, parlerà di Periferika: lettura dei messaggi iconografici di un progetto fotografico collettivo. Abbiamo intervistato Mauro Previdi, uno dei cinque fotografi autori della mostra (gli altri sono Flavio Castellani, Stefano Franchini, Denis Giusti e Marco Sempreboni). 

– Previdi, cos’è Verona Off e chi ne fa parte?
«Verona off è un’associazione che unisce un gruppo di fotografi veronesi, cinque dei quali, tra cui il sottoscritto, sono gli autori della mostra Periferika allestita in Biblioteca Civica. L’associazione ha come scopo la produzione e la promozione della cultura fotografica. Le attività consistono in riunioni quindicinali in cui vengono presentati autori, discussi progetti fotografici, dibattuti temi di cultura fotografica in generale».
– Perché insiste sul termine “cultura”?
«La fotografia è un mezzo di espressione personale che può essere usato in modo “spontaneistico” per veicolare contenuti narrativi ed emozionali. La fotografia, però, è anche un mezzo codificato dal punto di vista culturale ed estetico, che ha la sua tradizione, la sua storia, le sue avanguardie, le sue retroguardie, ma fa comunque parte di un sistema culturale».

Mauro Previdi
Mauro Previdi

– Che differenza c’è tra fotografia autoriale e amatoriale, perché è importante distinguerle?
«L’approccio alla fotografia non è lo sguardo, la scansione superficiale per vedere qual è il soggetto, ma la lettura e questa presuppone una cultura visuale. La cultura visuale comporta la conoscenza della grammatica, della sintassi, dei meccanismi retorici, visuali».
– Progetto Periferika, perché?
«Il tema è le periferie urbane, in particolare le periferie della nostra città. Le periferie, sono “centrali” perché rappresentano, nel bene e nel male, il crogiolo dove vengono agite le questioni che toccano più direttamente la vita della maggior parte della cittadinanza. L’attenzione alle periferie è trasversale: da Renzo Piano, che ha dedicato un progetto specifico al recupero ed al miglioramento urbanistico delle zone periferiche a Papa Francesco, per quanto riguarda gli aspetti sociali e spirituali».
– Periferika con la K, perché?
«La K viene utilizzata come elemento allusivo per connotare negativamente il temine in cui viene inserita, accentuandone gli aspetti peggiori, deteriori o eccessivi. Numerosi sono gli esempi di questo uso: alcuni di voi ricorderanno il film l’Amerikano (1972), dove Yves Montand personifica una agente della CIA in Sud America rappresentando il lato peggiore dell’imperialismo statunitense».
– Periferika è scritto con una K rovesciata, come vista allo specchio, perché?
«La K è rovesciata intendendo con questo attenuare o modulare gli aspetti negativi, che pur esistono, del vivere in periferia (marginalizzazione, emarginazione, alienazione, scarsità di servizi.) considerando comunque possibile un riscatto ed uno sviluppo positivo di questi luoghi». La K “rispecchiata”, riflessa, vuole inoltre alludere alla peculiarità del mezzo fotografico (definito trasparente, tale da darci l’illusione, guardando una fotografia, di essere di fronte all’oggetto fotografato) che invece non produce un analogo della realtà ma un’immagine codificata».
– La domanda è d’obbligo, niente didascalie, è voluto?
«Si, perché la scelta del fotografo mira alla conoscenza e non al mero riconoscimento del soggetto. La conoscenza comporta un approccio consapevole, meditato, attento e informato. Da questo punto di vista dovremmo parlare di ecologia visiva, intesa come gestione della risorsa “sguardo”, inondata da immagini insignificanti o per altro verso drammatiche, a cui siamo, comunque, in pari misura indifferenti perché ormai assuefatti. Vediamo ciò che conosciamo e la conoscenza comporta identità e relazione. Come i non luoghi, e alcune parti delle periferie spesso si connotano come tali, sono caratterizzati da una astoricità, da una mancanza di identità e da una carenza di rapporti di relazione tra le persone, così le immagini “condivise”, “socializzate” che ci sommergono, spesso non sono identitarie e relazionali ma deputate al solo messaggio del “c’ero anch’io”».

Giovanni Drogo

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